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Caro Monti, per le piccole e medie imprese i conti non tornano

novembre 4, 2012 Lura Borselli

«La legge di stabilità penalizza tutti tranne le casse pubbliche». A un anno dell’approvazione dello Statuto delle imprese, Raffaello Vignali sgrida il governo

È passato un anno dall’entrata in vigore dello Statuto delle imprese (legge 180): 3 novembre 2011 – 3 novembre 2012. Una legge che Camera e Senato hanno approvato all’unanimità e che è nata per riconoscere e incentivare il ruolo delle imprese e degli imprenditori, rendere visibili quei milioni di cittadini che ogni giorno contribuiscono in modo decisivo alla creazione di Pil e occupazione nel nostro paese. Raffaello Vignali, deputato del Pdl, è stato il primo firmatario della legge.

Onorevole, durante questi 365 giorni è cambiato qualcosa per le pmi?
Il Governo ha dichiarato che rispetterà la delega contenuta nello Statuto delle imprese per il recepimento anticipato al 15 novembre della Direttiva europea sui ritardi dei pagamenti; sta per uscire il decreto del presidente del Consiglio che riguarda l’obbligo per tutte le amministrazioni di valutare anticipatamente, prima di introdurre una norma, l’impatto degli oneri gravanti sul sistema delle imprese; sugli appalti i princìpi dello Statuto (frazionamento e divieto di chiedere requisiti economici sproporzionati) sono stati recepiti. Inoltre, il principio di proporzionalità introdotto dallo Statuto è stato il criterio per l’attuazione della revisione dei controlli sulle imprese. Insomma, alcuni frutti ci sono già, ma lo Statuto è stato pensato come l’inizio di un nuovo percorso e non come un punto di arrivo.

Il governo Monti è accusato di pensare solo alla quadratura dei conti, poco alla crescita. È una lettura corretta?
Il governo Monti sull’economia sembra un ristorante con il cartello “nuova gestione”, ma se uno entra in cucina vede che i cuochi sono gli stessi. Non voglio dire che non sono stati fatti interventi strutturali importanti – come la riforma delle pensioni –, ma sulla crescita abbiamo visto poco, se escludiamo la defiscalizzazione per nuove assunzioni e capitale umano qualificato, nonché alcune semplificazioni. Abbiamo visto poco anche perché i cuochi non stanno producendo i decreti attuativi: ne mancano circa 380!

Costo del lavoro, burocrazia e ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione con contemporanea intransigenza dello Stato nell’esigere i propri crediti sono alcuni punti da sempre dolenti per le imprese. È cambiato qualcosa in questo anno?
Nel Decreto sviluppo di luglio, di cui ero relatore, abbiamo introdotto, su proposta del PdL, l’Iva per cassa e la deducibilità per legge delle perdite su crediti, un provvedimento atteso dalle imprese da almeno dieci anni. Quanto all’Iva per cassa, dal 1° dicembre le aziende fino a due milioni di fatturato potranno pagare l’Iva al momento dell’incasso e non prima come avviene adesso: per 4 milioni e 380 mila imprese si tratta di ossigeno puro…

La legge di stabilità prevede un taglio dell’Irpef ma anche un aumento dell’Iva. È una scelta saggia?
Mi sembra un provvedimento senza capo né coda, penalizza tutti, tranne, nel breve periodo, le casse pubbliche. Aggiunge l’Iva, abbassa (fittiziamente) due aliquote, mette una franchigia e un tetto alle detrazioni: il risultato è un minestrone che, oltre i consumi interni, penalizza i poveri (che si prendono solo l’aumento dell’Iva), il ceto medio (basta avere un mutuo e il dare-avere fiscale è già in rosso) e il no profit (l’aumento dell’Iva dal 4 al 10 per cento per moltissime cooperative sociali significa chiudere). Sui conti pubblici si continua a ignorare la riduzione del debito. È essenziale, perché con gli oltre 80 miliardi di interessi che paghiamo sul debito, anche un bambino capisce che è da lì che è necessario cominciare. Tutto il resto è recessione.

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