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Carceri, direttori: «Da anni diciamo che il sistema non ce la fa»

gennaio 9, 2012 Redazione

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato stampa del Sidipe, Sindacato direttori penitenziari. La prima firma è di Enrico Sbriglia: «Improvvisamente si scopre il rischio suicidario, l’autolesionismo, le malattie infettive. Ma, scusate, quando queste cose le raccontavano i direttori penitenziari, non erano importanti?»

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato stampa del Sidipe, Sindacato direttori penitenziari, firmato dal suo direttore nazionale Enrico Sbriglia, direttore del carcere Coroneo di Trieste, il segretario nazionale vicario Rosario Tortorella, il vicesegretario nazionale Francesco D’Anselmo e il presidente Cinzia Calandrino. Il comunicato difende dalle proteste della polizia le norme decise dal piano “svuota-carceri” voluto dal ministro Severino, in particolare quella che prevede che le persone arrestate per reati non gravi e in attesa di processo per direttissima vengano custodite per le prime 48 ore dal fermo non in carcere ma nelle camere di sicurezza della polizia.

Indietro non si torna, non sarebbe logico, non è giusto.

Troppo facile e troppo comodo “scaricare” il peso insopportabile di un sovraffollamento di detenuti (oltre 68 mila)  la cui genesi e progressività nei numeri sarebbe tutta da studiare, analizzare, setacciare, interpretare e capire.

Il carcere non può essere lo sfogatoio delle turbe e delle fobie di una strana sicurezza che, mentre registra il ritorno della città di Roma agli anni della criminalità violenta, riempie contestualmente gli istituti penitenziari di soldati permanenti effettivi del disagio, dell’immigrazione, della droga, delle pensioni da fame e della disoccupazione.

E’ evidente che le nuove disposizioni in materia di arresto e custodia presso le camere di sicurezza che devono essere adibite nelle questure e nelle caserme costituiscono un problema di non poco conto, ma non è ribaltandole sull’amministrazione penitenziaria, già sottoposta da anni a tagli dolorosi della spesa e che non riesce ad assumere altri dirigenti penitenziari ed altro personale specialistico, che la questione può essere risolta o, forse, “tumulata”.

Tra l’altro è singolare che solo nel momento in cui si decide che le persone arrestate debbano sostare per le prime 48 ore presso le camere di sicurezza ci si rende conto che questo costituisce un costo, una emorragia di risorse umane per la sorveglianza, una spesa economica per l’approntamento dei locali, per la loro messa a norma, per i servizi che devono prevedersi (dagli impianti igienici a quelli elettrici e di sicurezza, da quelli della fornitura dei pasti all’assistenza sanitaria, etc.). Certo che tutto questo ha un costo ma di esso si scopre l’esistenza solo quando non è più a carico dell’amministrazione penitenziaria, ed allora improvvisamente  si scopre l’importanza della dignità della persona, del rispetto che si deve ad essa, tanto più in un momento in cui, in punto di diritto, potrebbe essere innocente ed essersi trovata, per i mille dispetti della sorte, in condizioni di non apparirlo subito.

Improvvisamente si scopre il rischio suicidario, l’autolesionismo, le malattie infettive, le eventuali cure mediche interrotte, il pericolo di intolleranze alimentari e di allergie, etc. etc.

Ma, scusate, quando queste cose le raccontavano i direttori penitenziari, gli educatori, i poliziotti penitenziari, allora non erano ugualmente importanti?

Sono ormai da anni che Noi direttori, con gli operatori penitenziari tutti, stiamo dicendo che il sistema penitenziario, con le risorse di cui dispone non può farcela, che esso è piegato da un catalogo di reati e di pene esagerato, il cui numero cresce di giorno in giorno, di legislatura in legislatura, che ogni fatto di cronaca nera partorisce la nascita di una nuova più articolata fattispecie, ragione per cui sta oramai esplodendo e che impone, necessariamente e velocemente, di rivedere nel suo complesso, le strategie della Sicurezza, in quanto in un sistema dove tutto diventa penale inevitabilmente assolve ogni cosa e rischia di far rimanere imbrigliati solo i più deboli ed ingenui manovali del crimine e del disagio.

Ma perché non ci hanno dato ascolto?

Ma perché noi direttori penitenziari, in qualunque momento della giornata, che sia festiva o feriale, che sia giorno oppure notte, dobbiamo sentire la spina dorsale vibrare ad ogni trillo di telefono, temendo di sentire: “è morto un detenuto”, oppure “hanno preso in ostaggio un agente”, oppure “c’è un incendio”, oppure “ci sono i familiari del ragazzo morto ieri notte che vogliono vederla…”, oppure “questa notte, a motivo di improvvise malattie di agenti, non potremo assicurare la vigilanza esterna ed un solo agente dovrà vigilare su oltre 100 detenuti”, ed altri onorevoli servitori dello Stato, che siano rappresentanti dell’ordine o magistrati, non debbano, per le sole prime 48 ore, vivere analoghe ansie?

Ma perché nelle carceri deve essere scontato che le celle debbano essere luride e non si possa in qualche modo alleggerirne il peso rendendole appena un poco più vivibili?

Certo, ci rendiamo conto che la custodia di una persona, soprattutto in periodi di vacanze natalizie o pasquali oppure estive, può determinare un qualche serio problema di organizzazione delle meritate ferie per gli appartenenti alla polizia di Stato, carabinieri, forestali, finanzieri, etc., così come per i riposi settimanali, ma questo è un problema con il quale, nelle carceri, i poliziotti della polizia penitenziaria convivono da anni, dove lo stress si misura con le malattie professionali e con i suicidi degli stessi operatori.

Allora , per favore, se lo Stato non è in grado di fornire le necessarie risorse finanziarie e di organici all’amministrazione penitenziaria, se lo Stato non è in grado di rivedere, al ribasso, il suo sistema di norme penali e processuali, se lo Stato ritiene dissacrante sgombrare il tavolo dei magistrati di faldoni che rischiano la prescrizione, attraverso una calibrata e ragionata amnistia che preveda forme di risarcimento per le vittime dei reati e restituisca risorse sonanti al sistema della giustizia e delle carceri, ebbene dividiamo l’amaro calice tra tutti.

In caso contrario dateci quel che ci è dovuto affinché i direttori non debbano iniziare le loro giornate di lavoro: con bollette non pagate per luce, acqua e gas; oppure senza poter assicurare gli anticipi di missione per il personale di polizia penitenziaria comandato di trasportare per il “Giardino d’Europa” le migliaia di detenuti che devono partecipare ai processi; o, ancora, assicurare la guida simultanea di due, tre, quattro istituti penitenziari o di altrettanti uffici dell’esecuzione penale esterna in quanto privi di direttori titolari; oppure senza essere in grado di acquistare dei p.c.,  o delle risme di carta; oppure senza essere in grado di tenere pulite le carceri e far tinteggiare periodicamente le celle, far sistemare docce e wc, sostituire i vetri rotti delle finestre… perché altro è e dovrebbe essere il loro lavoro, così come vorrebbero la Costituzione Italiana e le convenzioni internazionali.

E, per favore, non dimenticate di dare a noi direttori il contratto di lavoro che ci spetta, il nostro primo contratto, quel contratto che aspettiamo da oltre sei anni.

Insomma, non pigliateci in giro!

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