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Card. Scola: «Padovese, persona di straordinaria sensibilità e dedizione»

giugno 3, 2011 Rodolfo Casadei

A un anno dall’assassinio di mons. Luigi Padovese, presidente della Conferenza episcopale turca, ripubblichiamo un’intervista del 2010 al patriarca di Venezia Angelo Scola: «È giusta la preoccupazione di monsignor Padovese e di don Santoro: ci sono cattolici, laici o consacrati, pronti a giocarsi in prima persona per sostenere la presenza cristiana in Medio Oriente?»

Il 3 giugno 2010 veniva assassinato monsignor Luigi Padovese, vescovo dell’Anatolia e presidente della Conferenza episcopale turca, da «ultranazionalisti e fanatici religiosi», come disse mons. Ruggero Franceschini davanti all’assemblea del Sinodo sul Medio oriente. A un anno di distanza, ripubblichiamo un’intervista del 2010 al patriarca di Venezia Angelo Scola, pubblicata sul numero 24 di Tempi.

Si svolgerà a Jounieh, nei pressi di Beirut, il sesto incontro annuale del comitato scientifico della Fondazione Oasis, la realtà creata nel 2004 dal cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, per promuovere la reciproca conoscenza tra cristiani e musulmani. Quest’anno i lavori si concentreranno sul tema “L’educazione fra fede e cultura. Esperienze cristiane e musulmane in dialogo” e metteranno di fronte cattolici latini e maroniti, cristiani ortodossi, musulmani sunniti e sciiti, con una lista di relatori e di partecipanti che comprende nomi come il cardinale Jean-Louis Tauran presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso, il cardinale Nasrallah Sfeïr, patriarca dei maroniti, Tareq Mitri, ministro libanese dell’Informazione, Hicham Nachabe, presidente dell’università islamica libanese al Makassed, Mohammed Samaha, segretario generale della Lega per l’insegnamento religioso musulmano, Marwan Tabet, segretario generale delle scuole cattoliche in Libano, Hani Fahs dell’alto consiglio sciita del Libano, e molte altre personalità fra le quali l’arcivescovo emerito di Algeri Henri Tessier e l’arcivescovo di Abuja e presidente nazionale della Christian Association of Nigeria monsignor John Onaiyekan.

Il comitato si riunisce a Venezia o in una capitale dei paesi del Vicino Oriente ad anni alternati e quest’anno per la prima volta approderà in Libano, in un momento carico di tensioni ma anche di opportunità, dopo la visita di Benedetto XVI a Cipro, il dramma della Mavi Marmara e l’uccisione del presidente della Conferenza episcopale di Turchia monsignor Luigi Padovese. Su queste circostanze il patriarca di Venezia ha accettato di esprimere alcuni commenti.

Eminenza, di quali nuove valenze si carica il comitato scientifico della Fondazione Oasis convocato a Beirut, alla luce dell’appello di Benedetto XVI durante la sua visita a Cipro «per uno sforzo internazionale urgente e concertato al fine di risolvere le tensioni che continuano in Medio Oriente, specie in Terra Santa, prima che tali conflitti conducano a uno spargimento maggiore di sangue»?
In Medio Oriente si rischia il punto di non ritorno. La tensione è altissima e soprattutto non si scorge una via d’uscita. Manca una visione che vada oltre la semplice reattività, che in molti casi diventa pura ritorsione. E la ritorsione non risolve nulla, come dimostra il vicolo cieco cui l’intransigenza di una parte della classe politica ha condotto Israele in questi ultimi giorni. In questo contesto così teso Oasis intende offrirsi nuovamente come un piccolo segno e luogo di comunione. È lì la nostra forza. Nel concreto poi abbiamo scelto di parlare di educazione. In questo senso il Libano è molto interessante: lì, a differenza che in Italia dove dobbiamo fare i convegni per convincere soprattutto i politici che l’educazione è importante e vale la pena investirci risorse, nessuno ha dubbi sul fatto che si tratti di un tema fondamentale, anzi del tema fondamentale, perché è dalle scuole che sono usciti sia i miliziani sia gli uomini di pace.

Immediatamente prima di quel viaggio, è stato sparso il sangue di un vescovo che tanto aveva fatto e stava facendo per il dialogo e la comprensione fra cristiani e musulmani, monsignor Luigi Padovese. Cosa ha pensato conosciuta la notizia?
Sono rimasto ferito perché in questi ultimi tempi ho avuto più di un’occasione per approfondire il legame di lunga data con monsignor Padovese. Era una persona di straordinaria sensibilità e dedizione: certamente per lui sarebbe stato più comodo continuare lo studio della patristica, piuttosto che andare a fare il vescovo in un territorio difficilissimo, con pochi fedeli e ancor meno sacerdoti. Mi raccontava che una comunità della sua diocesi era costituita da due sole persone oltre il sacerdote: ma – diceva – occorre assolutamente non mollare, per non perdere l’ultima chiesa rimasta su tutta la costa meridionale del Mar Nero. È anche per questo che l’avevo invitato all’assemblea ecclesiale del nostro Patriarcato, nell’ottobre scorso. E monsignor Padovese aveva dedicato tutto il suo intervento alla testimonianza. A rileggere ora quel testo c’è da restare impressionati. Al di là del fatto se si sia trattato di un gesto isolato o, come sembrano suggerire alcuni sacerdoti locali, del frutto di un clima più ampio, monsignor Padovese sapeva benissimo a quali pericoli andava incontro. Adesso non dobbiamo lasciare sola la Chiesa di Turchia. Nel Vicariato di monsignor Padovese c’è anche Antiochia, la prima Chiesa dei gentili, dove è stato inventato il nome “cristiano”. È giusta la preoccupazione di monsignor Padovese, che fu anche di don Andrea Santoro: ci sono cattolici, sacerdoti, laici, consacrati, disposti a giocarsi in prima persona per sostenere la presenza cristiana in quelle terre?

L’incontro molto positivo di papa Benedetto XVI con la Chiesa ortodossa di Cipro e l’ampio spazio dato all’ecumenismo nell’Instrumentum Laboris del Sinodo per il Medio Oriente consegnato alle Chiese in quell’occasione fanno pensare che potremmo essere alla vigilia di importanti novità nelle relazioni fra cattolici e ortodossi. Qual è la sua impressione?
Nel consueto incontro con i giornalisti sull’aereo che lo conduceva a Cipro il Papa ha detto con chiarezza che ci sono tre elementi «che si combinano, diventano sempre più vicini e ci fanno sentire vicini». Sono: primo, la convinzione che la Sacra Scrittura non è isolabile dal soggetto del popolo di Dio. Secondo, il fatto che questa tradizione ha anche una dimensione sacramentale che si rende tangibile nell’episcopato. E terzo che essa ha trovato espressione nella regula fidei costituita dagli antichi concili. Se a questi elementi si aggiungono la liturgia e il comune amore per la Madonna, si può davvero sperare in un passo avanti. Ma occorre anche essere consapevoli che molte volte cattolici e ortodossi sono stati sul punto di realizzare la piena unità e se la sono lasciata letteralmente sfuggire dalle mani. I concili di Lione e di Firenze sono lì per ammonirci. La Chiesa vive nella storia e la storia conosce alti e bassi. Non a caso il Papa a Cipro ha dato un rilievo decisivo al tema della croce. In questo momento sia la Chiesa cattolica che le chiese ortodosse sono relativamente libere da tutele ideologiche, desiderate o indesiderate, e non a caso il dialogo sta facendo passi avanti notevoli. Ma non è detto che questa situazione si mantenga indefinitamente. Occorre perciò fare presto. Il Papa lo sa e ha fatto del dialogo ecumenico una delle priorità del suo pontificato.

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