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Catania, l’arcivescovo: «Bisogna puntare sulla conversione interiore delle persone»

aprile 10, 2012 Chiara Rizzo

L’arcivescovo Salvatore Gristina denuncia la situazione del capoluogo siciliano, stretto nella morsa della disoccupazione giovanile e femminile, del pizzo e del racket dell’usura ai danni dei negozianti: «Non possiamo stare alla finestra e lamentarci. La crisi è l’attesa dello sbocciare di una nuova mentalità».

Può apparire strano, nella festa cristiana che parla di resurrezione, un arcivescovo che descriva senza mezzi termini una realtà sociale sgomenta. A Catania l’arcivescovo Salvatore Gristina a Pasqua ha “scattato” la foto impietosa di questo capoluogo, un tempo chiamato Milano del sud e oggi spettatrice «smarrita, sgomenta» della crisi. Ma questa foto è in realtà una biopsia di ciò che si allarga per il Paese, che coglie elementi presenti anche altrove. Esordisce l’arcivescovo: «La famiglia, cellula vitale della società, è condizionata e impaurita da questa crisi; si sente senza energie e risorse nel settore occupazionale; guarda con sgomento il balzo impetuoso del sistema fiscale; si sente smarrita perché non sa individuare i colpevoli di questa crisi, né dove porterà. Come si può constatare dalle lunghe fila presso i centri Caritas, aumentano ogni giorno le famiglie che toccano la soglia di povertà relativa». Solo negli ultimi 3 mesi del 2011, le persone che si sono rivolte ai centri di aiuto Caritas catanesi infatti sono aumentate del 78 per cento, che si aggiungono alle persone sostenute dal Banco alimentare.

Denuncia l’arcivescovo: «In questo scenario, va occupando sempre più spazio la bestia nera dell’usura, nei cui tentacoli finiscono spesso famiglie e imprese». Cita anche la diffusione crescente di gioco d’azzardo, alcool e droghe. E ancora: «Non passa giorno senza leggere notizie di aziende, un tempo fiore all’occhiello della nostra città, che ora chiudono i battenti. La disoccupazione nel nostro territorio, specie dei giovani e delle donne, tocca livelli di preoccupante allarme sociale». Secondo l’istituto Svimez, infatti, nel Sud Italia solo un giovane su tre lavora; tra le donne una su quattro. A Catania, le sacche di povertà si concentrano nei quartieri “ghetto”: «È preoccupante la situazione delle periferie urbane. La mancanza di controllo del territorio, l’inefficienza di strutture pubbliche. È emblematico il dato che le strade di diverse zone della periferia catanese, da mesi, alla sera sono lasciate al buio. Chi paga maggiormente lo scotto di questo disagio sono i molti ragazzi: in quelle periferie si registra un’alta percentuale di abbandoni scolastici, con le pesanti conseguenze che portano Catania a detenere il triste primato nazionale di criminalità minorile». Gristina evidenzia come i corsi di formazione professionale sarebbero una risposta concreta per questi ragazzi, ma la Regione siciliana li tratta da «cenerentola del sistema scolastico, tanto che nel corrente anno scolastico, 5 mila allievi a Catania hanno iniziato le lezioni solo a dicembre 2011, altri a gennaio».

«In questo humus così confuso e precario – prosegue l’arcivescovo – alligna la mala pianta della criminalità organizzata, che, sempre più arrogante, soffoca la qualità della vita delle nostro comunità cittadine. La mafia causa l’allontanamento di attività commerciali e produttive, scoraggia ogni investimento, per la minaccia incombente del pizzo». Per Confindustria in Sicilia persino i venditori ambulanti pagano il pizzo, 15 euro al mese (per i negozi si sale dai 250 ai mille euro al mese, per i supermercati ai 3mila euro. Le imprese con cantieri aperti “versano” tra il 5 e il 7 per cento dell’appalto). Tra le 50 e le 70 mila imprese siciliane pagano il pizzo: anche per la pressione del racket, 100 mila imprese tra il 2009-2011 hanno chiuso i battenti. Gli imprenditori invece finiti per il pizzo nelle mani degli usurai sono stati 25 mila. Eppure nel primo semestre 2011 sono state solo 4 le persone che a Catania hanno denunciato in questura.

Il messaggio dell’arcivescovo è anzitutto un invito alla politica, «perché superando interessi individualistici e clientelari, abbia veramente a cuore il servizio che è “bene di tutti e di ognuno, bene di tutti noi”, come ha scritto papa Benedetto XVI, a partire dai più poveri». L’arcidiocesi interviene, ad esempio, attraverso osservatori socio-politici nei quartieri e rilanciando la scuola diocesana per la politica. «Nessuno può rimanere alla finestra a guardare lo svolgersi degli eventi, magari lamentandosi: ognuno deve fare la sua parte, con profondo senso di responsabilità, innanzitutto con un’opera formativa in cui i diritti siano riconosciuti come tali e non come favori, spezzando così le inique catene del clientelismo». Anzitutto per l’arcivescovo si deve tornare all’educazione: «Bisogna puntare sulla “conversione interiore” delle persone, sul cambiamento della mentalità. Sentiamo urgente il bisogno di una pulizia morale per restituire alla nostra aricidiocesi il suo autentico volto. Possiamo affrontare la crisi come l’attesa dello sbocciare della primavera, che segue il gelo dell’inverno, pronti a costruire tutti insieme per rinnovare la nostra città».

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