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C’è una sola Aleppo. Cronaca dalla città liberata dai jihadisti

marzo 17, 2017 Nabil Antaki

Lettera di un medico aleppino: «Su 115 mila abitanti, soltanto 15 mila hanno seguito i ribelli a Idlib. Gli altri subivano l’occupazione. Riusciremo a perdonare?»

Riceviamo e pubblichiamo la lettera che Nabil Antaki, medico di Aleppo e membro laico dell’ordine dei frati Maristi blu, ha scritto dalla Siria per raccontare che cosa sta succedendo in città dopo la liberazione dai jihadisti. Nostra traduzione dal francese.

Il 23 dicembre 2016 l’incubo è finito per gli abitanti di Aleppo. Quel giorno, l’ultimo convoglio di ribelli e terroristi, che occupavano i quartieri Est e Sud di Aleppo dal luglio 2012, hanno lasciato la città per andare nella vicina provincia di Idlib, sempre sotto il controllo dei terroristi di Al Nusra.

Gli aleppini erano pazzi di gioia per la liberazione della loro città. Non c’erano più Est e Ovest, Aleppo è tornata ad essere, come lo è sempre stata, una sola città sotto il controllo dello Stato siriano. Soltanto 15 mila abitanti dei quartieri Est se ne sono andati, su loro richiesta, con i ribelli verso Idlib. Gli altri, oltre 100 mila persone, che subivano l’occupazione senza possibilità di scelta – solo perché le loro case si trovavano là – sono rimasti ad Aleppo. Hanno sofferto molto ma sono sollevati dopo quattro anni di occupazione terrorista e tre mesi di assedio dei loro quartieri da parte dell’esercito siriano.

Per gli 1,5 milioni di abitanti dei quartieri Ovest, che erano sotto il controllo governativo, la liberazione ha offerto un sentimento di sicurezza che avevano perso da quattro anni: la sicurezza di non essere più bombardati con i mortai, le bombole di gas utilizzate come bombe e i tiri dei cecchini. Ottimismo, dunque, ma prudente: bombe continuano a cadere occasionalmente sui quartieri periferici dell’Ovest di Aleppo lanciati dai ribelli ancora situati a qualche chilometro nelle periferie.

Come tutti gli aleppini, noi siamo andati a visitare l’ex linea del fronte, i quartieri storici di Jdeidé, la vecchia città attorno alla cittadella e i quartieri Est e Sud. L’ampiezza delle distruzioni supera quello che noi avevamo immaginato. A Midane, quartiere armeno, a Jdeidé, quartiere storico dei cristiani, a Hanano, a Sukari, la realtà spesso supera l’immaginazione. Con la liberazione, la città riprende un aspetto più normale, più civile. Tutte le strade – la maggior parte erano bloccate dalle barricate o dai muri di rocce negli ultimi quattro anni di guerra – sono state riaperte alla circolazione.

Le strade sono enormi marciapiedi, tutti camminano serenamente senza temere la morte. Il traffico delle auto ora è intenso. I semafori e l’illuminazione alle rotonde, alimentati da pannelli solari, funzionano di nuovo. La spazzatura viene nuovamente rimossa dalle strade; i giardinieri pubblici sono tornati al lavoro. Tutte le scuole e le università funzionano normalmente.

Ottimismo, dunque, ma prudente: le condizioni di vita quotidiana restano sempre ardue. Questo inverno è stato molto freddo. C’era penuria di gasolio. Con la mancanza di elettricità, non avevamo alcun mezzo per riscaldarci mentre le temperature in dicembre, gennaio e febbraio sono state davvero basse. Nonostante la liberazione, come negli ultimi due anni non abbiamo ancora l’elettricità. (…) Le autorità cercano di ricollegare Aleppo al sistema nazionale e forse sta funzionando perché da una settimana abbiamo a turno un’ora di elettricità al giorno.

L’acqua corrente è ancora tagliata. Durante l’occupazione, l’acqua arrivava dall’Eufrate alle vasche di depurazione di Aleppo, ma non veniva pompata nelle tubature perché le stazioni di pompaggio dell’acqua erano nelle mani dei ribelli ad Aleppo est. Dopo la liberazione, la stazione di pompaggio è di nuovo sotto il controllo dello Stato siriano ma Daesh (acronimo arabo per Isis, ndr) non permette più all’acqua di raggiungere le vasche di Aleppo dall’Eufrate, bloccandola nella piccola città di Khafsa. L’esercito siriano sta cercando di riconquistare la città. Ottimismo, dunque, ma prudente: nel frattempo, 1,5 milioni di aleppini continuano a utilizzare l’acqua, spesso non potabile, di 300 pozzi scavati in città. Il numero di infezioni intestinali ha raggiunto livelli record negli ultimi tempi.

Alcune famiglie sfollate sono tornate alle loro case; altre devono fare importanti riparazioni; altre aspettano che si finisca di sminare i loro quartieri e di ristabilire le infrastrutture distrutte e altre attendono la ricostruzione delle loro case. I progetti di ricostruzione in città sono numerosi. Diverse organizzazioni internazionali o nazionali hanno chiesto l’autorizzazione di partecipare alla ricostruzione: una per ricostruire scuole, un’altra per restaurare 200 appartamenti, una terza per ricostruire la vecchia città… Ottimismo, dunque, ma prudente: niente è ancora iniziato.

La crisi economica resta molto grave. In 6 anni di guerra, la gente si è impoverita per la disoccupazione e l’aumento vertiginoso del costo della vita. Situazione paradossale: gli aleppini non hanno lavoro ma le aziende che timidamente stanno provando a riaprire non trovano manovalanza qualificata. La maggioranza degli uomini giovani sono arruolati nell’esercito per il servizio militare o come riservisti, oppure hanno lasciato il paese. Gli aleppini, ora più che mai, hanno bisogno di essere aiutati per sopravvivere.

Nel frattempo, la guerra continua in Siria con l’implicazione di numerose forze straniere. Molti territori e piccole città sono stati liberati dal controllo di Daesh. Alcune sono adesso sotto il controllo dello Stato siriano, altre sotto il controllo dei crudi, dei turchi o degli islamisti. Negli ultimi due mesi ci sono stati dei negoziati intra siriani sotto l’egida dell’Iran e della Russia ad Astana e poi a Ginevra sotto l’Onu. Nessun progresso è stato fatto. Ma, ottimismo prudente, una lista di punti da negoziare è stata stabilita e accettata e la data di un altro round di negoziati è stata fissata.

In questa situazione i Maristi blu aiutano la popolazione con diverse iniziative: seminari intitolati «dal perdono alla riconciliazione»; incontri su come aprire un’impresa e sostegno economico per i migliori progetti; corsi tessili per donne; corsi per imparare lingue straniere; attività per bambini; corsi per analfabeti; scuole per ragazzi; aiuti per gli sfollati; acqua a domicilio per chi non può recarsi ai pozzi; programmi medici e distribuzione di latte a 3.000 bambini ogni mese.

Con la liberazione di Aleppo, nonostante il nostro prudente ottimismo, il compito è ancora più grande di prima. Anzi è immenso. Saremo noi in grado fisicamente, moralmente e finanziariamente di vincere la sfida? Aiutare gli sfollati a rientrare nelle loro case? I disoccupati a trovare un impiego? I traumatizzati a sanare le loro ferite? I disperati a ritrovare speranza? I bambini a vivere la loro infanzia rubata dalla guerra? La gente a perdonare e a riconciliarsi? Saremo noi in grado di convincere le persone a non abbandonare più il paese? L’esodo continua e ogni giorno amici, conoscenti, collaboratori o benefattori vengono da noi a dirci un arrivederci che assomiglia più a un addio.

Nonostante tutto, noi continuiamo a vivere il nostro impegno. Con ottimismo prudente, noi facciamo nostro questo estratto del bel brano del nostro amico padre Jean Debruynne:
“Resistere è ostinarsi a guardare un angolo di cielo anche se è grigio o nero, anche se è racchiuso come in carcere tra muri troppo alti.
Resistere significa non rinunciare mai a guardare il sole dalla fessura di un tombino.
Resistere significa essere così testardi da vedere levarsi il sole dietro il filo spinato.
Resistere significa non cedere all’obbligo di restare in silenzio.
Resistere è una fierezza.
Resistere è rifiutare l’intolleranza, l’indifferenza e la negazione della differenza.
Resistere è non rinunciare mai.
Resistere è scegliere di essere responsabile.
Resistere è non accettare mai la tranquillità.
Resistere è stare ritti davanti a Dio. In piedi e non ventre a terra o in ginocchio.
Perché resistere significare inventare nuovi modi di amare”.
Noi crediamo anche che resistere sia Sperare, come a Pasqua, che dopo la morte avverrà la resurrezione.

Foto Ansa/Ap

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