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Il calcio ormai è roba da sceicchi. L’Italia al massimo può sognare Higuain (ma di cosa stiamo parlando?)

giugno 17, 2013 Fred Perri

Una volta i Platini di turno facevano a gara per venire in serie A. Poi sono arrivati sceicchi e oligarchi che con i loro assegni hanno comprato club, stadi e top player. E noi restiamo qui a parlare di Higuain

Il 31 maggio del 1982 io ero un giovane di belle speranze. È strana la vita, compagni e amici, avevo belle speranze ma non ero bello, sono molto meglio ora che le speranze non le ho più. Del resto non ho più un mucchio di cose, adesso il 10 giugno dormo con il piumone mentre 31 anni fa avrei fatto fatica a raffreddare i miei bollenti spiriti. Tutto è cambiato. Allora c’erano la Dc e il Pci, c’era il riflusso, c’erano i paninari e la Milano da bere che faceva schifo a tanti snob de sinistra ma era molto meglio di quella di adesso. Ma, soprattutto, allora mi occupavo di Platini e adesso di Higuain. Non so se rendo l’idea. Infatti, in quella giornata quasi estiva – anche le stagioni interpretavano con maggiore dedizione il loro mestiere – da giovane cronista facevo la posta ai dirigenti delle società di serie A alla sede della Lega Calcio, che allora stava in via Filippetti, a Milano. Era una giornata calda, di sole. Non c’erano i cellulari (al limite quelli della polizia), non c’erano iPad e pc, qualcuno aveva il fax, noi lo chiamavamo “lavatrice” perché era enorme, grosso quanto un elettrodomestico. Quando uscivi dovevi avere gettoni o scheda del telefono.

A quei tempi si faceva tutto con la carta o le carte (bollate). Quello era un giorno speciale: due anni prima (1980) l’Italia del football aveva riaperto le frontiere. Erano state sbarrate nel 1966 dopo il tonfo con la Corea del Nord. L’uomo che le aveva chiuse, il miglior dirigente calcistico che abbia mai avuto l’Italia, Artemio Franchi (che sarebbe morto in un incidente stradale nel 1983), le aveva spalancate dopo che il calcio italiano era rinato, corroborato dall’autarchia. Quel giorno scadevano i termini per tesserare il secondo straniero. Chi ne aveva già uno e ne prendeva un altro, arrivava con un plico, chi li cambiava entrambi si presentava con due. Faceva fede anche il timbro di spedizione, ma per non correre rischi meglio presentarsi. Accaddero fatti singolari. Arrivò Giancarlo Beltrami, direttore sportivo dell’Inter, con il contratto dello jugoslavo (bosniaco di nascita) Safet Susic, uno dei tanti talenti balcanici. Bene. Un’ora dopo, su una vistosa Mercedes verde, con due sgherri jugoslavi (uno dei quali asseriva di essere un parente del giocatore), si presentò Luciano Moggi, allora al Torino, con il contratto dello stesso Susic. A quei tempi (come accadde anche con Luis Figo conteso da Juve e Parma a metà anni Novanta) i calciatori stranieri facevano a gara per venire in Italia, tanto da mettere qualche firma di troppo.

Beh, comunque dopo l’infornata degli anni precedenti, da Krol a Falcao, in quel maggio del 1982 si concretizzavano gli ingaggi di Michel Platini e Zibì Boniek alla Juventus (che per far posto al primo scaricò Liam Brady), di Trevor Francis e Dirceu alle neo promosse Sampdoria e Verona, di Hansi Müller all’Inter, di Edinho all’Udinese, di Passarella, capitano dell’Argentina campione del mondo 1978, alla Fiorentina. Fu una giornata particolare, tra telefoni, marciapiedi, zanzare e panini. Erano il calcio e il giornalismo di una volta. Se non muovevi il culo non battevi chiodo. Platini arrivò a parametro Uefa (250 milioni). Nel 1978 si era accordato con l’Inter. La società nerazzurra aveva fatto l’affare convinta (non era la sola) che il muro di pallone sarebbe caduto due anni prima del previsto. Poi l’aveva lasciato andare.

Gli eredi di Pelè e Rivelino
Quello era il 1982. Poco più di due mesi dopo, con la nazionale cresciuta durante il periodo autarchico, conquistavamo il Mundial. Hasta la victoria siempre. Nel 1983, invece, l’Italia venne scossa dalle manifestazioni di piazza a Udine. No, non era un comizio di Beppe Grillo. Era una mezza rivoluzione e tutto in nome di Arthur Antunes Coimbra, in arte Zico, il numero 10 del Brasile, l’ultimo evocativo campione verdeoro che discendeva da Pelè (che sarebbe venuto in Italia pure lui se non avesse trovato le frontiere chiuse) e da Rivelino. Era parente di Platini, che era arrivato un anno prima, e di Diego Armando Maradona, che sarebbe arrivato un anno dopo. Il 9 giugno scadevano i termini per il tesseramento degli stranieri e il contratto di Zico e anche quello di Toninho Cerezo, ingaggiato dalla Roma, non erano a posto. Il presidente del club friulano, Lamberto Mazza, aveva annunciato il 1° giugno 1980, urbi et orbi, l’acquisto del campione brasiliano: 6 miliardi al Flamengo e 3 al giocatore. Il trasferimento di Zico in Italia provocò l’irritazione dell’allora segretario della Cgil, Luciano Lama. La faccenda si ingarbugliò per una questione di timbri: a quei tempi, senza e-mail e telefonini, c’era molta severità nei controlli sui modi e sui tempi, e secondo la commissione tesseramenti della Federcalcio sia l’Udinese per Zico, sia la Roma per Cerezo non avevano fatto le cose perbene. Così, mentre da una parte si protestava per gli sprechi, dall’altra si protestava per un sogno. A Udine andarono in piazza a migliaia con i cartelli “O Zico o Austria”. L’antico affetto per l’Imperatore riemergeva per appoggiare l’arrivo di un calciatore.

Zico (e Cerezo con lui) alla fine arrivò. Fece cose splendide, ma non tanto da trasformare l’Udinese in una specie di Verona che nel 1985 vinse l’ultimo scudetto veramente “povero” (quello della Sampdoria, del 1991, fu tutto tranne che provinciale). Ma questa è un’altra storia. Il mercato era squillante, i nomi che si facevano erano quelli dei migliori. E i migliori arrivavano. Gl sceicchi con il palazzo poggiato sulle trivelle e uno stuolo di mogli e/o gli oligarchi con il gasdotto e la moglie con le tette rifatte (bene, roba di prima classe) eravamo noi. Anche l’impossibile si verificava: nel 1984 il Napoli strappò Maradona al Barcellona (13 miliardi) e l’Inter si prese Kalle Rummenigge (stessa cifra). Quello stesso anno la Fiorentina ingaggiò il dottor Socrates, il Torino Junior, la Sampdoria Souness, il Milan la coppia inglese Hateley e Wilkins. E non era finita. Gli anni Ottanta diventarono i Novanta con Gullit, Van Basten e Rijkaard al Milan e con Matthäus, Brehme e Klinsmann all’Inter, i Novanta introdussero il terzo millennio con Zidane alla Juve, Veron al Parma, Ronaldo all’Inter (49 miliardi, 1997). Sdoganammo i russi: Zavarov, Aleinikov.

E noi puntiamo sulle riserve
Poi abbiamo cominciato a prendere dei pensionati. Rivaldo, Ronaldo (di ritorno), Ronaldinho. Infine ci siamo affidati alla preparazione e alla fortuna (anche a quella) di qualche dirigente che ha imbroccato le scelte di Diego Milito o di Edinson Cavani. Possiamo sopravvivere solo così, ormai. Ma anche se troviamo uno come Cavani, difficilmente concluderà la sua carriera in Italia, perché arriverà qualcuno a offrirgli un vagone di euro, dollari o rupie per andare altrove. Di sicuro uno come Maradona, nei panni del suo pronipote Lionel Messi, qui non sbarcherà mai. Adesso i grandi talenti, i campioni a tre stelle, quelli da Pallone d’oro, finiscono ovunque, ma non in Italia. Mentre la Juve aspetta che cali il prezzo di Higuain (ma di che stiamo parlando) o che il nuovo allenatore del Real Madrid lo dismetta, l’ultimo fenomeno brasiliano, Neymar, ha scelto il Barcellona (57 milioni); Radamel Falcao (l’attaccante che avrebbe potuto far vincere alla Juve di Conte la Champions, uomo giusto nel gioco giusto) ha mollato l’Atletico Madrid per il Monaco, inteso come Montecarlo, che è neo promosso in Ligue1 ma ha l’ultimo proprietario con i franchi (ha cacciato 60 milioni); Götze, accusato di alto tradimento dai tifosi del Borussia, ha detto addio al Dortmund prendendo la strada di Monaco (di Baviera), rinforzo d’eccezione per il nuovo Bayern di Pep Guardiola (37 milioni il costo). Si attende qualche nuovo regalo di Abramovich a Mourinho: il magnate russo, un anno fa, per due giovani in carriera, il belga Hazard e il brasiliano Oscar, ha messo lì 70 milioni di euro.

Manchester City e Manchester United, Chelsea, Paris St. Germain, le due potenze spagnole, ora il Monaco, ultimo giocattolo del magnate russo Dmitrij Rybolovlev disposto a staccare assegni come se fossero scottex, il Bayern Monaco. Che cosa è successo? Tante cose, ma qualsiasi siano le ragioni, tutto si sintetizza in una malinconica realtà: i nostri club hanno perso competitività, in campo economico e pure agonistico. La classifica per fatturato (al 2011-2012) delle società europee vede il Real al primo posto (512 milioni), poi Barcellona (483), Manchester Utd (395) e Bayern (368). Il Milan è ottavo (256), la Juve decima (195), mentre il Borussia Dortmund, finalista di Champions con il suo gioco esplosivo, è undicesimo (189 milioni).

La maledetta legge dei bilanci
In Italia la Juve aveva già smesso di spendere cifre enormi prima del tracollo del 2006. Ora sulla stessa linea si muovono gli “sceicchi bianchi” di Milan e Inter. Uno dei problemi è che in Italia si dipende troppo dai diritti tv. E poi la serie A si vende poco all’estero (a differenza di quello che accade per Barcellona e Real Madrid in Spagna e per la Premier League, soprattutto). Dall’introduzione della legge Melandri, poi, i club più importanti e quelli potenzialmente più competitivi in Europa, incassano molto meno. Qui da noi c’è un solo stadio di proprietà (lo Juventus Stadium, in attesa di quello di Udine) e si sono sciaguratamente trascurati i guadagni da impianto. Inoltre non c’è una protezione del marchio come in altri paesi e la vendita di magliette a gadget viene abbassata dalla proliferazione di prodotti taroccati (che si vendono impunemente davanti agli stadi). I ricavi se ne vanno tutti in stipendi e se si alzano gli stipendi (la voce più alta delle uscite) se ne vanno i soldi per fare il mercato. Senza contare che in Europa c’è una diversa fiscalità – clamorosa quella spagnola nel favorire i club di calcio.

Perché parliamo di questo? Perché ormai, in Italia, è finito il tempo delle spese folli senza ritorno. Un club deve spendere quello che guadagna. Non è più il balocco di un finanziere: una società deve far quadrare i bilanci. E la prima cosa da fare è calmierare il monte stipendi. Quello che ci ha fottuto è che negli anni Novanta abbiamo alzato sensibilmente i salari dei calciatori medi. Così, ora, non possiamo permetterci di pagare un giocatore più di 5, al massimo 6 milioni. Tevez ne prende 8,5. Ma perché dovrebbe venire qui da noi? «È disposto a ridursi lo stipendio», garantisce Adriano Galliani. Ah, allora. Non abbiamo proprietari esotici a parte Pallotta alla Roma (che però non è uno sceicco) e un aspirante magnate indonesiano, Erick Thohir che vuole un pezzo (tutta?) l’Inter. Fine.
Ma scusate, se un imprenditore straniero fa fatica ad aprire una fabbrica, con tutta la burocrazia, le bollette, Equitalia, i sindacati, i comitati di quartiere che ci sono qui da noi, perché qualcuno si dovrebbe infognare in una società di calcio? Adesso non si fa più la posta per strada, aspettando Lucianone Moggi con i due jugoslavi con le facce patibolari che chiedevano l’indirizzo di Beltrami. Adesso il mercato dura una vita perché così si può tirare sul prezzo. Ma chi ha un carnet di assegni bello gonfio, si è già preso i migliori. Amen.

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1 Commenti

  1. ragnar says:

    Beh, bisognerebbe imporre sanzioni economiche molto severe alla Spagna: io sinceramente non ho voglia di pagare il debito dei club spagnoli

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