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Chi è peggio del lupo

aprile 18, 2017 Tiziana Della Rocca

Uscire dal doppio binario della ridicolizzazione e criminalizzazione per imparare la differenza tra buoni e buonisti. Parla Pietrangelo Buttafuoco

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Buonista è di per sé considerata una brutta parola. La si usa per indicare chi si mostra sempre attento a non offendere, calpestare l’altro, celando così i propri sentimenti, venendo meno all’imperativo socratico del “conosci te stesso” e di volta in volta esplora, analizza, ciò che senti. Ma non basta, buonista è anche qualcosa di molto peggio: c’è chi sotto le spoglie del buono compie i peggiori misfatti e in nome di una presunta bontà ruba o uccide. È difficile scoprire chi commette crimini all’ombra del bravo ragazzo; a volte i cattivi si mostrano tali subito, a volte si camuffano e occorre adoperarsi per smascherarli.

In molti si sono chiesti se la natura umana sia buona o cattiva; se cattiva saremmo tutti diavoli, se buona i cattivi sarebbero dei deviati da riportare sulla retta via, ma il gioco è più complesso: si diventa buono o cattivo a seconda dei casi, ma è difficile da stabilire di volta in volta il grado della bontà e della cattiveria, l’origine e la natura di ciascuno. Bontà e cattiveria sono l’espressione di una tendenza che in certi momenti della propria vita si asseconda. Vi sono così individui strenuamente feroci e altri dolcemente compassionevoli, persone equilibrate e cordiali e altre bestiali o che sono entrambe le cose. Non si può distinguere insomma in buoni e cattivi tout court, ci provano i buonisti a farlo! Indossando la maschera del benefattore per commettere cattiverie di ogni tipo. Chi è cattivo per necessità non si nasconde dietro paraventi, non ha questo bisogno di farsi accettare, mostra il suo volto, e punta ad aprire un varco, una propria strada che si traccia attraverso la fatica del pensare in proprio senza scimmiottare il pensiero altrui. È il caso di Pietrangelo Buttafuoco, giornalista e scrittore.

Oggi ci sono dei mezzi che continuamente t’informano di quel che accade nel mondo.
Io non seguo questo tipo di vulgata narrativa dei media né i giornali che raccontano un mondo come fa comodo. Preferisco tenermi i miei dubbi e le mie incertezze, senza conciliarmi con nessuna tesi, accerto, esamino e cerco di capire da solo in che mondo mi trovo o magari me ne invento uno io.

minniti-tempi-copertinaCosa ne pensa dei cosiddetti “buonisti”?
Che combattono le cosiddette ingiustizie per finta, sono dei narcisisti incontenibili, minacciano l’unità dello spirito e della carne a causa della loro doppiezza. Dobbiamo accontentarci di quello che il loro immaginario stabilisce come dogma e la bontà sopravvive giusto il tempo di una giornata.

Si spieghi meglio.
La prova già ce l’abbiamo: per mezza giornata assisti alle notizie che arrivano da San Pietroburgo, l’indomani le trovi cancellate dalle notizie che arrivano dalla Siria, a loro volta confezionate secondo l’utilità della narrazione.

Crede in una trama preconfezionata?
No, è una trama che viene improvvisata di volta in volta sulla base di un’esigenza che è quella di mentire e di dare contenuto ai pregiudizi che costruiscono l’impero irresistibile della modernità.

Sta dicendo che l’Occidente, la sede del cosiddetto pensiero organizzativo razionale-tecnocratico, in realtà è un devoto della credulità e del pregiudizio, né più né meno come quei mondi retrogradi che crede di combattere?
Esattamente. Ormai siamo abituati a questo meccanismo per cui la retorica dei buoni parte dal presupposto che tutto ciò che ostacola viene incanalato su due paralleli binari, uno quello della ridicolizzazione, l’altro quello della criminalizzazione di ciò che si vuole combattere; il tracciato è sempre quello dell’omertà dove su certe cose si fa calare il silenzio. Ho fatto poco fa l’esempio della Siria, ma quando ci fu nel 1988 l’attacco chimico di Saddam Hussein, in cui morirono più di 5.000 persone, l’Occidente assieme alle potenze sunnite non disse nulla perché era un loro alleato. A quei tempi Saddam era intoccabile, dipinto come un mite, poi divenne una belva feroce da rimuovere e si misero in risalto tutti i suoi crimini, un tempo taciuti. Come se solo i dittatori commettessero delle atrocità mentre le democrazie occidentali facevano delle guerre pulite in nome del bene dell’umanità. Ovviamente non c’è niente di pulito, ma solo lotta belluina per il potere.

Cosa pensa dei grillini, che si credono una categoria antropologica avulsa dal male della politica, indenni dalle tentazioni che affliggono i politici, come se non soggiacessero a certe logiche? Si pongono come baluardi, ma di cosa?
Il problema non sono loro, ma chi cerca riparo in una qualche utopia morale, cedendo alla responsabilità di formarsi una propria visione del mondo; è un atteggiamento molto infantile, oltre a significare una totale assenza di complessità e non a caso i grillini raschiano consenso tra i complottisti. Il caso di Grillo comunque lo isolerei, non c’entra niente con l’orizzonte occidentalista, mentre Marine Le Pen o Matteo Salvini si muovono benissimo al suo interno.

Marine Le Pen non fa altro che porsi come rimedio al malessere che affligge la popolazione francese. Tuttavia si sottrae a un’analisi seria di tale male.
Se posso essere un po’ più diretto direi che la situazione è ben peggiore. Per esempio, la cosiddetta destra, che ha ottenuto l’attuale consenso internazionale, di cui Le Pen è a suo modo una rappresentante, proclamandosi attenta e partecipe delle radici della cristianità, e chissà perché poi dimentica dei fondamenti greco-romani, in realtà fa propri i principi del progressismo suggellato nella rivoluzione francese, creando un vero e proprio cortocircuito. Le Pen gode di questo grande successo fondato sull’equivoco di essere lei l’erede di Giovanna d’Arco.

Le Pen si crede Giovanna d’Arco, l’eroina nazionale venerata come santa dalla Chiesa cattolica? Addirittura?
No, ne indossa la maschera, in realtà lei è la Marianna, la personificazione della Repubblica francese, quei valori sbandierati al vento dalla Repubblica: Liberté, Égalité, Fraternité…

Lei ha usato il termine “cattiverio”. Cosa significa?
Non è mio purtroppo, magari fosse mio. L’ha coniato un mio amico, Franco Freda, in risposta a Gianni Vattimo, in un capitoletto “Il cattiverio e le beatitudini” all’interno di un suo libro, La disintegrazione del sistema, in cui poneva se stesso nel “cattiverio” rispetto alle beatitudini altrui.

Che cosa vuol dire?
Stare fuori dal sistema borghese “del tutto pulito, del tutto per bene” per farlo implodere attraverso una scrittura che scava e coglie l’essenziale, scoprendo nuovi punti di vista mai contemplati prima.

Per questo ha scritto libri come Le uova del drago e Il feroce saracino?
Sono storie che danno un raffinatissimo schiaffo in faccia alla protervia della bontà ufficiale. Da bambino mi identificavo sempre con i cattivi dei film che guardavo, stavo dalla loro parte, ne notavo lo stile di vita impavido, libertario e menefreghista, già non tolleravo la retorica buonista.

Lei ha detto che la cosa di cui si sente più fiero è questo suo istinto anti-borghese.
Esatto, peggio del lupo che non cambia il proprio pelo c’è solo il branco che glielo liscia.

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