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Carbon tax: Unione Europea a muso duro contro tutti (ma tutti sono più forti dell’Ue)

marzo 12, 2012 Rodolfo Casadei

La Carbon tax, tassa sulle emissioni di Co2 che l’Unione Europea vorrebbe applicare a tutte le compagnie aeree del mondo, ha fatto ribellare Cina, Usa, Russia, India e altre superpotenze. La Cina, ad esempio, che si ritroverebbe a pagare oltre un miliardo di euro nel 2030, ha minacciato la disdetta di contratti internazionali per 12 miliardi di euro. E ora l’Ue ci ripensa.

E adesso oltre che isolata l’Unione Europea si ritrova pure con le spalle al muro: se insiste a volere imporre a tutte le compagnie aeree del mondo la sua normativa sulla Carbon tax rischia un boicottaggio generalizzato del suo prodotto industriale di punta, l’Airbus. La Cina ha congelato l’acquisto di 35 A330 e di 10 A380 già ordinati come rappresaglia per l’entrata in vigore, col 1° gennaio 2012, della tassa sulle emissioni di Co2 che costringerebbe le sue compagnie aeree a pagare un centinaio di milioni di euro quest’anno, destinati a diventare un miliardo e rotti nel 2030. Louis Gallois, presidente del Consiglio di amministrazione di Eads, la grande impresa franco-tedesca-ispanica costruttrice degli Airbus, ha lanciato il suo grido di dolore e la sua supplica alla Ue perché ripensi le decisioni assunte, che l’hanno fatta entrare in rotta di collisione non solo con la Cina, ma con altre 25 nazioni rappresentate nell’Organizzazione dell’aviazione civile internazionale (Icao). A criticare e minacciare di non rispettare la normativa europea sono oggi tutti i grandi paesi: Stati Uniti, Russia e India oltre alla Cina.

La crisi è esplosa con l’entrata in vigore del paragrafo sull’aviazione civile della seconda fase (2008-2012) del Sistema comunitario di quote d’emissione, concordato dai paesi della Ue nel 2005. Nel contesto delle misure per ridurre del 40 per cento le emissioni di Co2 entro l’anno 2020 con riferimento ai valori del 1990, la Ue ha dato vita al più grande mercato mondiale di quote di emissione. Oltre 10 mila impianti industriali e centrali elettriche si sono visti assegnare “diritti di inquinamento”, che hanno commerciato fra loro in base alla necessità di alcune di sforare i limiti fissati e alla possibilità per altre di cedere vantaggiosamente diritti non utilizzati. Secondo la Ue questo meccanismo ha contribuito alla riduzione della Co2 in Europa; lo schema non ha comunque disturbato il resto del mondo, che ha cercato piuttosto di partecipare al mercato europeo delle emissioni. Tutto cambia con l’estensione della normativa alle compagnie aeree che volano in Europa: le emissioni dell’aviazione hanno continuato ad aumentare in questi anni, e ciò significa che le “quote di inquinamento” che verranno assegnate alle compagnie aeree oggi in attività appaiono già sforate sin dall’inizio di un 15 per cento circa. Secondo Le Figaro le compagnie aeree di tutto il mondo dovranno versare 705 milioni di euro alle casse europee solo per il 2012, una cifra che è destinata ad aumentare sensibilmente negli anni seguenti perché le quote gratuite assegnate si ridurranno anno dopo anno. Secondo alcune proiezioni la Carbon tax europea sull’aviazione dovrebbe portare ben 9 miliardi di euro nel 2020. Di questi, secondo il responsabile dell’Amministrazione generale dell’aviazione civile di Cina Li Jiaxiang, i cinesi si troveranno a pagare quasi 100 milioni per il 2012 che saliranno a 360 nel 2020 e a 1.100 nel 2030.

È interessante notare che la notizia della disdetta delle ordinazioni cinesi di Airbus non è arrivata dalle autorità di quel paese, ma da una conferenza stampa di Louis Gallois. Li Jiaxiang si è limitato a dichiarare che «noi apprezziamo l’intenzione della Ue di proteggere l’ambiente, ma le misure devono essere ragionevoli e accettabili anche per gli altri paesi». E la portavoce di Air China Joyce Zhang ha dichiarato di non credere che la Cina voglia vietare alle sue compagnie aeree di acquistare gli Airbus e che in ogni caso gli ordini esistenti da parte di Air China non risultano cancellati. Tuttavia nessuno dubita delle parole di Gallois, che equivalgono a riconoscere che l’Eads sta per perdere una commessa da 12 miliardi di dollari, anche perché il 6 febbraio scorso una dichiarazione ufficiale del governo cinese annunciava che le autorità avrebbero ordinato alle compagnie aeree di non rispettare la normativa europea.

Nel frattempo le compagnie aeree americane si sono viste respingere dalla Corte di giustizia europea la loro impugnazione della nuova normativa con una sentenza del dicembre scorso. Da quel momento minacce di rappresaglia hanno cominciato a piovere sull’Europa. India, Cina, Usa, Russia, Brasile e altri 21 paesi hanno fatto sapere di essere pronti a reagire contro le «misure imposte unilateralmente dall’Unione Europea» con ritorsioni che comprenderebbero: la revisione o abrogazione di accordi sui servizi bilaterali e degli accordi di ”Open sky” con i singoli Stati dell’Ue, la sospensione di tutte le negoziazioni sui diritti operativi delle compagnie europee e l’imposizione di tasse addizionali sui voli provenienti dalle nazioni europee.

La mossa di Gallois non è un appello solitario. A chiedere ai principali leader europei di rinviare la Carbon tax e di puntare su di una soluzione che abbia il consenso globale, per evitare dannose guerre commerciali, sono ora sette compagnie aeree e dell’industria aeronautica europee: Eads, British Airways, Virgin Atlantic, Lufthansa, Air France, Air Berlin e Iberia. Intanto il ministro danese incaricato delle politiche per i Cambiamenti climatici Martin Lidegaard è intervenuto per dichiarare che «l’Unione Europea manterrà il suo Sistema di quote di emissione e ho l’impressione che il Consiglio dei 27 sia unito su questo argomento. L’Europa e gli altri paesi troveranno una soluzione all’interno dell’Icao». Ma una delle due affermazioni è destinata a rivelarsi fallace, perché in palese contraddizione fra loro.

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