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Capitale Umano

marzo 21, 2012 Redazione

n. 1 – 2012

Da oltre trent’anni l’indicatore che misura la fecondità della popolazione italiana è inferiore a due figli per donna, cioè sotto il tasso che i demografi valutano in grado di garantire il ricambio generazionale. Se oggi le donne italiane hanno in media 1,4 figli a testa non è appena colpa della crisi finanziaria. Se quelle stesse donne di figli ne desiderano di più e poi si trovano a farne meno, non è fenomeno che si possa imputare a spread, tassi di interesse e altri termini che abbiamo imparato a conoscere in questi anni. Eppure è vero che uno dei motivi più citati per cui si rinuncia a un figlio, magari al secondo, è il costo. Come si esce da questa situazione e, soprattutto, c’è ancora qualcuno che valuta necessario uscirne e si adopera per capire come farlo? È questa la provocazione del rapporto-proposta Il cambiamento demografico (Laterza, 191 pagine, 14 euro) pubblicato alcuni mesi fa dal Comitato per il Progetto culturale della Conferenza episcopale italiana, secondo cui il «suicidio demografico» del nostro paese è un’emergenza quanto quella educativa, cui fu dedicato il precedente rapporto del Comitato. «I fenomeni demografici – scrive il cardinale Camillo Ruini nell’introduzione –, come quelli educativi, hanno un grandissimo spessore umano e chiamano in causa ciò di cui è fatta la vita sia delle persone e delle famiglie sia dei popoli e delle loro istituzioni e rappresentanze». Perciò, tornando al caso del tasso di fecondità per donna, la scelta consapevole per la vita chiama in causa fattori personali, culturali e sociali. Analogamente, parlare di “problema demografico” non significa appena esortare gli italiani a una prolificità che probabilmente hanno perso definitivamente, ma interrogarsi sul sistema sociale del paese. Perché, banalmente e tragicamente, un paese che invecchia è un paese in cui lo Stato sociale non è più sostenibile. Ecco perché parlando di capitale umano non si può prescindere dal problema demografico. Per questo abbiamo scelto di impostare questo numero di Più Mese a partire dal rapporto-proposta. Parliamo di scuola, di lavoro (con l’attesa riforma in gestazione), di conciliazione (uno strumento per rafforzare le persone e le famiglie), di formazione professionale e apprendistato. Ma il discorso e il confronto su questi temi muove dalla consapevolezza che a lungo termine gli investimenti fatti a favore della famiglia e della persona si traducono in capitale umano e guadagno concreto per la società. Se si dimentica questo hai voglia a parlare di tagli e sacrifici. Del fatto che non sia un controsenso puntare su un’inversione demografica proprio in questo momento di crisi è convinto Gian Carlo Blangiardo, ordinario di Demografia all’Università di Milano-Bicocca e membro del Progetto culturale della Cei. «Una popolazione che diminuisce e invecchia – spiega – ha un livello di domanda sempre più debole e si avvita in una condizione economica sempre più asfittica». Ma come si può pensare a una “rivitalizzazione demografica” in un momento come quello che stiamo vivendo?

I figli come costo?
«Il discorso della famiglia come costo risale a quando si è entrati nella fase del benessere. Nel momento in cui un figlio deve avere il telefonino, la playstation e via dicendo è chiaro che costa di più. L’altro fattore che incide negativamente sul tasso di fertilità è la difficoltà di conciliazione e cioè la possibilità che, soprattutto per le donne, sia possibile mantenere l’investimento fatto in termini di formazione e istruzione insieme al ruolo di madre. Un fattore che diventa determinante in una società come la nostra in cui conta l’elemento culturale della scarsa partecipazione del maschio alle incombenze familiari». Ma tutto questo non basterebbe se non ci fosse anche un sostrato culturale che Blangiardo giudica decisamente individualista. «I figli costano e non appaiono neppure così gratificanti dal punto di vista sociale. Come reagiamo quando in pizzeria arriva una famiglia con quattro figli? “È finita la pace”, pensiamo. In coppia vai in vacanza ai Caraibi, con un paio di figli ti devi accontentare di ben altri lidi. Tutta questa serie di fattori rende convincente l’idea che si può essere genitori anche con un figlio solo, dunque quel modello iniziale che è nei desideri delle coppie, cioè di avere almeno due figli, si modifica». A volte succede per i costi, a volte perché a forza di rimandarli nel tempo certi desideri diventano non più realizzabili. E così si indebolisce la famiglia insieme al cosiddetto welfare familiare, «che è la risposta italica alla carenza strutturale di politiche per la famiglia». Spesso e volentieri la famosa conciliazione tra famiglia e lavoro è permessa dalla presenza di nonni e nonne disponibili ad accudire i nipoti. Prova ne è un dato che contraddice quel luogo comune secondo cui sono rimasti “solo gli immigrati a fare figli”. «In realtà i dati dimostrano che man mano che si stabiliscono in Italia gli immigrati tendono a fare meno figli. La popolazione straniera che vive nelle grandi città d’Italia fa un numero di figli che spesso non arriva al ricambio generazionale, pur avendo in patria livelli di fecondità enormemente alti. Indubbiamente questo dato è influenzato dall’assenza nel nuovo paese di legami familiari a cui appoggiarsi». Il modello del welfare familiare non è dunque più sostenibile? «Sicuramente la sostenibilità viene messa in discussione nel lungo periodo, per il semplice fatto che se si fanno meno figli, ci sono meno legami familiari a cui ricorrere in caso di necessità. Certo, il fatto che l’età pensionabile si alzi influirà. Ma non dimentichiamo che parallelamente si allunga anche l’aspettativa media di vita. Si pone dunque il problema di valorizzare adeguatamente l’utilità sociale di una fascia di età, quella tra i 65 e i 75, che non possiamo permetterci di perdere». Ma dire questo significa riaprire tematiche trascurate da molto tempo. «Nel cassetto della presidenza del Consiglio – conclude Blangiardo – c’è il Piano nazionale per la famiglia. Lì dentro c’è la ricetta con cui andare a comperare le medicine per far guarire il malato. Alcune, come il famoso Fattore Famiglia, hanno un costo. Ma ce ne sono anche di più economiche». In questo caso non esistono medicine alternative.

Laura Borselli

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