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Care amiche liberal, se è il diritto di aborto che ci unisce, non siamo meglio di Trump

gennaio 26, 2017 Solveig Gold

La “lettera aperta alle mie amiche liberal” scritta da una studentessa della Princeton University il giorno dopo la Marcia delle donne contro il presidente Usa

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Riproponiamo in una nostra traduzione la “lettera aperta alle mie amiche liberal” di Solveig Gold, senior in letterature classiche alla Princeton University e cofondatrice della Princeton Open Campus Coalition, pubblicata lunedì 23 gennaio dal sito della rivista americana First Things (qui il testo originale in inglese).

Alle mie amiche liberal, il giorno dopo la Marcia delle donne:

Questa mattina mi sono svegliata con lo stesso buco nello stomaco del 9 novembre 2016. Quel giorno, come tante di voi, mi ero svegliata delusa dalla nostra democrazia, schifata dall’idea che un narcisista incompetente privo di empatia, curiosità e moralità sarebbe presto diventato il leader del mondo libero. Ma oggi provo una nuova sensazione di orrore: un sentimento di totale alienazione dalla mia generazione e dal mio genere. A novembre, sebbene non fossi una fan di Hillary Clinton, la mia opposizione a Trump mi aveva spinto nettamente verso quella che alcune di voi definivano “la parte giusta della storia”, e mi sentivo solidale con voi in questo. Tuttavia oggi, nel giorno successivo alla Marcia delle donne su Washington e nel 44esimo anniversario della Roe v. Wade [la sentenza della Corte costituzionale che sancì il diritto di aborto negli Stati Uniti, ndt], avverto, per citare Dostoevskij, che «la troika fatale galoppa precipitosa», mentre io me ne sto sola sulla sua traiettoria, aspettando di essere investita.

Io sono una femminista. Anzi, agli occhi di qualcuno, sono il tipo di femminista peggiore – quella che crede che le donne non solo siano uguali agli uomini, ma potrebbero essere superiori. Per come la vedo io, una donna può fare qualunque cosa possa fare un uomo, ma lei può farla meglio, più rapidamente e con i tacchi alti. Sono abbastanza certa di avere questa opinione fin dal giorno in cui i miei genitori mi spiegarono che mi stavano mandando all’asilo in una scuola femminile perché volevano che io fossi sfidata, ispirata e valorizzata in un modo che era possibile solo se non ci fossero stati in giro maschietti distratti di 5 anni a consumare tutta l’aria nella stanza.

Nei miei tredici anni alla Nightingale-Bamford School di Manhattan, comandavano le donne. Mandavamo avanti i club, le squadre sportive e il consiglio studentesco; guidavamo le discussioni in classe. Studiavamo le donne famose che avevano plasmato il nostro mondo, da Cleopatra VII a Murasaki Shikibu a Rosalind Franklin, e ci insegnavano a essere indignate dalle ingiustizie che le donne avevano sopportato e continuavano a sopportare. Almeno una volta al mese ci veniva ricordato che le donne guadagnano solo settantanove cent per ogni dollaro che guadagna un uomo, ma ci dicevano che potevamo rimediare e che lo avremmo fatto. Nelle nostre casacche blu navy e scarpe abbinate, imparavamo che avremmo potuto fare qualunque cosa ci fossimo messe in testa. Venivamo educate a far sentire la nostra voce.

Ieri le mie ex compagne ed ex insegnanti lo hanno fatto. Indossando i loro “pink pussy hats” [i berretti rosa distintivi della Marcia, ndt] e brandendo i manifesti della resistenza, dozzine di voi, le mie amiche della Nightingale e di Princeton, sono piombate su Waghington e sulle città di tutta America per esprimere la propria opposizione al nostro nuovo presidente. Volevo essere di sostegno. Anche io sono disgustata da come Donald Trump in passato ha trattato le donne. Anche io voglio resistere contro la bigotteria, la misoginia e il razzismo che la retorica del presidente ha perpetuato, intenzionalmente o meno. Anche io credo nella sorellanza e nel potere delle ragazze (e nell’estetica del rosa). E avendo dedicato molto del mio tempo alla Princeton per combattere per la libertà di espressione, sono felice di vedervi esercitare i vostri diritti sanciti dal Primo Emendamento e proclamare il vostro dissenso.

Sapevo ovviamente che gli organizzatori della Marcia avevano escluso gli sponsor pro-life e avevano chiarito che le donne pro-life non erano benvenute, ma speravo che la Marcia si sarebbe comunque incentrata sul messaggio di resistenza e di unità che gli organizzatori avevano predicato e promosso. Comunque, mentre scrollavo le 129 foto della e sulla Marcia postate dalle mie amiche su Instagram, oltre alle centinaia di foto e video che hanno inondato i miei profili Facebook e Snapchat, ogni illusione è svanita. Le migliaia di manifesti che riproducevano uteri e proclamavano “il mio corpo, la mia scelta”, gli appelli a “abortire Trump” e l’adorazione riservata a Cecile Richards di Planned Parenthood dimostrano che questa cosiddetta “unità” consisteva di una cosa e una soltanto: unità di opinione sul diritto di scegliere delle donne. Per citare lo status di Facebook della mia insegnante di storia di quinta elementare, «[eravamo] solo noi e altre 800 mila persone con le stesse idee, un sabato in giro…».

Quando ho accennato questo ad alcune di voi che hanno partecipato alla Marcia, avete subito strillato che il tema della giornata era molto più di questo… sebbene non siate riuscite a dire esattamente quale fosse. Riconosco che, per molte, la Marcia era innanzitutto una reazione all’elezione di un presidente che si è vantato ed è stato accusato di aggressione sessuale; tuttavia, anche JFK e Clinton sono stati accusati di aggressione sessuale, e se questo non giustifica in alcun modo il comportamento di Trump, ci ricorda che il suo comportamento non è nulla di nuovo. La differenza, la differenza chiave, penso che sia giusto dire, è che le donne credono che Trump minacci di portare via il loro diritto di scegliere. La misoginia e l’ottusità maschile non sono sufficienti a mobilitare milioni di donne in tutto il mondo – tutti i giorni abbiamo a che fare con la misoginia e l’ottusità maschile. Che cosa può mobilitarle? La paura che la Roe v. Wade sia rovesciata.

E così ieri ho passato la giornata a scorrere le vostre foto, realizzando con dolore che quasi tutte le donne che conosco sono non solo pro-choice – lo so da anni questo – ma orgogliosamente pro-choice: così orgogliose che esibireste allegramente il vostro essere pro-choice in tutto il mondo e lo proclamereste su tutte le vostre pagine social, come se fosse un bene. «Buon compleanno, Roe v. Wade», ha scritto oggi un’amica nella didascalia di Instagram. «Non torneremo indietro. #whyimarch [perché io marcio, ndt]»

La triste verità è che l’aborto è un omicidio. Potete replicare che è un omicidio giustificabile, ma è comunque un omicidio. Si uccide un organismo vivente, si impedisce di vivere a un essere che altrimenti continuerebbe a vivere una vita da essere umano come la vostra o la mia. Siamo diventate così insensibili, così avulse dalla realtà che riusciamo a scherzare su questo omicidio, scherzare sull’“abortire Trump” e sull’“elefante in grembo”? E per di più scherzarci orgogliosamente?

Prima che mi saltiate alla gola: conosco la differenza tra “pro-choice” e “pro-aborto”. So che la maggior parte di voi considera l’aborto un male necessario e pensa semplicemente che il governo non dovrebbe regolare la morale – che dovrebbe toccare alla donna fare questa scelta morale per sé. Non spero di farvi cambiare idea in merito con questa lettera.

Spero però di aprirvi gli occhi sulla vostra retorica, proprio come voi avete aperto i miei sulla retorica utilizzata dai conservatori. Nel corso degli anni, ho ascoltato attentamente quando accusavate i membri del Partito repubblicano di egoismo, di mancanza di empatia verso esperienze diverse dalla loro. E spesso, credo, avevate ragione. L’abituale apatia della destra nei confronti, per esempio, dei sussidiati, dell’ambiente e delle storie delle minoranze, tradisce un profilo privilegiato e, sì, fondamentalmente egoista. Certamente il nostro nuovo, narcisistico presidente ha fatto una campagna elettorale tutta incentrata su di sé, e io direi che il suo discorso di insediamento è stato egoistico da parte dell’America – America first [prima l’America, ndt], non importa a quale prezzo per l’umanità. Questo tipo di egoismo e di narcisismo è brutto, pericoloso e, come hanno notato molte di voi, contraddice le parole incise sulla base della Statua della Libertà: «Datemi le vostre genti stanche, i vostri poveri, le vostre masse accalcate che anelano a respirare libere».

E tuttavia cosa ci può essere di più egoista della retorica del movimento pro-choice? Il MIO corpo, la MIA scelta. Proprio come i repubblicani possono essere accusati di ignorare le loro responsabilità verso i poveri e gli oppressi, così voi siete colpevoli di aver scelto di ignorare la possibilità che ci sia data una responsabilità maggiore verso il genere umano – la responsabilità di promuovere una cultura della vita, anziché della morte, una cultura nella quale ogni vita umana ha valore e le sia consentito di raggiungere tutto il suo potenziale. Parlate del diritto di scegliere come se riguardasse esclusivamente voi, dimenticando per convenienza che non riguarda solo voi – c’è un’altra vita umana in ballo, che vi piaccia o meno. Quando vi battete per il diritto di scegliere, dite che dovreste essere messe nelle condizioni di dare la priorità alla vostra carriera, alla vostra educazione, alle vostre relazioni, alla vostra convenienza eccetera, piuttosto che al futuro del feto dentro di voi. Di più, la vostra retorica egocentrica vi fa dimenticare completamente quel feto. Il linguaggio dei diritti individuali suona così bene, è così convincente, che non siete mai costrette a riflettere sulla realtà dolorosa dell’aborto. Il vostro corpo, la vostra scelta… e la vostra coscienza è pulita.

Certo, siamo tutti colpevoli di mettere noi stessi al primo posto ogni tanto. A volte può essere perfino necessario. Se dovessi affrontare una gravidanza non desiderata, spero che non farò la scelta egoista, ma non posso essere sicura che non la farò. Come dev’essere difficile rinunciare alle proprie speranze e ai propri sogni per il bene di qualcuno che ancora non è nemmeno nato. Dev’essere terribile affrontare la furia e l’irrisione della società come può accadere per esempio a una studentessa incinta e non sposata. Se doveste scegliere l’aborto, amiche mie, io piangerei la perdita di una vita, ma vi amerei allo stesso modo.

Ciò nonostante, vi chiedo di riconoscere che è quella la scelta egoista, e che pretendere la disponibilità e la legalità di quella scelta alligna nell’egoismo – nel desiderio di poter dare la priorità ai vostri interessi invece che a un’altra vita. Vi siete date il proposito di opporvi all’egocentrismo del nostro presidente, ma ieri, mentre manifestavate coi vostri cartelli che recitavano “Il mio corpo, la mia scelta”, non stavate facendo altro che proclamare al mondo il vostro stesso egocentrismo.

Naturalmente è un vostro diritto… ma non è una cosa di cui andare fiere, tanto meno da celebrare. Non c’è niente di allegro in «800 mila persone con le stesse idee», con le stesse idee egoiste. Non c’è niente di allegro in una cultura che ci insegna a dare più valore al nostro successo individuale che alla vita umana. Non c’è niente di allegro in una società che deride e rifiuta le giovani donne non sposate e incinte, ma venera il suolo calpestato da Cecile Richards. Non c’è niente di allegro nel filone del femminismo che dice alle donne che la loro capacità di mettere fine alla vita è più importante della loro capacità di crearla.

Ma ieri le femministe un motivo di celebrazione me lo hanno dato. Stretta tra le foto di uteri e di berretti rosa, una mia amica di Princeton ha postato questo status nel suo profilo Facebook: «Quando la tua prof ti restituisce il paper con un feedback dettagliato nella stessa settimana in cui ha avuto un figlio e in sostanza ti fa capire che non hai alcuna scusa, mai, per non fare il tuo lavoro #myprofiswonderwoman [la mia prof è wonder woman, ndt]». Vorrei correggere quello che ho scritto sopra sulla superiorità femminile. Una donna può fare tutto quello che può fare un uomo, ma può farlo meglio, più rapidamente e con i tacchi alti, mentre dà la vita. È nel creare la vita, non nel distruggerla, che dimostriamo la nostra forza più grande. E se riusciremo a essere unite in questo, allora saremo davvero wonder women.

Amore e pace,
Solveig

Foto Ansa/Ap

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