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Caruso e quel canto napoletano che incantò Dalla e Donizetti, Giussani ed Escrivá

febbraio 25, 2013 Matteo Rigamonti

Centoquarant’anni fa nasceva il tenore che ha portato la canzone napoletana in tutto il mondo. Pippo Corigliano: «Tutti possono cantare e apprezzare le canzoni napoletane»

Centoquarant’anni fa a Napoli nasceva il tenore Enrico Caruso (25 febbraio 1873 – 2 agosto 1921), interprete della grande tradizione operistica italiana con brani, tra gli altri, di Rigoletto e La Traviata di Giuseppe Verdi, Elisir d’amore di Gaetano Donizetti e Tosca di Giacomo Puccini. Oltre a portare l’opera italiana al Metropolitan di New York e essere stato tra i primi a incidere dischi, Caruso è stato anche tra quei cantanti d’opera che, assieme a Beniamino Gigli, hanno contribuito a far conoscere al mondo il ricco repertorio della canzone napoletana. tempi.it ne parla con Pippo Corigliano, già portavoce dell’Opus Dei e appassionato di musica operistica e napoletana.

Corigliano, che legame c’è tra la tradizione operistica italiana e il canto popolare napoletano?
Il canto popolare napoletano ha origini che si perdono nel Medioevo. I napoletani sono canterini da sempre e l’educazione musicale – anche quella di una mamma che canta – ha forgiato il loro carattere notoriamente aperto, solare, sensibile, incantato. Quando si va a Napoli si scorgono i problemi sociali di cui parlano i media ma si avverte anche un tipo di civiltà originale dove i sentimenti, l’accoglienza, l’umorismo hanno piena cittadinanza. L’opera buffa, una delle radici dell’opera lirica, è nata a Napoli, dove la convivenza sociale tra nobili e popolani c’è sempre stata, i palazzi nobiliari non erano isolati ma sorgevano in pieno centro. I nobili parlavano il napoletano e il popolo aveva dimestichezza con la vita e i costumi dei benestanti. Da ciò deriva la mancata distinzione netta fra la canzone popolare e l’opera lirica. La canzone popolare Io te voglio bene assaje è attribuita a Donizetti e del compositore bergamasco “napoletanizzato” è anche l’aria Una furtiva lacrima dell’Elisir d’Amore che potrebbe essere, per sentimento e musicalità, una splendida canzone napoletana.

 Una delle più belle immagini della musica italiana degli ultimi anni vede il tenore Luciano Pavarotti e il cantante Lucio Dalla duettare in Caruso, sul palco del Pavarotti & Friends a Modena.
Con tutta l’ammirazione per Pavarotti, direi che non basta una grande capacità vocale per essere un buon interprete di canzoni napoletane. Dalla e Mina non sono napoletani eppure cantano con passione risultando ottimi interpreti delle canzoni napoletane. Ricordo che mia madre, ascoltando Mina che cantava “Na sera ‘e maggio, commentò commossa: «L’abbraccerei!».

«Era de maggio meglio dei Beatles», ha detto una volta Dalla, bolognese appassionato visceralmente di canzone napoletana.
Dalla era un vero artista. Basta pensare a come ha reinterpretato “Anema e core.

Anche Luigi Giussani e San Josemaría Escrivá erano affascinati dai canti napoletani. Giussani diceva che «introducono il mistero di Cristo più di qualsiasi altra produzione artistica». Escrivà li definì «un bel modo di fare orazione».
L’amore è uno solo e quando si canta l’amore si può pregare, perché Dio è amore: questo l’ho imparato da San Josemaría. Mi ha commosso don Giussani, brianzolo, per la sua sensibilità nei confronti della canzone napoletana. Non è scontato che chi nasce al Nord riesca a sintonizzarsi con lo spirito napoletano. Forse quest’affinità elettiva è scattata perché a Napoli l’umanità è continuamente affiorante e don Giussani era innamorato di Gesù, Dio e uomo. Aveva ragione. Ciò che è umano rimanda immediatamente a Gesù e questo i santi lo capiscono subito.

I canti napoletani piacciono solo ai cattolici?
I cattolici non sono certo una razza a parte. Tutti possono cantare e apprezzare le canzoni napoletane. Dopo ore di lavoro provate a mettere un cd di canzoni napoletane in macchina, magari eseguite da Roberto Murolo. Immediatamente la fronte si distende e affiora un sorriso, così si diventa più buoni. Tornando a Caruso, invece, mi viene in mente quando negli anni 60 andavo a fare doposcuola ai ragazzi del quartiere popolarissimo di Forcella, allora famoso per il contrabbando. Sembravano tutti dei Caruso, cantavano benissimo e rifacevano le voci dei cantanti in voga. Questa è un’altra caratteristica della musicalità della città, divora tutto ciò che si suona in giro e lo restituisce “napoletanizzato”. Pensi a Carosone, Arbore (napoletano onorario), Pino Daniele. Non c’è jazz, rock, ritmi e blues che tengano, tutto si “napoletanizza”. D’altra parte non si perde la tradizione melodica, basta pensare a Maria Nazionale e all’ultimo Festival di Sanremo.

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