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Caso Papa, la Lega agita il cappio come nel ’92 e torna alleata del Pd

luglio 25, 2011 Pietro Mancini

Votare per l’arresto di Alfonso Papa, come di ogni altro parlamentare, che non sia stato trovato a sparare in piazza (come capitò al missino Saccucci), significa accettare l’idea che il Parlamento sia menomato per iniziativa di un procuratore della Repubblica

Nella storia repubblicana, non era mai avvenuto che si autorizzasse la detenzione preventiva di un parlamentare, se non per fatti di sangue (4 volte in 63 anni). Persino nella drammatica legislatura di Tangentopoli e con il “Parlamento degli inquisiti”, le Camere respinsero 28 richieste su 28. La data del 20 luglio resterà, pertanto, nella storia. Nel Carroccio, ha prevalso la linea dura di Maroni, mentre i democratici, influenzati dall’abile Di Pietro, si sono allineati, come avviene da 20 anni, alle posizioni delle toghe più “manettare” e nessun franco tiratore ha salvato dal carcere Alfonso Papa. Dunque, sconfitta politica per la traballante maggioranza (o ex?) e in prigione l’ex magistrato, che potrebbe tuttavia lasciare Poggioreale e raggiungere Montecitorio per votare, come prevede la Costituzione.

Nell’annunciare il voto favorevole all’arresto e nel respingere le obiezioni del Pdl sulla regolarità del voto, il presidente della Camera Fini, tutt’altro che super partes – una delle anomalie e non di poco conto dell’attuale convulsa fase politica – non ha nascosto la sua soddisfazione, affrettandosi subito a comunicare la “bella notizia” al capo della Procura di Napoli, dottor Lepore. Omettendo di far rilevare, come avrebbe dovuto, all’alto magistrato la singolare disparità di trattamento tra gli indagati: agli arresti nel suo villone romano il capo della presunta “P4″, Gigi Bisignani; in cella a Poggioreale un deputato in carica, personaggio che i suoi ex colleghi – ma tutt’altro che suoi amici – della Procura partenopea ritengono di secondo piano rispetto al maneggione romano, ex giornalista dell’Ansa.

Gianfranco – il “kamikaze diventato soufflè” (Pietrangelo Buttafuoco dixit) – fu supergarantista solo qualche anno fa con il suo portavoce, accusato di “concussione sessuale” e peculato (servizietti, alla Lewinsky, richiesti a una avvenente soubrette calabrese, scarrozzata alla Farnesina in auto blu, in cambio di comparsate in Rai). A sinistra è emerso ancora una volta Massimo D’Alema che, con abilità, ha guidato l’operazione di “salvataggio ” da parte del Senato del “suo” parlamentare barese, Alberto Tedesco. E, alla Camera come a Palazzo Madama, i leghisti sono tornati i preziosi alleati del Pd, appartenenti a quella “costola della sinistra” di dalemiana memoria, per assestare il colpo probabilmente esiziale al declinante berlusconismo.

Votare per l’arresto di Alfonso Papa, come di ogni altro parlamentare, che non sia stato trovato a sparare in piazza (come capitò al missino Saccucci), significa accettare l’idea che il Parlamento sia menomato per iniziativa di un procuratore della Repubblica. E l’arresto dell’amico di Bisignani crea un precedente, da cui sarà difficile discostarsi. Al di là degli episodi, emerge la sconfitta di Silvio Berlusconi nei confronti dell’ordine giudiziario, che non solo non è stato ricondotto entro il suo alveo fisiologico, come non si stanca di auspicare Giorgio Napolitano, ma straborda, affermando il primato del suo giudizio sulla volontà del corpo elettorale.

Molti parlamentari, e segnatamente gli anti-meridionalisti della Lega Nord, avevano una voglia matta di tornare ai cappi, esibiti alla Camera nel 1992, nell’epoca di Tangentopoli, contro i “ladroni” del pentapartito. Quindi, Bossi e soprattutto Maroni hanno respinto le pressioni, evidentemente ritenute non convincenti, di Berlusconi, per potere tornare sui monti e in piazza, in Padania, e dire: avete visto, lo abbiamo fatto arrestare quel mascalzone napoletano! I leghisti, non proprio dei De Gasperi quanto a intelligenza politica, non sanno che da oggi altre toghe, alla ricerca del proprio momento di gloria, potrebbero chiedere le manette anche per loro. Non avrà importanza alcuna che le accuse siano fondate o campate in aria perché del processo e della sentenza non importa a nessuno. Maroni si è vantato di non aver letto una riga dell’incartamento su Papa!

Dopo avere detto di sì alla cella per don Alfonso, gentile on. Versace, nominato dal Cavaliere nella lista calabrese del Pdl, come potrete opporvi ad altri arresti? E se spuntasse un plotone di “pentiti” di ‘ndrangheta, seppur bugiardoni come Ciancimino e Spatuzza, e decidesse di accusare anche Lei, come è capitato allo statista calabrese più noto del 1900, Giacomo Mancini, e qualche toga progressista, ca va sans dire, decidesse di credergli, inviando alla Camera la richiesta di custodia cautelare, Lei, Versace, come si regolerebbe? Trema, adesso, un altro deputato berlusconiano, Mauro Milanese, l’ex braccio destro del ministro dell’Economia.

E proprio Tremonti non ha dimostrato nè coraggio politico nè generosità personale nella difesa dei suoi più stretti collaboratori, finiti nella bufera per l’inchiestona dei pubblici ministeri di Napoli, Curcio e Woodcock. Al contrario, il professore di Sondrio ha sfoggiato, come una medaglia, una nota del capo di quella Procura, Lepore, che ha assicurato la sua estraneità alla delicata istruttoria. Siete sicuri che, nella sin troppo vituperata prima Repubblica, leader come Enrico Berlinguer, Giacomo Mancini, Bettino Craxi, Aldo Moro e Giorgio Almirante non si sarebbero assunti pubblicamente le proprie responsabilità, scaricando i collaboratori come si fa con i polverosi incartamenti, ormai inutili e da spedire in archivio? Ne dubito, avendo apprezzato la statura, politica e morale, di quei dirigenti e anche i rispettivi “attributi”, che dimostravano di avere al posto giusto, soprattutto nelle fasi tempestose.

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