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Carceri, Marcenaro (Pd): «Giusto parlare di tortura, lo Stato viola la legge»

luglio 6, 2012 Carlo Candiani

Intervista a Pietro Marcenaro, senatore Pd e presidente della Commissione diritti umani del Senato: «Il commissario europeo per i diritti umani ci sta chiedendo un atto formale di denuncia».

All’indomani della presentazione del “Rapporto sullo stato dei diritti umani negli istituti penitenziari e nei centri di accoglienza e trattamento per migranti”, votato all’unanimità in Commissione diritti umani del Senato, tempi.it ha intervistato il presidente della commissione, Pietro Marcenaro (nella foto), senatore Pd.

Senatore, le carceri sono sovraffollate e la situazione nei centri di accoglienza è drammatica. È troppo parlare di tortura?
No. La Commissione ha presentato questo rapporto sulla situazione dei diritti umani nelle carceri italiane che denuncia esplicitamente una violazione della legge da parte dello Stato. Non bisogna smettere di ricordare che questa denuncia non si basa solo su un principio morale, ma sul fatto che è violata la legge: lo Stato, cioè, cade nell’illegalità. Se lo Stato non è in grado di garantire il rispetto dei diritti fondamentali di dignità delle persone, offrendo carceri decenti, dovrebbe rinunciare a far scontare la pena in prigione. Fatte salve situazioni estreme di sicurezza, bisogna arrivare a capire che ci sono dei limiti, che nessuno può violare la dignità dell’uomo. Lo Stato invece cancella dal suo orizzonte i carcerati e non fornisce spazi adeguati, né una assistenza sanitaria decente, né l’assistenza psicologica, non dà la possibilità di lavorare, né di fare nient’altro.

Lei ha denunciato che la pena, in Italia, è sinonimo di carcere.
Quando diciamo certezza della pena, in realtà intendiamo certezza del carcere. Da noi il carcere è la norma e le pene alternative sono l’eccezione. Il cambio di rotta è lungo da praticare, ma ci sono forze politiche e personalità che stanno insistendo per una realtà diversa. Questi problemi devono essere sottratti allo scontro politico, dove l’unico obiettivo è acquisire del consenso. Il lavoro della commissione vuole andare in questa direzione.

Qual è, quindi, la priorità su cui lavorare?
Il nuovo direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria si sta muovendo bene: la circolare che ha diramato intende responsabilizzare i detenuti, distinguendo tra chi è veramente pericoloso e la grande maggioranza che è detenuta per reati minori.

È urgente una riforma complessiva?
Le leggi sui tossicodipendenti, sull’immigrazione, sulla recidiva e sulla custodia cautelare hanno portato al sovraffollamento delle carceri. Bisogna mettere mano a queste leggi e si vedrà che i flussi verso le celle diminuiranno. Puntare sul carcere, infatti, non risolve il problema dell’ordine pubblico.

Anche la situazione nei centri di trattamento per i migranti è critica?
È più che urgente: il commissario europeo per i diritti umani che ci ha fatto visita nei giorni scorsi ci sta chiedendo un atto formale di denuncia. Il Cie è una struttura pensata per accogliere persone migranti per pochi giorni, invece da noi ci rimangono per diciotto mesi. Almeno nel carcere è prevista una minima forma di attività, la retorica del reinserimento esiste ancora. Una giornata in questi centri è completamente vuota, riempita solo da ansia e insicurezza; c’è una promiscuità inaccettabile nelle stesse stanze tra persone condannate per reati molto gravi, come sfruttamento della prostituzione o traffico di droga, e ragazzini che hanno come unica colpa quella di aver sfidato la morte attraversando il mare per cercare un futuro migliore o di non aver richiesto per ignoranza la cittadinanza. Tutto ciò è assurdo.

Quali potrebbero essere i prossimi passi della commissione?
Ho scritto al presidente del Consiglio, anche nel suo ruolo di ministro dell’Economia, per firmare al più presto la legge per l’istituzione di un’authority permanente sui diritti umani, presentata e votata in Senato e in discussione alla Camera. Ho solo paura che demagogia e populismo vedano un’authority indipendente dai partiti come uno spreco burocratico. Ma attendiamo con fiducia.

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