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Chi è Joey Barton, il “bad boy” che insulta Neymar e Thiago Silva su Twitter

aprile 4, 2013 Emmanuele Michela

I messaggi ai due giocatori brasiliani sono niente nella lunga lista di controversie dell’ex giocatore del City: in carcere per due volte, ha totalizzato 72 gialli nella sua carriera.

Rude, incontrollabile, maleducato. Definire Joey Barton un giocatore anti-sportivo è poco. Le ultime bravate del centrocampista del Marsiglia arrivano via Twitter, canale scelto per recapitare i propri insulti a due giocatori brasiliani. Prima si è divertito a definire Neymar il «Justin Bieber del calcio. Brilla su Youtube, ma in realtà è piscia di gatto», poi è passato all’ex difensore del Milan Thiago Silva, etichettato come «la fighetta che è rimasta infortunata tutta la stagione», dandogli poi del transessuale. E così, ecco le polemiche rimbalzare tra Parigi e Marsiglia: in Francia si erano scontrati con l’irriverenza del 31enne inglese quando prese di mira Ibrahimovic, sbeffeggiandolo per il suo nasone durante un match di Ligue 1. Ma quanto si è visto fin qui dalle parti del Velodrome è nulla in confronto agli atti criminali che hanno reso famoso Barton Oltremanica.

LA RISSA CON DABO. Criminale, è la parola giusta per un giocatore come lui, che in carcere c’è finito ben due volte per rissa. La prima volta è quella più famosa, e riporta indietro ai suoi trascorsi al Manchester City nel 2007: si scontrò durante un allenamento con Ousmane Dabo (in Italia visto con Inter, Parma, Vicenza, Atalanta e Lazio), facendogli pure perdere conoscenza. La sua esperienza ai Citizens finì a tutti gli effetti lì: pochi anni prima gli avevano perdonato la follia compiuta ad una festa di Natale del club, quando «per incidente» spense il sigaro sull’occhio di un giovane compagno, Jamie Tandy. Ma dopo la violenze su Dabo, che rischiò il distaccamento della retina, le ingenti multe imposte dalla società non bastarono: a Barton toccarono 4 mesi dietro alle sbarre, e il saluto agli Sky blue.
A dargli una nuova possibilità fu il Newcastle: a centrocampo la sua concretezza e spavalderia convincevano il tecnico Allardyce, i tifosi s’innamoravano dei suoi modi bruschi e sporchi, ma una nuova rissa a Liverpool lo mandò in galera per 77 giorni. Con lui anche il fratello Andrew, non l’unico membro della sua famiglia ad avere avuto problemi con la legge: un altro fratello, Michael, è stato arrestato nel 2005 insieme ad un cugino per l’omicidio a sfondo raziale di un ragazzo di colore. Mentre la difficile adolescenza di Joey, segnata dal divorzio dei suoi genitori, fu attraversata anche dalla morte di uno zio, trovato morto in una pozza di sangue in un centro scommesse.

COL QPR PRESE 12 TURNI DI SQUALIFICA. La sua carriera è trascorsa così tra tante belle prestazioni, grintose e ruspanti, e tante cattiverie contro gli avversari: 72 sono i cartellini gialli totalizzati nei suoi anni di calcio. Nel 2007 riuscì pure a guadagnarsi l’accesso in Nazionale: era un’amichevole, contro la Spagna. Fece scalpore la cosa: poco prima aveva criticato pesantemente i giocatori dell’Inghilterra al Mondiale 2006, tanto molli in Germania quanto rapidi poi a rilasciare autobiografie una volta ritornati in patria.
Gerrard gli diede pure ragione, ma quel giorno fu l’unico in cui Barton mise la maglia dei Three Lions. Non ci tornò più, forse per le troppe bizze fatte in Premier. Due sono le più famose: nel 2011 si scontrò con Gervinho, dell’Arsenal, prendendosi poi una gomitata in faccia rifilatagli da Song. Barton era in procinto di lasciare il Newcastle per i Gunners, ma dopo quel pomeriggio cambiò idea e firmò per il Qpr.
La seconda invece è di maggio 2012, quando si trovò contro la sua ex-squadra, il City: nell’ultimo match di Premier prima colpì Tevez a palla lontana, poi si scontrò con Kompany e Aguero. La federazione usò il pugno duro: 12 giornate si prese. «Ho fatto tanti errori, ma mi sento in pace con loro», raccontava nell’ottobre 2008. «Vi dirò una cosa di cui sono orgoglioso: quando finirò la carriera voglio essere in grado di guardarmi indietro e vedere che non sono mai diventato quella checca falsificata da pubblicità. La cosa che la gente potrà sempre dire di me è che ho sempre fatto le cose a mio modo, anche se questo può essere diventata la via sbagliata. Non mi pento di una sola cosa fatta, perché hanno costruito la persona che sono».

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