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Carolina Kostner: «Il mio pattinare rappresenta la mia vita»

maggio 11, 2015 Matteo Rigamonti

Intervista alla grande pattinatrice italiana, che riesce sempre a comunicare un quid in più che non passa mai inosservato.

Se è vero che il genio è sempre, in qualche misura, profeta dell’umano, così come di ciò verso cui il cuore dell’uomo inesorabilmente tende, anche Carolina Kostner può, nel suo ambito, essere considerata una profetessa. Profetessa del pattinaggio, proprio come Patti Smith lo è stata, a suo tempo, della musica Rock. Che le esibizioni dell’atleta bolzanina siano, del resto, in grado di evocare sentimenti unici nel pubblico, lo dimostra, da anni, il silenzio stupefatto che puntualmente cala sugli spalti dei palazzetti del ghiaccio di tutto il mondo ogni volta che si esibisce. Cosa che non capita affatto a tutte le sue colleghe, nemmeno ad alcune più blasonate di lei. Sia che si tratti delle Olimpiadi invernali sia che si tratti di esibizioni “pop”, come tante ne interpreta, Carolina riesce sempre a comunicare un quid in più che non passa mai inosservato. Tanto da lanciare un messaggio artistico che travalica la ristretta cerchia degli addetti ai lavori. Talento cristallino e personalità mai banale, come spesso accade ai più grandi campioni popolari di tutti tempi, l’italiana pattinatrice più medagliata di sempre, ha accettato di raccontarsi in questa intervista ai lettori di tempi.it. Mettendoci «anima e cuore» come sempre, finora, ha dimostrato di voler fare. Nella vita sul ghiaccio e in quella di tutti i giorni non appena scende dai pattini.

Signorina Kostner, perché quando pattina cala il silenzio sugli spalti?
Non so esattamente il perché. Se è veramente così, è fantastico. Io creo le mie coreografie non solo per i giudici, ma per la gente che ama il mio sport e che ha piacere a venire a vedermi pattinare. “Sentire” il silenzio mentre pattino è una sensazione favolosa.

Guardano lei oppure è in grado di evocare particolari sentimenti in chi la osserva?
Saper prendere l’attenzione della gente, al giorno d’oggi, non è semplice. È difficile essere originali e diversi. Il mio pattinare rappresenta la mia vita, la mia storia, i miei alti e i miei bassi. Esprimo quello che ho dentro. Sul ghiaccio “sono” e basta, si ferma il tempo.

Deve ammettere, però, che non succede a tutte le pattinatrici di vivere una simile empatia con il pubblico. Come se lo spiega?
Non lo so spiegare. Sarà la simpatia di noi italiani!

Il suo successo ha contribuito ad attrarre pubblico verso uno sport che, altrimenti, non avrebbe avuto tanta visibilità, come è successo, per esempio, con Valentino Rossi nel motomondiale o Marco Pantani e Vincenzo Nibali in sella a una bici. Cosa accomuna successi così popolari?
Amiamo fino in fondo quello che facciamo.

Quanto conta il talento?
Conta poco se non hai la pazienza per comprenderlo, se non hai la disciplina di coltivarlo e se non impari ad amarlo.

Perché la più forte pattinatrice italiana di sempre è anche una delle più criticate dalla stampa?
Spiegatemelo voi! Io ho dato anima e cuore a questo sport. Ho raccolto successi e delusioni. Non c’è un campione che nella sua carriera non abbia mai vissuto momenti duri. Sono quelli che ti mettono alla prova e che se li superi ti rendono più forte. Nella vita bisogna avere il coraggio di essere se stessi. Cadere è umano ma ci si rialza sempre e più forte di prima.

Oltre alle spiccate doti atletiche e tecniche, colpiscono l’eleganza e la leggerezza con cui si esibisce, segno di un gusto del bello non comune. Dove si alimenta questa caratteristica così personale?
Le bellezze del mio paese mi ispirano. L’Italia ha un patrimonio d’arte come nessun’altro paese al mondo e mi sento onorata ma anche responsabile di far vedere al mondo chi siamo veramente. Inoltre ho ereditato il senso artistico da mio zio e mio nonno, tutti e due direttori dell’accademia d’arte di Ortisei. Studio al DAMS storia dell’arte e adoro la bellezza della semplicità.

A volte ha dimostrato una certa insofferenza nei confronti dei rigidi parametri con cui le giurie valutano le pattinatrici, talvolta persino imbrigliandone il potenziale artistico ed espressivo. Come mai?
Il pattinaggio è la mia vita. Non lo sono le medaglie. La bellezza dello sport non sono le vittorie ma il cammino che fai per arrivarci, dietro ci sono una marea di ore, giorni e settimane di dura preparazione per un evento che può andare bene o male. Adoro il percorso, le cose che imparo, i professionisti con cui ho l’onore di poter lavorare insieme. La vittoria o la medaglia alla fine è la ciliegia sulla torta. Ho le capacità per vincere e le voglio sfruttare senza avere rimpianti un giorno. Se non ce la farò, almeno ci avrò provato fino in fondo.

Nei suoi spettacoli “pop” insegue una libertà espressiva che nei palazzetti olimpionici non trova?
È semplicemente un modo diverso di esprimersi. La gara è basata sul confronto con le altre atlete. L’impostazione della coreografia e gli elementi tecnici sono impostati seguendo delle regole precise. E la creatività è un po’ compromessa. Invece, negli spettacoli, la coreografia è fatta apposta per il pubblico e per il piacere di danzare, per me è come volare liberamente sul ghiaccio.

Cosa vuole comunicare al pubblico con i suoi balzi e balletti?
La mia passione e l’amore per questo sport.

All’Olimpiade invernale di Sochi, che l’ha definitivamente consacrata, vincendo una medaglia quando alcuni la davano già per finita, ha accostato al Bolero di Ravel l’Ave Maria di Schubert; come si giustifica la scelta delle musiche e a quali criteri risponde?
Ho voluto rappresentare i due mondi interni che ognuno di noi ha dentro. Il sacro, con l’Ave Maria, e il profano, con il Bolero. L’uno non esiste senza l’altro.

Schubert, Mozart, Sostakovic. Sono molti gli autori di musica sacra che accompagnano le esibizioni di voi pattinatrici. Quanto conta per lei la fede?
La fede ti aiuta a trovare la forza interna, sopratutto nei giorni difficili.

Come vive la durezza di un processo che la vede coinvolta per presunte complicità con il maratoneta Schwarzer nel suo ricorso al doping e con cui ha avuto una relazione in passato?
È dura. Io non ero a conoscenza che il mio ex fidanzato si dopasse e ciò è stato confermato anche nella sentenza. Mi hanno condannata lo stesso a 1 anno e 4 mesi. Alex mi chiese di dire al controllore che era venuto a cercarlo a casa mia ad Oberstdorf che lui non era lì perché aveva dato la sua reperibilità a casa sua a Racines. In buona fede, in quell’attimo, feci ciò che mi aveva chiesto, senza poter neanche immaginare il vero motivo della sua richiesta. Tant’è vero che il controllo lo effettuò la sera stessa a casa sua a Racines.

La sua professione, oltre al pattinaggio, è quella della poliziotta carceraria, in un paese in cui grandi sono le privazioni per i detenuti. Che rapporto ha con questa dura realtà?
Io mi sento orgogliosa di fare parte del Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre della Polizia Penitenziaria. Devo ringraziarli per il supporto e la fiducia che hanno sempre avuto in me sia nei momenti dei successi sportivi sia in quelli di difficoltà. Sento il senso di appartenenza che mi lega a questo Corpo e spero che anche i miei colleghi che svolgono i compiti più difficili e ingrati siano felici quando riesco a regalare qualche successo sportivo.

Il tempo libero lo spende visitando l’ospedale psichiatrico Gaslini di Genova. Come mai una ragazza così fine passa del tempo a contatto con così difficili condizioni di sofferenza?
La salute è la più grande ricchezza che possiamo avere. Ci tengo fortemente a dare un aiuto, un sorriso a chi ne ha bisogno.

L’anno che l’attende non offre garanzie su come progettare l’immediato futuro; a cosa non rinuncerà?
Non rinuncerò a stare in famiglia e sono sicura che anche questa bufera venga presto a buon fine.


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