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Centinaia di morti in Centrafrica. «Musulmani rifugiati nella Cattedrale»

maggio 18, 2017 Leone Grotti

Potrebbe arrivare a 300 vittime il bilancio degli scontri a Alindao e Bangassou, dove è stato attaccato il quartiere musulmano da ribelli anti-Balaka

Central African Republic Violence

Quasi 300 morti in due settimane. Potrebbe essere pesantissimo il bilancio degli scontri che si sono verificati in due città del Centrafrica, Alindao e Bangassou, nelle ultime due settimane. Nè l’identità degli autori degli attacchi né il numero delle vittime è stato chiarito con certezza, vista la difficoltà di raccogliere informazioni sul luogo.

«BRUCIATI VIVI». I primi scontri sono avvenuti tra l’8 e il 10 maggio nel sud del paese, ad Alindao, dove secondo la Croce rossa centrafricana circa 150 persone sono morte in scontri tra anti-Balaka ed ex ribelli Seleka. In particolare, le violenze sarebbe state perpetrate dai miliziani di «Ali Darass, ex Seleka, oggi a capo dell’Unione per la pace in Centrafrica (Upc)». Secondo la testimonianza di un sacerdote della città, che ha parlato a Jeune Afrique, «l’Upc si trovava in città per scongiurare un dispiegamento degli anti-Balaka. A un certo punto sono cominciati gli spari, nessuno capiva chi combatteva chi. Molte persone sono state bruciate vive nelle loro case. Altre si sono salvate per miracolo. Migliaia di persone si sono rifugiate nella missione cattolica». Oggi la situazione è tornata quasi alla normalità dopo un avvenuto dialogo tra il sacerdote, il vescovo, Ali Darass, i rappresentanti dei musulmani e dell’Onu. Non è stato facile: «C’erano le milizie musulmane per le strade, ragazzi con i machete volevano ucciderci».

SCONTRI PER IL POTERE. Dopo il colpo di Stato dei ribelli Seleka nel 2o13, i violentissimi scontri con gli anti-Balaka del 2014 e la parziale riappacificazione del paese anche grazio all’intervento di papa Francesco e al lavoro del cardinale Dieudonné Nzapalainga, gli scontri tra le milizie sono diminuiti ma continuano. Il Centrafrica non ha ancora un esercito regolare, l’Onu, presente nel paese con 12.500 uomini, fatica a difendere la popolazione (spesso perché non può, spesso perché non vuole). E mentre il presidente Faustin-Archange Touadéra continua a invocare il processo di disarmo, gli uomini armati si contendono il paese. La capitale Bangui è relativamente sicura, ma la maggior parte del paese è in mano ai miliziani. Oltre a gruppi anti-Balaka fuori controllo (nel 2013 erano nati per contrastare gli abusi dei Seleka), si scontrano tra di loro milizie islamiche un tempo appartenenti alla disciolta coalizione Seleka. Tra queste ci sono l’Upc e la Fprc, che in certe zone si è alleata con gli anti-Balaka per il controllo del territorio.

ATTACCO AI MUSULMANI. Domenica sono scoppiati altri violentissimi scontri a Bangassou, 470 chilometri a est di Bangui, vicino al confine naturale con la Repubblica democratica del Congo. Se fino a pochi giorni fa si pensava a poche vittime, la Croce rossa centrafricana ha parlato di 115 morti, ai quali si devono aggiungere altre 34 vittime denunciate da altre Ong.  Alcune milizie anti-Balaka hanno attaccato il quartiere islamico della città, Tokoyo, costringendo alla fuga migliaia di musulmani: circa mille si sono rifugiati in moschea, altri 1.500 nelle chiese e 500 in ospedale. Altri 3.000 sono scappati in Congo. Negli scontri, sono morti anche sei caschi blu dell’Onu.

PROTETTI IN CATTEDRALE. Non si sa perché siano cominciati gli scontri ma il vescovo di Bangassou, monsignor Juan Jose Aguirre Muños, ha rischiato la vita per difendere i musulmani nella moschea e farli uscire in sicurezza dal luogo di culto per trasferirli in Cattedrale. Durante l’evacuazione, l’imam, che si trovava accanto al vescovo, è stato colpito da uno sparo e ucciso. Ora, testimonia padre Federico Trinchero da Bangui, «la situazione sembra più tranquilla. I ribelli, grazie alla mediazione del cardinale Nzapalainga, hanno accettato di deporre le armi».

Foto Ansa/Ap

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