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Catania, operai salvano l’azienda comprandola con i propri risparmi. Chi riuscirà a fermarli? La burocrazia

febbraio 20, 2014 Chiara Rizzo

I 77 lavoratori della Cesame hanno riacquistato la fabbrica con sacrifici enormi. Hanno già sborsato 400 mila euro e le commissioni ci sono, ma non possono produrre per i ritardi della Regione Sicilia

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I nostri lettori già conoscono la storia dei 77 operai di Catania che nel 2012 hanno salvato dal fallimento la loro storica azienda di ceramiche, la Cesame, riacquistandola con i risparmi racimolati dal tfr e parte della cassa integrazione. Settantasette padri di famiglia si sono sacrificati vivendo per molti anni con circa 600 euro al mese, ma «costi quel che costi siamo riusciti a mettere da parte 22 mila euro a testa», ha raccontato uno di loro, Salvatore Falsaperla, a tempi.it. Gli operai da allora ad oggi hanno rimesso in piedi lo stabilimento (abbandonato da tempo), hanno ricostruito la rete dei venditori, hanno avviato tutti i lavori che potevano portare avanti prima dell’inizio della produzione. Ma oggi tutti i loro sacrifici rischiano di essere vanificati. Colpa della burocrazia, che in particolare in Sicilia sta ammazzando moltissime imprese, magari già indebolite dalla crisi oppure, come nel caso della Cesame, di fatto neanche nate: «Intanto – spiega Falsaperla a tempi.it – noi stiamo perdendo commesse, e abbiamo avuto esborsi per 400 mila euro».

Cosa sta succedendo?
Purtroppo la burocrazia comporta tempi esageratamente lunghi, che uccidono le imprese. Quando abbiamo iniziato la nostra avventura noi operai abbiamo investito 2 milioni di euro, mentre la Regione siciliana e il ministero dello Sviluppo economico si sono impegnati ad aiutarci con un finanziamento di 5 milioni, un “prestito” possibile a fronte di un nostro piano d’investimento dettagliato per almeno altri 5 milioni di euro. È un’erogazione possibile grazie al Contratto di programma regionale, uno strumento che ha l’obiettivo di sostenere l’avvio di nuove iniziative e la creazione di occupazione aggiuntiva, in questo caso tramite i Fondi europei per il mezzogiorno, i Fas. Così ci hanno spiegato a gennaio 2012, garantendo che il bando del Contratto di programma siciliano era ormai pronto.

Invece nel 2012 non solo mancava il bando, ma nei cassetti della Regione non c’erano neanche i soldi necessari per finanziarlo. Fondi che sono stati sbloccati dallo Stato in seguito, solo grazie alle pressioni di voi operai Cesame.
Sì è vero. Siamo volati continuamente a Roma, siamo andati a Palermo e alla fine del 2012 il Cipe ha deliberato gli 80 milioni di euro stanziabili per lo sviluppo industriale in Sicilia. A quel punto, la Regione doveva solo indire un bando per selezionare le aziende meritevoli di ricevere questo finanziamento: ormai sembrava fatta, ma ci siamo dovuti scontrare con lo “spirito masochistico” della burocrazia. L’assessorato alle Attività produttive della Regione siciliana ha pubblicato il bando ad agosto 2013. Otto mesi dopo. Noi capiamo che serva lavorare bene su questi documenti prima di indire una gara pubblica. Occorre evitare che la Corte dei conti annulli il bando, occorre evitare che qualche azienda furbetta si intrufoli per ottenere i fondi. Ma non è possibile che passi tutto questo tempo.

Una follia.
Pensiamo per un attimo alla cifra complessiva stanziata con questo bando per le imprese, 80 milioni. L’erogazione di questi fondi è concessa solo per investimenti pari al doppio della somma erogata dalla Regione. Quindi significa che solo grazie a questa gara sono in ballo 160 milioni di euro per il rilancio di attività produttive. Si immagina cosa potrebbe significare questo in termini di posti di lavoro, di stipendi, di ripresa dei consumi e quindi di Pil per l’Italia? Invece niente. Per ora è tutto fermo. Anzi, il bando indetto ad agosto avrebbe dovuto scadere a ottobre, invece è stato prorogato altre due volte ed è ancora aperto.

Ma il presidente della Regione, Rosario Crocetta, cosa dice?
Non sappiamo fino a che punto sia a conoscenza della nostra vicenda. Ci viene riferito che condivide totalmente il nostro progetto. Se ciò risponde al vero, e non abbiamo alcuna ragione per dubitarne, gli chiediamo di farsi carico personalmente e mettere in campo tutta la sua autorevolezza.

Economicamente quanto vi sono costati questi ritardi burocratici?
Non posso quantificare quanto abbiamo perso per tutto questo tempo sprecato dalla Regione siciliana. Però so che solo per i viaggi a Roma e a Palermo per sbloccare la vicenda e per le consulenze legali, oltre che per il rogito, abbiamo già speso 400 mila euro. Aggiungo un altro aspetto: noi abbiamo contatti all’estero con i clienti, e continuiamo ad averli; ci chiedono a che punto siamo con la produzione, ma noi non possiamo produrre. Abbiamo rilevato l’attività e cercato di rimetterla in piedi, perché negli anni era stata “vandalizzata”. Occorre acquistare i forni e altri strumenti per riavviare la produzione e abbiamo bisogno di quei fondi. Solo noi soci siamo 76 persone pronte ad essere occupate non appena si inizierà, ma con l’indotto saremmo certamente in tutto almeno 90 persone. È la previsione minima. Ci sono 90 famiglie che potrebbero vivere di quest’azienda, mentre per il momento abbiamo finito di percepire pure quel poco di cassa integrazione. Da settembre siamo ufficialmente disoccupati. Oggi mi ha chiamato un rappresentante commerciale per dirmi che negli Emirati Arabi sono interessati ai nostri prodotti made in Italy, e mi ha chiesto a che punto siamo: siamo al punto che non possiamo prendere impegni, è una situazione assurda.

Cosa crede che succederà?
Oggi siamo stati a Palermo e abbiamo parlato con il direttore generale dell’assessorato alle Attività produttive. Ci ha detto che stanno creando la commissione per aprire le buste dei circa 22 progetti presentati. Ora però per noi non è possibile aspettare oltre, a questo punto ogni settimana andremo a Palermo e vigileremo finché non si arriverà alla seconda fase del bando, l’analisi delle documentazioni presentate, una fase che già di per sé dovrebbe durare come minimo 4 mesi. Poi dovrebbe poter partire effettivamente l’attività. Voglio proprio sperare che sia così, che siamo giunti al capolinea, finalmente.

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