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Caso Scarpinato, ma dove sono finiti la terzietà e l’equilibrio richiesti ai magistrati?

agosto 1, 2012 Chiara Rizzo

Il procuratore generale di Caltanissetta ha adombrato pesanti accuse alle istituzioni in un vibrante discorso pubblico senza riferimenti probatori e il Csm avvia un procedimento mentre le toghe di sinistra insorgono.

Era candidato alla poltrona di Procuratore generale a Palermo: adesso sta spaccando la magistratura mentre nubi si addensano sulla sua carriera professionale. Ma soprattutto il caso di Roberto Scarpinato, attualmente Pg a Caltanissetta, in questi giorni mette in luce i nodi più roventi del delicato rapporto tra magistratura, istituzioni e indagini. Andiamo con ordine. Fino ad un mese fa, il nome di Scarpinato circolava come quello di uno dei due contendenti alla prestigiosa poltrona alla procura generale del capoluogo siciliano. A contendere la stessa nomina c’è stato solo il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo. Lo scorso 12 giugno la commissione per gli incarichi direttivi al Csm si è però ritrovata spaccata, tra una maggioranza (composta dai rappresentanti delle correnti moderate della magistratura, Unicost e Magistratura indipendente, insieme ad un consigliere laico del Pdl) che sosteneva Messineo, e una minoranza, composta soprattutto dagli agguerriti rappresentanti di Area (il raggruppamento delle toghe di sinistra), a favore di Scarpinato. La decisione è stata rimbalzata al plenum del Csm. Già questo stop aveva procurato diversi malumori all’interno di Area: nelle mailing list della corrente per giorni si sono rincorse manifestazioni di solidarietà per Scarpinato.

Poi sono iniziati i veri dolori: prima per Messineo, che si è ritrovato al centro dello scontro con il presidente della Repubblica, che ha depositato presso la Corte costituzionale un ricorso per il conflitto di attribuzione contro la Procura di Palermo, per le intercettazioni che coinvolgono anche il Presidente. Non fosse bastata però questa buriana, ci ha pensato Scarpinato ad aggiungere altra carne al fuoco, facendo scoppiare un nuovo e diverso incidente diplomatico per la magistratura italiana. Scarpinato ha partecipato alle cerimonie per la commemorazione di Paolo Borsellino: quest’anno però ha deciso di leggere in pubblico una lettera dai toni “poetici” e dai contenuti al vetriolo. «Caro Paolo – è uno dei passaggi – stringe il cuore vedere tra le prime fila, nei posti riservati alle autorità, anche personaggi la cui condotta di vita sembra essere la negazione stessa dei valori di giustizia e di legalità per cui ti sei fatto uccidere». «Emanano – è un altro passaggio della lettera – quel puzzo del compromesso morale che tu tanto aborrivi». E ancora: «(noi magistrati, ndr.) abbiamo portato sul banco degli imputati e processato gli intoccabili: presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari nazionali e regionali, presidenti della Regione siciliana, vertici dei servizi segreti e della polizia, alti magistrati, avvocati di grido dalle parcelle d’oro. Un esercito di piccoli e grandi don Rodrigo senza la cui protezione i Riina, i Provenzano, non sarebbero stati nessuno». Scarpinato si ferma qui, ad adombrare tutte le connivenze che egli ritiene certe tra mafia e Stato.

Un discorso che potrebbe risultare affascinante per i cultori della dietrologia, dei patti occulti e delle trattative: niente da dire se fosse stato fatto in privato. Invece sono le parole pronunciate da un procuratore generale, che ha lavorato a Palermo (dove fu protagonista nel ’92 della richiesta di archiviazione dell’indagine del Ros “Mafia e appalti”). Quelle di Scarpinato sono accuse precise e forti, parole di condanna politica che superano le condanne giudiziarie sui casi a cui si riferisce (visto che non sono state emesse sentenze sulla trattativa nemmeno in primo grado). A chi si riferisce il magistrato? Che prove o evidenze ha, visto che, piaccia o no a Scarpinato, nel caso di «politici regionali e nazionali o di alti giudici» anzi le condanne in Cassazione si sono trasformate in assoluzioni definitive (esempi storici sono state le assoluzioni di Corrado Carnevale o di Calogero Mannino)? Se un magistrato, tenuto al dovere professionale del riserbo e dell’equilibrio, si spinge ad accusare in piazza i principali vertici dello Stato, dovrebbe farlo sulla scorta di informazioni e prove dettagliate. O non dovrebbe farlo. Invece lo ha fatto, ma non risulta che abbia poi depositato informazioni davanti alla magistratura inquirente. È su questo tema che ora si sta consumando anche uno scontro interno alla magistratura. Un tema che si attorciglia su un’altra domanda: qual è il limite di un magistrato al dovere di accertare la verità giudiziaria? Può egli parlare, come ha fatto Scarpinato, di Verità tout court? In altre parole: che differenza passa tra un magistrato e, per esempio, uno storico o uno scrittore?

In seguito al discorso di Scarpinato il Csm ha chiesto l’apertura di un fascicolo per valutare l’equilibrio e la terzietà nell’esercizio del ruolo di magistrato, di cui ora si occuperanno la prima commissione Csm (trasferimenti d’ufficio per incompatibilità dei magistrati) e il Procuratore generale di Cassazione. Ma proprio in seguito all’apertura della pratica, il mondo di Area si è sollevato. Prima sono partite le mail di sgomento, di fronte alla scelta del Csm, poi un documento di solidarietà al giudice, nato proprio da Area, che in queste ore raggiunge le 170 firme e che verrà inviato al Csm. «Il discorso di Scarpinato – scrive il pm Marco Imperato – è stato un intervento altissimo, che esprimeva l’emozione per quanto successo 20 anni fa e soprattutto la sofferenza interiore di chi vede certe figure di servitori dello Stato svuotate, se strumentalizzate da persone la cui condotta politica non corrisponde a quei valori». Centosettanta nomi che però non hanno risposto ad un interrogativo ancora aperto. Che fine ha fatto – data la mancanza di riscontri specifici alle accuse mosse da Scarpinato – quel dovere del magistrato di «imparzialità, correttezza, diligenza, laboriosità, riserbo e equilibrio e rispetta la dignità della persona nell’esercizio delle funzioni» stabilito dall’articolo 1 del decreto legislativo 109/2006 che regola la professione? E dov’è finito, davanti ad accuse così gravi adombrate sulle istituzioni di un Paese, il dovere di terzietà ed equilibrio sancito dalla Costituzione? Per il momento, sul tema, non è pervenuta risposta.

 

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2 Commenti

  1. francesco taddei scrive:

    Luciano Violante (Libro “Magistrati”) : “la magistratura deve essere un leone, ma un leone sotto il trono”. ecco perchè sono convinto che l’emendamento Pini (punibilità dei giudici su qualsiasi violazione del diritto) sia un atto di democrazia verso i cittadini, che sempre di più subiscono un potere autoreferenziale, senza responsabilità, che, Dio non voglia, potrebbe cambiare le sorti del voto democratico. Luciano Violante for President!

  2. Marco Panighel scrive:

    Trovo che questo articolo contenga delle gravi inesattezze in punto di fatto e giunga a conclusioni a mio avviso discutibili.
    Alcune precisazioni circa i fatti cui si fa riferimento:

    1°- “(…)data la mancanza di riscontri specifici alle accuse mosse da Scarpinato”; “A chi si riferisce il magistrato? ”
    Quando Scarpinato parla di “politici regionali e nazionali” è chiaro che faccia riferimento (per fare solo due esempi ) a Giulio Andreotti, sette volte Presidente del Consiglio, ventuno volte ministro della Repubblica, giudicato colpevole con sentenza definitiva per il delitto di associazione a delinquere con Cosa Nostra, reato commesso fino alla primavera del 1980 (reato accertato, che non ha portato a sentenza di condanna perché è intervenuta la prescrizione, mentre per le condotte successive alla primavera dell’80 Andreotti è stato assolto); si riferiva a Salvatore Cuffaro, già Presidente della Regione Sicilia e Senatore, condannato in via definitiva a sette anni e mezzo di reclusione per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra e rivelazione di segreto d’ufficio. Quando invece Scarpinato menziona “vertici dei servizi segreti e della polizia”, si riferisce senza dubbio a Bruno Contrada, già dirigente della Polizia di Stato (capo della Squadra Mobile di Palermo) e poi numero tre dei servizi segreti civili (SISDE), condannato con sentenza irrevocabile a 10 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Si riferisce inoltre all’ex maresciallo della GdF Giuseppe Ciuro e all’ex maresciallo del Ros dei Carabinieri Giorgio Riolo, che sono stati processati assieme a Cuffaro e condannati per gli stessi reati per i quali è stato condannato Cuffaro. L’elenco potrebbe essere più lungo, con riferimento a persone meno celebri di quelle appena menzionate, ma credo che un’attenta ricerca su google possa mettere chiunque sulla strada giusta.

    2°- “(…) le condanne in Cassazione si sono trasformate in assoluzioni definitive (esempi storici sono state le assoluzioni di Corrado Carnevale o di Calogero Mannino)”.
    Qui mi permetto di far notare l’esigenza, se si pretende di trattare questa materia, di andarsi a leggere anche le motivazioni delle sentenze, anziché limitarsi al dispositivo, al fine di evitare di citarle a sproposito. Senza entrare troppo nel dettaglio (le sentenze si possono trovare in internet) spiegherò che:
    nel caso di Mannino, i giudici che l’hanno assolto hanno ritenuto certi e provati i suoi contatti e i suoi legami con Cosa Nostra, e l’appoggio elettorale che lui sapeva di ricevere dai boss, mentre hanno ritenuto non provati gli eventuali atti che Mannino avrebbe compiuto (secondo l’accusa) come contropartita a questi favori (prova che sarebbe stata necessaria per una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa).
    Nel processo al giudice Corrado Carnevale è successo questo: la sentenza di condanna emessa dalla Corte d’Appello di Palermo (29 giugno 2001) si basava, oltre che sulle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, soprattutto sulle testimonianze di alcuni giudici i quali avevano raccontato le pressioni esercitate da Carnevale su di loro affinché decidessero di prendere certe decisioni su processi che riguardavano imputati accusati di delitti di mafia. La Cassazione ha annullato la condanna sostenendo che quelle testimonianze (su cui la sentenza di condanna si fondava) erano prove inutilizzabili perché tutto ciò che accade in camera di consiglio (dove i giudici elaborano le proprie idee e prendono la loro decisione in merito a un processo) deve rimanere segreto.
    Con queste specificazioni non voglio concludere che Mannino e Carnevale dovrebbero essere stati condannati, ma solo mostrare in che modo anche una sentenza di assoluzione possa contenere la dimostrazione di certi comportamenti che, se pur ritenuti penalmente non rilevanti, possono essere considerati quanto meno riprovevoli sul piano morale o da un punto di vista di responsabilità politica, e quindi oggetto di critiche da parte dei cittadini se quelle condotte sono state realizzate da personaggi che ricoprono o hanno ricoperto cariche pubbliche.

    3°- “(…)non sono state emesse sentenze sulla trattativa nemmeno in primo grado”.
    In realtà la Corte d’Assise di Firenze lo scorso 12 marzo ha emesso una sentenza, sulle stragi del 1993 compiute da Cosa Nostra fuori dalla Sicilia, in cui dedica più di cento pagine alla descrizione del movente, individuato nella trattativa fra Stato e Mafia, che considera come “certa”.
    Testualmente: “Una trattativa indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des. L’iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia.”
    (E questo per non menzionare, oltre alle dichiarazioni di collaboranti, i numerosi atti, le informative e le testimonianze di agenti di polizia giudiziaria che fin dal settembre del 1993 fanno riferimento alla “trattativa”).

    4°- La lettera di solidarietà a Roberto Scarpinato. Qui non voglio fare una correzione, ma solo un completamento della notizia: alla lettera, scritta su iniziativa dei magistrati delle correnti raggruppate in Area, hanno aderito numerosissimi appartenenti alle altre correnti (quelle non di sinistra), e inoltre si sono detti prossimi alla sottoscrizione anche avvocati, professori universitari e magistrati onorari, i quali sostengono tutti di condividere appieno le parole pronunciate da Scarpinato il 19 luglio scorso in Via D’Amelio.
    (Interessante, inoltre, osservare come i magistrati delle correnti di sinistra dell’Anm siano stati definiti “agguerriti”, mentre le correnti non di sinistra siano le più rassicuranti “moderate”).

    Fatte queste precisazioni, che prescindono da un punto di vista soggettivo e dall’opinione che ciascuno può legittimamente farsi su queste vicende, mi soffermerò brevemente per spiegare perché –a mio modo di vedere- ritengo discutibili le conclusioni a cui giunge l’articolo in commento.

    Al di là delle inesattezze che spero di aver aiutato a chiarire, non condivido le conclusioni dell’articolo perché –a mio modesto parere- incarna quella convinzione, purtroppo oggi ancora diffusa presso parte dell’opinione pubblica, secondo cui un magistrato non dovrebbe esprimere la sua opinione di libero cittadino se questa si rivela critica nei confronti della politica o di parte delle istituzioni. Per smentire la correttezza di questa impostazione basterebbe qui citare la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, in materia di diritto di libera manifestazione del pensiero, secondo la quale i diritti di libertà sono stati conferiti per poter parlare male di chi detiene il potere, perché per parlarne bene c’erano già i cortigiani, non era necessario il riconoscimento di diritti di libertà.

    Alcuni però ritengono che un magistrato non dovrebbe mai far trasparire le proprie idee politiche: devo dire che nel caso specifico oggetto dell’articolo non vedo come questo possa accadere, visto che i temi che emergono dalle parole di Scarpinato, cioè la condanna delle stragi e dell’appoggio politico alla mafia, non sono, o non dovrebbero essere, prerogativa solo di alcune parti politiche, ma un valore comune a tutto l’arco costituzionale; più in generale, ritengo che considerare come una grave violazione il fatto che un magistrato abbia (ed esprima) determinate idee o indirizzi politici – salvo i casi estremi, che integrano illeciti disciplinari – sia un’idea assolutamente priva di senso.
    Mi spiego: se si ritiene che un magistrato (PM o giudice) utilizzi i propri poteri e il proprio ruolo per perseguire finalità che sono dettate dalla sua appartenenza politica, violando le norme che regolano il suo operato, allora lo si sta accusando – quanto meno – di un grave reato (abuso d’ufficio), e quindi chi si fa portatore di un’accusa così grave dovrebbe come minimo allegare delle prove a sostegno della propria tesi e non limitarsi a delle mere insinuazioni, oppure dovrebbe avere il buon gusto di tenere per se queste affermazioni diffamatorie (o forse questo principio vale solo quando i PM accusano un imputato e non vale più quando l’imputato o suoi simpatizzanti accusano i PM? );
    se invece si ammette che un magistrato abbia rispettato tutte le regole procedurali e non abbia commesso errori o abusi nell’esercizio delle sue funzioni, allora la sua appartenenza politica (eventualmente in contrasto con quella dell’imputato) non ha la ben che minima rilevanza, perché quello che conta è il rispetto delle regole.

    Ad ogni modo, comunque la si veda, sottolineo che questo caso specifico esula dall’ipotesi appena prospettata, visto cha dalle parole di Roberto Scarpinato non emerge alcun indizio di adesione ad un partito politico o ad un’area politica, essendosi fatto sostenitore di valori condivisibili e condivisi tanto da chi si ritiene di destra, quanto da chi è di sinistra, facendo riferimento a fatti accertati da sentenze definitive (descritti nei punti da 1 a 3 di questo commento), sottolineando l’importanza del principio costituzionale di eguaglianza i tutti i cittadini davanti alla legge e l’esigenza di arrivare alla verità sui gravi fatti che stanno dietro le stragi del ’92, ’93, qualunque sia il risultato a cui porteranno le indagini, anche se ad essere indagati sono uomini delle più alte istituzioni del nostro Paese.

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