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Calogero Mannino. Storia di un processo inscenato prima a teatro che nei tribunali

novembre 14, 2016 Emanuele Boffi

Il papello? Una patacca. La trattativa Stato-mafia? Un castello in aria. Parola di perseguitato dalla giustizia. Da venticinque anni

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – «Il mio processo è stato costruito in sede extragiudiziale. Se lei prende i libretti di Marco Travaglio e li raffronta con l’accusa svolta dai due pm – Nino Di Matteo e Vittorio Tiresi – trova, fatta salva la sintassi, una coincidenza straordinaria». Sono tanti i sassolini che Calogero Mannino ha intenzione di levarsi dalle scarpe. A inizio mese, un anno dopo la sentenza nel processo con rito abbreviato, il gup di Palermo Marina Petruzzella ha depositato le motivazioni della sua assoluzione «per non aver commesso il fatto» nel processo della cosiddetta “Trattativa Stato-mafia”. «La mia linea di difesa – spiega Mannino a Tempi – è stata, era ed è la riaffermazione della mia totale estraneità a riguardo di una vicenda di cui non sono in condizione di dire nulla e, men che mai, di confermarla».

Per l’ex ministro Dc si è concluso positivamente il primo grado di giudizio in cui era accusato di «violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario» dello Stato, un reato «che nemmeno Mussolini si sognò mai di usare contro i suoi nemici». Però è in base all’articolo 338 del codice penale che i pm hanno chiesto una pena di nove anni. E anche quando il 4 novembre 2015 fu pronunciata la sentenza d’assoluzione, sebbene non fossero state ancora rese note le motivazioni, furono i pm ad annunciare subito l’appello. Ora che faranno? Si vedrà. «Ma mi ascolti bene – ammonisce Mannino –: questo processo in Cassazione non reggerebbe mai, mai. Va dato atto al gup di essere stata molto coraggiosa. Avrebbe potuto condannarmi o trovare qualche formula in modo che si arrivasse in altri gradi a mettere in ordine i fatti. Invece ha preso tutti i fascicoli, li ha studiati, è arrivata a sentenziare la mia estraneità e si è spinta anche più in là, dando giudizi molto chiari sul modus operandi dei pubblici ministeri. Il gup s’è trovata di fronte una montagna di carte perché i pm hanno ritenuto che, in base al peso delle scartoffie che rovesciavano nel processo, si sarebbe determinato il peso dell’accusa».

Così non è andata, per fortuna. S’è trovato un giudice che ha avuto la pazienza di leggersi le carte (e questo, purtroppo, non è scontato). «In verità – aggiunge Mannino – già nell’ordinanza di rinvio a giudizio il gip Piergiorgio Morosini aveva chiesto ai pubblici ministeri di presentare le prove. Un comportamento alquanto pilatesco, se ci si pensa. Già Morosini avrebbe dovuto ordinare l’archiviazione per mancanza di prove, e invece si è andati avanti». Si è andati avanti finché un giudice «ha fatto tabula rasa di tutto questo castello di fantasie campate in aria. Perché il processo contro di me è come un castello di sabbia costruito da bambini sulla spiaggia. Bastava una bella pedata per farlo rovinare a terra».

Il signor Franco. Ah no, Carlo
Tuttavia anche questa volta è servito molto tempo perché la pedata fosse assestata. E non è la prima volta. È dal 1991 che Mannino sale e scende gli scalini dei palazzi di giustizia. Venticinque anni. Un quarto di secolo alla gogna è una tortura «peggiore del waterboarding», come disse una volta a questo giornale il politologo Edward Luttwak, estimatore di Mannino. Fu nel 1991 che un pentito accusò Mannino di essere un mafioso. Solito can can mediatico finché, mancando alcun tipo di riscontro, l’inchiesta fu archiviata. Archiviata ma non dimenticata, verrebbe da dire. Perché tre anni dopo partì una nuova inchiesta che portò nel 1995 all’arresto di Mannino per concorso esterno in associazione mafiosa. Quella volta per il quattro volte ministro si aprirono le porte del carcere: nove mesi in cella e altri tredici ai domiciliari. La conclusione? Assoluzione nel 2010 in Cassazione. Ma la pace durò poco e Mannino fu accusato di aver avuto un ruolo importante nella trattativa tra i boss di Cosa Nostra e le più alte sfere delle istituzioni italiane; nella sostanza, di aver concordato di porre fine alle stragi dei primi anni Novanta in cambio di un ammorbidimento della carcerazione dura per i capi mafiosi.

Le prove di tutti questi traffici? Il famoso papello, il foglietto presentato da Massimo Ciancimino, figlio del mafioso Vito, ai due pm, in cui s’attestavano le richieste del boss Totò Riina. Papello che, nelle dichiarazioni di Ciancimino, è poi diventato un “contro-papello”; trattativa che è poi passata per le mani di un agente dei servizi segreti (ovviamente deviati), il “signor Franco”, poi diventato il “signor Carlo”. Un papello che nelle «farraginose e fluviali dichiarazioni» di Ciancimino ai pm è diventato molte cose diverse. Ma la sostanza è che è sempre stato presentato in fotocopia, mai in originale. Insomma, una patacca photoshoppata. Un raggiro che tuttavia, come ha scritto il gup Petruzzella nelle conclusioni delle cinquecento pagine di motivazioni, è servita a «tenere “sulla corda” i pubblici ministeri col postergare la promessa di consegnare loro il papello, carpirne così la considerazione e mantenere sempre alta su di sé l’attenzione generale, accompagnato nel suo luminoso cammino dalla stampa e dal potente mezzo televisivo».

Ecco: la stampa, la tv, il circo mediatico giudiziario. Il giurista Giovanni Fiandaca, che già in tempi non sospetti aveva aspramente criticato la Trattativa, ha scritto sul Foglio parole contundenti sui «servi sciocchi delle procure» e le «gazzette delle manette». Secondo Mannino le motivazioni rese note dalla gup aiutano a comprendere che, nel suo caso, «questi embrioni di sospetti hanno avuto un’amplificazione mediatica straordinaria, al punto tale che si può dire che questo è un processo che, prima ancora che nelle aule giudiziarie, è stato inscenato sui giornali e addirittura a teatro».

I pm in prima fila
Non è un modo di dire. Con lo spettacolo “È Stato la mafia” il direttore del Fatto quotidiano ha davvero percorso da nord a sud la nostra penisola. «Il signor Travaglio – riprende Mannino – ne ha tratto un profitto personale con rappresentazioni teatrali che ha svolto in molte città. Ne ha tratto un vantaggio professionale come attore, come guitto, e un vantaggio economico. Si è arrivati ad assistere a scene aberranti e vergognose proprio a Palermo dove, in un grande e affollato cineatro, i pm si sono seduti in prima fila ad ascoltare quella che avrebbe dovuto essere la loro requisitoria. Non so se è chiaro: è una cosa mostruosa. È una vicenda andata fuori da ogni regola e limite». Mannino ne ha viste tante nella sua carriera di uomo pubblico e sa bene che, da sempre, esiste una certa contiguità tra il mondo delle procure e quello dell’informazione, «ma qui siamo arrivati ad un punto tale che io parlerei di “connivenza”. Una connivenza in un progetto accusatorio».

Quando un anno fa uscì la sentenza, Travaglio scriveva ancora che, però, «il fatto sussiste». Ingroia, allora e ancora oggi, difende il suo operato. Don Luigi Ciotti ebbe modo di lamentarsi che in Italia ci vorrebbe un «maggior investimento nella ricerca della verità». Come ha notato anche Fiandaca all’uscita delle motivazioni settimana scorsa, il Corriere della Sera non ha dato risalto alla notizia, Repubblica, che pure l’ha cavalcata per mesi, se l’è cavata con asettici articoletti, il Fatto ne ha parlato nelle pagine interne e solo per sottolineare i “buchi” nella ricostruzione di Petruzzella.

«Se volessimo essere seri – riprende Mannino con Tempi – dovremmo chiederci: quando la notitia criminis è pervenuta ai signori pubblici ministeri? Con quale forma? Con quali mezzi? La forma e i mezzi sono stati la serie di articoli a ping pong che si sono scambiati Repubblica, Il Fatto e il Corriere della Sera. Poi la massima amplificazione con le trasmissioni televisive di Michele Santoro su La7 e i programmi su Rai Tre. Rai Uno ha tenuto la solita posizione melliflua: non hanno nemmeno dato la notizia della mia assoluzione e del deposito della sentenza».

La pazienza dei santi martiri
Sulla soglia degli ottant’anni Mannino vorrebbe solo uscire da questo labirinto di «dubbie fantasie, umori e metafore sui rapporti tra criminalità e politica. Rapporti che possono esserci, ma vanno localizzati nella sede in cui si svolgono effettivamente, non possono essere inventati o affidati a una “narrazione”».

Ora, dopo un quarto di secolo in cui ci ha rimesso la salute e il patrimonio, Mannino vorrebbe solo essere «lasciato in pace», anche se sa che occorre armarsi della «pazienza dei santi martiri». «Non voglio fare la vittima, ma chiedo: perché ha dovuto soffrire tanto mia madre? E cosa ha dovuto patire mia moglie, che sopporta quotidianamente questo calvario? E mio figlio con tutto il suo senso di dignità e orgoglio personale? Io sono vivo per miracolo. Ringrazio sempre lo Spirito Santo. Sempre, sempre, sempre. Sempre e innanzitutto. Lo Spirito Santo mi ha illuminato e protetto».

Foto Ansa

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