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Caos nel Pd, al Senato 13 “dissidenti” si autosospendono

giugno 12, 2014 Chiara Rizzo

I senatori protestano contro la sostituzione in commissione Affari costituzionali di Corradino Mineo, contrario alla riforma voluta da Renzi. Senza il loro appoggio però l’esecutivo rischia di cadere. Boschi: «Avanti lo stesso»

Corradino Mineo

Ieri i 30-40 “franchi tiratori” del Pd alla Camera, decisivi per l’approvazione dell’emendamento sulla responsabilità civile dei magistrati, già avevano fatto scricchiolare il partito. Oggi è il caos: il pomo della discordia è la sostituzione, decisa sempre ieri, del membro della commissione Affari costituzionali del Senato Corradino Mineo, Pd ma ala “minoranze inquiete”: Mineo infatti sostiene da tempo il ddl di Vannino Chiti, che affosserebbe la riforma del segretario-premier, spingendo per un Senato ancora elettivo. Mineo quindi ieri è stato sostituito in commissione con il capogruppo del Pd a palazzo Madama, Luigi Zanda.

LA FRONDA CRESCE. La mossa, chiaramente voluta dai renziani, nasce dall’esigenza di stringere sulla riforma del Senato all’angolo anche i “nemici-amici” di Forza Italia, dimostrando che il Pd avrebbe i numeri per portarla avanti anche da solo, e riducendo i desiderata (o i diktat, a seconda della forza usata) di Berlusconi sulla riforma. Mineo all’interno della commissione era uno dei principali ostacoli, dato che avrebbe votato contro la linea di Renzi e il suo voto però avrebbe potuto essere decisivo, e quindi la sostituzione. Ma la reazione della minoranza dem oggi lascia intravedere una profonda spaccatura: 13 senatori si sono autosospesi per protesta. Tra questi ci sono nomi di spicco della vecchia sinistra Pd, da Vannino Chiti a Felice Casson, passando per Paolo Corsini, Erica D’Adda, Nerina Dirindin, Maria Grazia Gatti, Sergio Lo Giudice, Claudio Micheloni, Massimo Mucchetti, Lucrezia Ricchiuti, Walter Tocci e Renato Turano (oltre ovviamente a Mineo). Corsini addirittura indica la sostituzione come «una palese violazione dell’articolo 67 della Costituzione» (che tutela la libertà nel mandato elettorale).

BOSCHI: «SI VA AVANTI LO STESSO». Nemmeno un’ora dopo l’autosospensione, è intervenuto il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi: «Noi andiamo avanti. I numeri per fare le riforme ci sono. Non si possono bloccare le riforme che milioni di cittadini ci chiedono perché 12-13 senatori non sono d’accordo. Non può esserci un potere di veto». Parole che ricordano quelle del premier dalla Cina, dove si trova in visita, che ieri aveva detto «Noi non lasciamo a nessuno il diritto di veto: conta molto di più il voto degli italiani che il veto di qualche politico che vuole bloccare le riforme. E siccome contano di più i voti che i veti, vi garantisco che noi andiamo vanti a testa alta». Ma la verità è che la fronda dei 13 qualche problema alla maggioranza lo può dare eccome, dato che il governo ha ottenuto la fiducia al suo insediamento con appena 165 sì. Se i dissidenti non la votassero più, o non votassero più in linea con le indicazioni del partito, significherebbe per Renzi arrivare ad appena 156 voti, ovvero cinque in meno della soglia di maggioranza. Eppure la decisione di sostituire Mineo ieri era stata presa con il consenso della vecchia guardia del partito: persino Anna Finocchiaro, non certo una renziana, era d’accordo: «In una commissione in cui c’è un solo voto di scarto tra maggioranza e opposizione, una critica così radicale non è solo un’espressione di libertà di coscienza, ma pone un’alternativa tra il fare e il non fare le riforme».

 

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