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C’è una responsabilità culturale dell’Occidente nell’instabilità del mondo islamico

febbraio 10, 2013 Piero Gheddo

«L’estremismo islamico, condannato da tutti, rimane però un oggetto misterioso. Un argomento tabù». Padre Piero Gheddo va alla radice dell’incerto destino della primavera araba

Il 6 febbraio scorso, l’assassinio di Chokry Belaid, avvocato che protestava per i diritti dell’uomo violati del governo, ha provocato una rivolta di una parte del popolo tunisino, che teme una dittatura islamica e vorrebbe un governo democratico e laico. Il quadro della “primavera araba” nei paesi sunniti diventa sempre più indecifrabile, pare si ritorni all’autunno e all’inverno della democrazia nei paesi islamici. La situazione oggi presenta tre caratteristiche. Primo: nessun paese a maggioranza islamica (e sono più di trenta) ha un governo passabilmente democratico, non pochi di questi sono in uno stato di guerra civile: Siria, Egitto, Tunisia, Afghanistan, Pakistan, Mali, Nigeria, Yemen, Sudan, Somalia. Secondo: in nessun paese a maggioranza islamica c’è piena libertà religiosa per i cristiani e le altre religioni. Infine in alcuni paesi nei quali i fedeli del Corano sono minoranza consistente, ci sono guerriglie e terrorismi separatisti: Filippine, Thailandia, India, Cina, Birmania, Indonesia.

L’OCCIDENTE NON SI INTERROGA. Conosciamo tutti le notizie d’attualità, gli avvenimenti che giorno per giorno confermano questa situazione. Stupisce invece il fatto che l’Occidente non si interroga, non discute da dove nasce e come si propaga questa instabilità del modo islamico, queste rivolte, guerriglie, terrorismi che scoppiano tutte o quasi nei paesi islamici e cosa si può fare per andare alla radice di questo estremismo violento, mina vagante che minaccia la pace mondiale. Quando il nazismo, prima della II guerra mondiale, era già una potenza in espansione, il mondo libero ne discuteva a livello popolare, studiava l’ideologia e visitava la Germania, cercava di fare accordi, si convocavano conferenze internazionali per la pace nel mondo. Dopo la II guerra mondiale, quando il comunismo internazionale era in fase espansiva, dagli anni quaranta al 1989, si avvertiva il pericolo di un contagio, si discuteva su come prendere provvedimenti per arginare la diffusione di questa ideologia-religione, si studiavano le radici del marxismo-leninismo e cosa fare per contrastarne la diffusione nel mondo libero. Il comunismo era un pericolo, se ne parlava molto.

NON SI PARLA DELL’ESTREMISMO ISLAMICO. Lo stesso non succede con l‘estremismo islamico, condannato da tutti ma che rimane come un oggetto misterioso. Non lo dico per avversione all’islam e meno ancora ai musulmani. Sono convinto che l’islam è una grande religione ed ha avuto il merito storico impagabile di portare molti popoli dal politeismo al monoteismo di Abramo padre di tutti i credenti e dal tribalismo all’unità nella fede: ha dato a popoli divisi e nemici un Libro, una Legge e una Comunità che li hanno uniti e resi solidali. Oggi però l’estremismo islamico ha preso il sopravvento sulla grandissima maggioranza dei fedeli dell’islam e rappresenta un nuovo pericolo per  l’umanità e il nostro Occidente, demonizzato dal “grande Satana americano” in giù, di cui si dichiara nemico giurato. Insomma, dell’islam non si parla. Si lamentano le guerre, le rivolte, i terrorismi, le dittature, ma della radice di tutto questo silenzio assoluto sulla stampa occidentale e negli incontri e dibattiti culturali. Un argomento tabù. Al massimo si maschera il problema scrivendo, ad esempio, che la persecuzione dei salafiti contro i cristiani in Egitto, in Sudan e in Nigeria “non viene da una motivazione religiosa, ma da interessi economici”,  mezza verità a cui non crede nessuno.

IL NOSTRO COMPITO. Cosa possiamo fare? Tante cose, ma penso che in Italia ci sono due milioni circa di lavoratori e studenti musulmani, in genere brave persone che cercano solo lavoro, casa, cordialità di rapporti, sicurezza, pace sociale, benessere. Il tema delle radici dell’estremismo islamico va pubblicizzato, discusso, dibattuto, portato a livello popolare, per coinvolgere la gente comune e gli ospiti musulmani, in un  clima di rispetto e di fraternità fattiva. Nella “lectio magistralis” a Ratisbona (12 settembre 2006) Benedetto XVI aveva detto con chiarezza che l’islam deve confrontarsi con la ragione umana, secondo la quale la “violenza per  Dio non esiste”. Al Papa risposero poco meno di 200 imam e docenti universitari islamici dicendosi d’accordo e avviando un dialogo su questo tema fondamentale per l’islam oggi.

L’INDICAZIONE DEL PAPA. Nel viaggio in Terrasanta come “pellegrino di pace” (8-15 maggio 2009), Benedetto XVI ha ripreso il tema quando ha dato la chiara indicazione del come andare d’accordo fra i fedeli delle tre religioni monoteiste, ebrei, cristiani e musulmani. Sull’aereo che lo portava in Giordania ha detto che la chiave dell’andare d’accordo è «parlare alla ragione e appoggiare le posizioni realmente ragionevoli».  E poi,  negli incontri con i musulmani in Giordania ha insistito su questo: la religione è ragionevolmente contro la violenza sull’uomo.Questa visione della religione, ha aggiunto, «rifiuta tutte le forme di violenza e di totalitarismo: non solo per principi di fede, ma anche in base alla retta ragione». La ragione spinge a servire «il bene comune, a rispettare la dignità dell’uomo, che dà origine ai diritti umani universali». Ma in seguito non si è più parlato né discusso di questo, anche nelle democrazie occidentali dove vivono milioni di musulmani e c’è libertà di pensiero e di stampa. In un paese democratico e di libertà come il nostro, temi tabù non dovrebbero esserci, perché non producono nulla di buono.

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