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Per capire che la bolla cinese è la «più grande del secolo» basta leggere i dati

gennaio 23, 2012 Leone Grotti

Il prezzo delle case in Cina crolla: in novembre -35% a Pechino, -21% a Shanghai. Le banche hanno prestato agli imprenditori quasi 2 mila di miliardi di euro ma la metà degli immobili è invenduta. Si prospetta un buco di 300 miliardi in debiti non restituiti

Lo ha detto chiaro e tondo un docente cinese dell’università Tsinghua di Pechino prima della fine dell’anno: «Tutti sono preoccupati per il crollo dei prezzi delle case, che ormai indicano che la più grande bolla del secolo è appena scoppiata, con serie conseguenze non solo per una delle economie più promettenti al mondo, ma anche per l’ambito internazionale». Secondo gli studi di settore, il valore delle nuove case costruite a novembre a Pechino è sceso del 35 per cento, del 21 per cento a Shanghai. In media, negli ultimi 12 mesi in Cina, i prezzi sono scesi del 15%, le vendite di case e appartamenti del 30%. E sono sempre più frequenti le proteste di cittadini come Xu Lijan, 29 anni, che a novembre ha marciato fino agli uffici del Greenland Group, il terzo gruppo immobiliare del paese. Quando Xu ha comprato casa ad aprile, ha pagato 17.600 yuan per metro quadrato (2 mila euro circa, a fronte di uno stipendio medio di 200 euro al mese a Shanghai), a novembre, nella stessa zona, il costo al metro quadrato è sceso a 11.000 yuan (1.250 euro). «Il governo vuole abbassare i prezzi per tagliare le gambe agli speculatori» ha protestato Xu, «ma così affossa anche la gente come me».

La bolla speculativa immobiliare cinese ha messo in allarme anche il Fondo monetario internazionale, che teme l’ennesimo disastro finanziario che può avere gravi ripercussioni in tutto il mondo. Ma andiamo con ordine. I problemi sono cominciati intorno al 2009, quando il regima comunista, per far fronte alla crisi economica ed evitare la chiusura di molte aziende e il licenziamento di migliaia di persone, ha prestato alle imprese attraverso le banche 17 mila di miliardi di yuan (quasi 2 mila di miliardi di euro). Oltre un quarto di questi soldi è andato nella costruzione di grattacieli, case e appartamenti. Secondo Adrian Mowat, a capo della strategia asiativa della JP Morgan, la Cina ha utilizzato nel 2011 1,5 tonnellate di cemento per ogni uomo, donna o bambino. La popolazione cinese si aggira intorno al miliardo e 300 milioni di persone. Fate voi il calcolo.

I prezzi degli immobili sono saliti in modo vertiginoso fino ad arrivare a livelli inaccessibili alla classe medio-alta cinese. Di conseguenza, Pechino dal 2010 ha deciso di far abbassare volontariamente i prezzi con una serie di misure: ha ristretto la possibilità di ottenere prestiti dalle banche per gli imprenditori, fissando un tetto limite che la banca può prestare per mutui diretti all’acquisto di appartamenti, ha vietato alle persone di acquistare più di due case e ha aumentato gli interessi dei mutui sull’acquisto di immobili. Le vendite sono così crollate del 70% e i prezzi di conseguenza, con gli imprenditori che li abbassano per raggranellare più denaro possibile nella speranza di risarcire almeno una parte dei debiti che hanno contratto con le banche. Secondo la China Trustee Association, solo nel 2012, 700 miliardi di yuan di prestiti dovranno essere restituiti alle banche. Già si calcola che il buco che si creerà sommando i debiti che gli imprenditori non potranno restituire sarà pari a circa 300 miliardi di euro.

Che la bolla immobiliare sia una triste realtà si capisce anche dal fatto che i maggiori gruppi immobiliari come China Vanke e China Overseas Land and Investment hanno tagliato di un terzo i prezzi dei nuovi appartamenti. Nel 2011, 50 mila agenti immobiliari hanno perso il lavoro e le agenzie continuano a chiudere in tutti il paese. «Noi nel 2011 abbiamo chiuso 200 agenzie, che hanno causato il licenziamento di 3 mila persone tra personale e agenti» dice Lai, del gruppo Centaline.

Gli osservatori economici oggi guardano alle conseguenze cui porterà il peggioramento della bolla cinese. Pechino ufficialmente cresce del 9 per cento (anche se un docente cinese in una lezione universitaria a porte chiuse ha detto che il governo trucca i dati, la crescita reale si attesterebbe al 6 per cento) e il rapporto deficit/Pil è pari al 180% (quello italiano è 120%). Nel 2011 la Borsa di Shanghai ha perso in totale il 22 per cento e secondo dati della Banca del popolo cinese, i ricchi miliardari hanno portato fuori dal paese ogni mese per tutto il 2011 150 miliardi di yuan (oltre 16 miliardi di euro). Davanti a una economia che nonostante le apparenze è in difficoltà e che ha perso la fiducia anche dei cinesi stessi, si teme che la bolla abbia ricadute serie sugli ordini di cemento, acciaio e rame in tutto il mondo, e su quelli di mobili ed elettrodomestici in patria.

Non solo, anche i pochi milioni di cinesi benestanti rischiano di diventare poveri come gli altri. Secondo uno studio della Banca d’America, infatti, la ricchezza di oltre il 50% dei proprietari di case si basa sul mercato immobiliare. Se crolla, i conti in banca delle persone ne risentiranno e di conseguenza il mercato interno della Cina. In più, anche i governi locali cinesi ci rimetteranno. Il 30 per cento delle loro entrate, infatti, è dato dalla vendita di terreni, che spesso vengono confiscati illegalmente come avvenuto di recente nel villaggio di Wukan. Il costo dei terreni è sceso fino al 30% in ottobre rispetto allo stesso periodo del 2010.

La bolla immobiliare cinese era stata prevista. Già a gennaio del 2009, James Chanos, Usa hedge fund manager, vedendo l’incredibile quantità di grattacieli vuoti in Cina – spettacolo desolante che salta all’occhio ancora oggi, si calcola che il 50 per cento degli immobili costruiti in Cina oggi resti vuoto – dichiarava: «La Cina è come mille Doubai» riferendosi alla città dell’Emirato arabo, dove una bolla immobiliare di enormi proporzioni era appena scoppiata.

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