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Che fine ha fatto il bello spirito costituente che animava Napolitano? Le riforme sono scomparse

gennaio 20, 2014 Lodovico Festa

Dopo la decapitazione di Berlusconi nessuno parla di più di presidenzialismo, giustizia, sussidiarietà… Va ripreso il lavoro interroto: servono idee e persone

Non credo sia necessario elencare i particolari del crescente cumulo di macerie che ci stanno cadendo addosso. Solo le ultime: la sentenza del Tar del Piemonte, il povero Mario Draghi che impone di non toccare il suo Sancho Panza nel governo perché non si fida di Enrichetto Letta, le risse da portinaie su tutti gli argomenti, le dimissioni del sindaco dell’Aquila.

Si è discusso e si discuterà su come si sia arrivati a questo punto. Personalmente ho indicato nell’incontrollabile mix di superbia e pavidità che ha segnato tutta la fase post voto 2013 uno dei fattori determinanti della disgregazione in corso.

Tra le tante macerie di fronte a noi, e su cui riflettere per tentare qualche operazione di ricostruzione, sconforta particolarmente quella dello spirito costituente affacciatosi verso l’autunno del 2012 e seppellito nell’autunno del 2013. Grazie molto anche all’iniziativa di Giorgio Napolitano – ahimé non dotato di un coraggio all’altezza della sua intelligenza – a un certo punto della sbandata storia della nostra nazione si è aperto un varco per una riforma della Costituzione: così con il gruppo di saggi che affiancò le consultazioni del Quirinale, così con la commissione dei saggi varata dal governo Lettino. Un’occasione decisiva per affrontare il cuore della crisi italiana che deriva in larga misura appunto dalla obsolescenza di parte rilevante degli ordinamenti definiti dalla Carta. Un orizzonte forse più importante di quelli economico-amministrativi perché mirato alla causa principale per cui obiettivi concreti non riescono a essere perseguiti né da governi di sinistra né di destra né tecnici: lo sbandamento dello Stato.

Poi la spinta al riformismo istituzionale è stata bloccata dalla decapitazione di Silvio Berlusconi: fare riforme costituzionali mentre si liquida il leader di uno dei due principali schieramenti è una contraddizione politica irrisolvibile che solo un obnubilamento ministerialista può impedire di cogliere. Capisco le paure per Denis Verdini, le insofferenze per gli umori di un leader carismatico che appare talvolta fuori di sé, la preoccupazione che un ciclo fosse finito e ci si trovasse nudi al freddo. Capisco tutto. Però non riesco a comprendere come due politici non stupidi, del tipo di Angelino Alfano e Renato Schifani, che di significativo hanno fatto solo i due “lodi” che portano il loro nome e difendevano la politica dal giustizialismo, non si siano resi conto che buttando a mare la propria storia si condannavano all’inconsistenza e a debilitare l’azione della maggioranza da loro sostenuta.

Detto ciò, nonostante i disperanti errori di analisi politica compiuti, il fronte del riformismo costituzionale legato al governino avrebbe potuto almeno rimanere all’offensiva, aiutando così a preparare il dopo, visto che il presente era impallato. Invece il presidenzialismo, il peso dei cittadini, il federalismo, la sussidiarietà, la responsabilizzazione della giustizia e del sistema inquirente (da separare da quello giudicante), i grandi temi del riformismo costituzionale sono scomparsi.

Le riforme sono diventate tutte alla Gian Antonio Stella, cioè solo per fare un po’ di cassa. Un’alzata di sopracciglio di Matteo Renzi ha fatto sciogliere la commissione dei saggi. Dallo spirito costituente si è passati a quello dei topini nel formaggio interessati solo a una riforma elettorale che salvi la propria fettina di gruviera. Il federalismo è scomparso con annessi per esempio “costi standard”, trascurati da ministri più interessati a epocali polemiche sulla marijuana.

E adesso la battaglia (popolare) delle idee
Bene. Ora pare proprio che la ricreazione sia finita. E al di là delle spesso involute manovre politiche va ripreso il lavoro malamente interrotto: su ognuno dei punti centrali di riformismo costituzionale va condotta una battaglia di idee sostenuta da una (non semplice) elaborazione culturale e da un’altrettanto complessa mobilitazione popolare.

La stessa fallita esperienza di Napolitano rende più urgente una riforma in senso presidenzialista della Repubblica. Mentre il sindaco d’Italia è una boutade: l’unico sistema politico fondato su una simile logica è quello di Israele dove funziona grazie al (più o meno virtuale) stato di guerra. Si tratta, poi, di rimeditare sul federalismo imboccando probabilmente l’unica via rimasta, cioè quella delle macroregioni. Tempi, poi, sta meritoriamente promuovendo un’associazione “per un vero Stato di diritto” che avrà come primo obiettivo la riforma della magistratura (e come primo obiettivo di questa riforma la separazione delle carriere). Si tratta di ragionare poi in termini sussidiaristici su quali limiti costituzionali si possano mettere ai poteri dello Stato (innanzitutto fiscale) e a quelli di una Europa sempre più tecnocratica.

È con amarezza che si constata come si sia sprecato tempo ed energie per tentativi falliti. Ma il rimedio non è recriminare sul passato, bensì mettersi al lavoro per il futuro. Se si vuole che un futuro ci sia.

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