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Carcerati: «Giudicateci per ciò che abbiamo fatto, non per come siamo fatti»

giugno 9, 2012 Enrico Sbriglia

Enrico Sbriglia, direttore del carcere di Trieste, rende pubbliche le lettere che coprono la sua scrivania: «Sono i detenuti a spiegarmi il bisogno di legalità. Vogliono rendersi utili, andare in Emilia».

Riceviamo e pubblichiamo un intervento di Enrico Sbriglia, direttore della casa circondariale di Trieste. «Esprimo un mio disagio, che so risultare condiviso da tanti miei colleghi e collaboratori. Non racconto bugie: le lettere di cui parlo cominciano a coprire la mia scrivania, come dita protese che esigono risposte e provvedimenti che certamente non sono in grado di fornire. Il mio unico obiettivo è che taluni, e tempestivamente, interroghino le proprie coscienze per fare quel che solo essi possono in nome di uno Stato di cui sono un modesto ma convinto servitore».

Mi giungono diverse lettere di persone detenute che esprimono apprezzamento per le cose banali che ho detto in diverse occasioni, quando ho provato a spiegare come il sistema penitenziario stenti nel sopportare gli oneri di politiche criminali che oltre ad essere costose rischiano di non fare “sicurezza”. Trovo perfino imbarazzante che modesti principi di ordinaria economia – suggeriti affinché siano bilanciati il perseguimento della sicurezza del cittadino e della società con quelli concorrenti che tengano conto della proporzionalità dei costi finanziari ed umani derivanti, allo scopo di interrogarci tutti se non sia perseguibile e consigliabile la ricerca di altre soluzioni – appaiano facilmente compresi dai detenuti e sfuggano quasi completamente a coloro che deliberano, decidono, statuiscono le politiche di contrasto alla criminalità in tutte le sue poliedriche manifestazioni. Una volta mi attendevo proteste, minacce, intimidazioni. Se erano anonime, intuivo che sarebbero state arricchite dai simboli-brand di organizzazioni eversive. Oggi invece ricevo missive che trasudano senso di responsabilità, desiderio di conciliazione, ammissioni di colpevolezza senza reticenze. Si vuol pagare, senza sconti, ma in condizioni di dignità della persona detenuta.

Non bivaccando su materassi poggiati per terra, stipati in celle dove il piscio di uno è sentito da tutti, così come il pianto e l’angoscia o la rabbia che l’accompagnano. Spesso sono lettere di detenuti che chiedono di espiare tutta la loro pena, fino all’ultimo giorno, però rendendosi utili. Detenuti che chiedono di essere giudicati per quello che hanno fatto e non per come sono fatti, detenuti che non implorano pietas ma che vorrebbero, almeno nell’occasione della prigionia, sapere di potersi concedere completamente in mano alle leggi ed alle norme, qualunque ne siano gli effetti conseguenti, seppure dolorosi.

P.M., lituano, detenuto a Trieste, prossimo a fine pena, chiede di poter andare a dare una mano in Emilia, è di buona salute, non è tossicodipendente, davvero non comprende il senso di una pena segnata dall’inutile non fare, da un continuo bivaccare con la sua coscienza nell’assoluta inerzia di quattro mura, quando con quelle mani grosse potrebbe rimuovere detriti, aiutare una persona disabile da trasportare in carrozzella, potare i rami di un albero o fare le pulizie in una cucina da campo. G.D. napoletano ristretto nel carcere di Verona, non comprende il senso di una carcerazione “inutile” dove non risarcisce nessuno e nessuno in fin dei conti si interessa di lui: eppure è sano, era pizzaiolo, potrebbe essere utile lì in Emilia. V.V., italiano detenuto a Ravenna, da vecchio carcerato, non comprende perché semplici principi di ragionevolezza non trovino accoglienza preferendo attendere che esploda il carnaio delle carceri con le conseguenze che nessuno potrà prevedere.

Nel frattempo i numeri crescono, così come la delusione di operatori, poliziotti e direttori penitenziari. È un mondo capovolto quello delle carceri tronfie che sto vivendo; è quello di un mondo dove sono le persone detenute a spiegarmi il bisogno di legalità, e non io ad imporlo per mestiere. Forse l’articolo 27 della Costituzione Italiana, quando afferma che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato, non è rivolto solo ai prigionieri. Forse la rieducazione al rispetto della legalità riguarda tutti ed imporrebbe una democrazia del dovere.

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