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Carolina, che ha perdonato l’assassino di suo figlio. «Non una pacca sulla spalla, ma un cammino di redenzione»

gennaio 7, 2013 Benedetta Frigerio

A casa di Carolina Cenzato, la madre di Lorenzo, diciottenne ucciso nel 2011 da un coetaneo. «Il mondo, per conoscere la pace e la giustizia a cui aspira, ha bisogno innanzitutto di misericordia».

Sovico (Monza Brianza). Entri nella casa di una madre a cui hanno ucciso il figlio un anno e mezzo fa. E trovi tutto troppo normale: «Scusi se le salta addosso il cane. Ha paura? Non tema, è buona», sorride la donna mentre l’accarezza dolcemente. Carolina è la madre di Lorenzo, il diciottenne brianzolo ucciso da un giovane ecuadoregno il 10 agosto del 2011. Appena si siede sospira perché non è facile parlarne, sorride ancora, poi abbassa gli occhi vivissimi che si riempiono di lacrime. Li asciuga: «Ma mi sento chiamata a raccontare, poi subito dopo provo sempre pace sa?». C’è qualcosa di strano in questa casa ancora normale dopo una simile tragedia.

NEI PANNI DELL’ASSASSINO. Da dove le viene questa pace? «Un cammino di fede mi ha portata al perdono immediato: non ci ho pensato su». Tutto inizia quando Lorenzo comincia le scuole e Carolina capisce «che avevo bisogno di aiuto, che non bastavo a me stessa. Trovai in Radio Mater una compagnia fatta di bisognosi come me e di preghiere all’Unico che può risponderci. Poi la visita alla Madonna di Lourdes otto anni fa e da lì la partecipazione a un gruppo di preghiera che frequento tutte le settimane». Poi l’omicidio e il perdono immediato: «Con il cuore sanguinante, noi perdoniamo. Il bene deve vincere su tutto», aveva dichiarato subito Carolina, ricordando al mondo lo sguardo di cui ha più che mai bisogno.
Oggi la donna confessa che il desiderio che quel ragazzo possa ricominciare è pure maggiore, «perché tutti nella vita possiamo sbagliare. Io non so come sia cresciuto, non so se qualcuno lo ha mai aiutato. Ma non credo, dato che era segnalato alle forze dell’ordine eppure girava lasciato a se stesso. Penso alla difficoltà dei giovani che, in un mondo ostile alla felicità, spesso non trovano chi gli proponga un impegno di vita verso di essa».
Carolina è arrivata a dire che, al posto del suo assassino, poteva esserci Lorenzo. «È possibile, potevo esserci anche io. Tutti sbagliamo, a volte senza volerlo, a volte perché non sappiamo ciò che stiamo facendo». E la libertà? «C’è sempre la libertà dell’uomo, ma è ferita, in certi casi anche più gravemente. Quando questo ragazzo si accorgerà delle conseguenze del suo atto sarà difficile non disperarsi. Perciò voglio che sappia che lo perdono, come ho già detto ai suoi genitori. E che si può ricominciare, cambiare, riscattarsi. Perché c’è qualcuno che continua ad amarci qualunque cosa abbiamo fatto. Perché di perdono anche io ne ho bisogno».

DA DOVE VIENE LA PACE. Carolina sostiene che il perdono non è una generica e tollerante pacca sulla spalla, che lascia solo più soli: «La giustizia deve fare il suo corso. Ma cos’è la giustizia se non un cammino di redenzione?». Non è vendetta? «Mio figlio non me lo ridarebbe indietro né il rancore né la vendetta. Noi pensiamo che quando uno sbaglia deve pagare marcendo in carcere. Invece perché il mondo possa vivere nella pace e nella giustizia serve l’opposto, serve usare misericordia. Rispondere al male con il bene. Il bene è la nostra unica arma oggi».
Forse sta qui il segreto di una casa piena di pace, dove ancora due sposi si possono guardare sorridendo come Carolina con il marito Renato. «Non piangiamo tutto il giorno, siamo sereni anche perché sono sicura che Lorenzo ora sta bene. Si può dire che lui è fortunato perché è dove tutti aspiriamo ad andare: davanti all’amore totale di Dio, senza più pena. Mentre noi dobbiamo ancora tribolare per arrivare alla meta». Una meta a cui si giunge nella prova che «per alcuni è misteriosamente più dura che per altri… Lorenzo manca, manca, manca, ma so che ci riabbracceremo».
Come possa proclamare con tanta naturalezza il perdono, Carolina lo spiega anche così: «Ero già vicina a Gesù che ha detto mentre lo uccidevano: “Perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Il mio cuore era forse preparato. E penso che attraverso questo il Signore mi faccia la grazia di qualcosa che non è umanamente possibile. Da Lui traggo continuamente forza».

GLI AMICI E IL PAPA. Una forza con dei volti che si sono moltiplicati dopo la morte di Lorenzo. Li chiama angeli in carne ed ossa: «Ho fatto degli incontri bellissimi. Penso fra i tanti amici a Ernesto Olivero, fondatore del Sermig di Torino, che ha dato la sua vita per proporne ad altri una al servizio del bene. L’amicizia con lui è importantissima, anche per mia figlia Mara, che spesso va a trovarlo con altri amici. Grazie a Lui sono stata anche dal Papa il 4 febbraio dell’anno scorso».
Carolina spiega che davanti al Santo Padre non è riuscita a dire nulla. «Non sentivo nemmeno le sue parole. Ricordo solo i suoi occhi su di me: erano quelli di uno che non vuole altro se non dirti che ti ama senza misura». Mentre Mara, al fianco della madre, riesce a cogliere le parole di Benedetto XVI che dice alla donna: «Grazie per aver perdonato».

UN SACRIFICIO NON VANO. Ma la compagnia è stranamente anche quella di Lorenzo: «Quando ho qualche difficoltà o problema, lo invoco e accade sempre qualcosa, so che veglia su di me. Il suo affetto enorme di quando era in vita mi manca, ma non posso negare che ora ha una potenza nuova».
Lorenzo era così, un tipo sempre positivo, che rispondeva al male con il bene, proprio come ora fa sua madre. A raccontarlo sono gli amici: «Li ho conosciuti, sono ragazzi semplici e buoni. Al contrario di come è apparso e forse pensavo anche io. La sua compagnia se l’era scelta bene: una sua amica mi ha raccontato di quando fu esclusa dal loro giro. Mio figlio disse che di amici così non se ne faceva nulla e se ne è cercato altri. Lei ha confessato che questo episodio le aveva fatto percepire che c’era qualcuno che le voleva benissimo. Altri mi hanno detto che non sopportava di vedere nessuno triste. Quando succedeva faceva di tutto per ironizzare e tirare su il morale degli altri. Forse sta qui l’unico rammarico, di non averlo aiutato in questo: ai giovani vanno aperte le porte di casa, servono adulti e famiglie stabili che li sostengano».
E pensare che quando Carolina guardava Lorenzo pregava che fosse totalmente di Dio per diventare un trascinatore di anime. Un desiderio che non ha preso la forma pensata, ma che forse in questa donna ne sta assumendo un’altra: «Mi chiamano in continuazione per andare a parlare in tv o per un’intervista, sono stupiti dalla mia posizione». Molti rimangono colpiti, altri dicono di essere cambiati. Ma il cuore di Carolina è rivolto più di tutti a uno. Quello dell’assassino di Lorenzo: «Credo e spero che il sacrificio di mio figlio, che ha fermato un ragazzo sulla via della perdizione, possa servire per riscattalo». Carolina ha lui nel cuore quando parla a tutti di misericordia. Con una predilezione che rende il suo perdono ancor più eccezionale.

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