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Calcio in crisi. E li chiamano top player

settembre 22, 2012 Fred Perri

Parola d’ordine pareggio di bilancio. È così che il campionato più bello del mondo ha perduto fascino e competitività. E ha salutato gli ultimi Grandi Campioni. Puntando tutto sui vari Destro e Immobile. È iniziato l’anno zero della serie A

L’altro giorno stavo guardando Skysport24, il canale che ha rivoluzionato il modo di fare informazione sportiva in Italia, nel bene e nel male. Nel bene perché fornisce un mucchio di notizie interessanti, perché sta dappertutto e copre anche la sagra del verricello di Savona, se c’è uno straccio di calciatore o dirigente da intervistare; nel male perché, per riempire 24 ore di sport, in certe giornate senza sagre, in certi momenti in cui i protagonisti del calcio stanno a casa con i figli o con le bonazze che la loro condizione permette loro di cuccare, in certe settimane in cui c’è la sosta per la nazionale, i ragazzi di Sky sono costretti a ripetersi o a buttar dentro qualche carico di pura, semplice, inevitabile fuffa. Per occupare lo spazio e perché ha molto successo, adesso si sono inventati “liberi di”: in pratica i giornalisti in studio rispondono alle domande formulate dai telespettatori su twitter. Io stavo appunto lì a bighellonare e mi è capitato proprio quello. Beh, il 95 per cento delle domande riguardavano il mercato. Ma come, non si è appena concluso? Ma come, volete ancora parlarne, ora che quasi tutte le squadre hanno dovuto dismettere un sacco di campioni? Ma come non siete delusi per gli acquisti, nessuno dei quali è quello che gli stolti definiscono “top player”? (Quando sento questa espressione mi viene in mente Nanni Moretti in Palombella rossa che strapazza l’incauta giornalista che ha pronunciato la parola “trend”). E invece parlare di mercato è tornato di moda, proprio come i rotocalchi con le storie di gossip dei divi e i fotoromanzi che esplosero nel dopoguerra, quando c’erano ancora le macerie, e i sogni, come dice Marzullo, aiutavano a vivere. O a sopravvivere.

Dov’è finito Van Persie?
Ci eravamo lasciati prima dell’estate con previsioni infauste che si sono pienamente realizzate. Il campionato italiano si è impoverito. Il Milan, inseguendo il pareggio di bilancio, si è privato di Zlatan Ibrahimovic e di Thiago Silva, i suoi pezzi più pregiati, abbattendo il monte ingaggi per un risparmio complessivo di 60 milioni di euro. L’Inter ha sfoltito i ranghi alla grande privandosi soprattutto dei brasiliani (Lucio, Maicon, Julio Cesar) o degli uruguaiani (Forlan) perché costavano troppo e perché la cosca vincente, ad Appiano Gentile, è quella degli argentini del boss Zanetti. Anche il Napoli ha ceduto un pezzo pregiato, Ezechiele Lavezzi, al Parigi dello sceicco e di Carlo Ancelotti che, però, non ha cominciato brillantemente la stagione.

La Juventus invece, data dai media sempre lì, sul bordo del Grande Colpo, alla fine si è ritrovata, a parte alcuni buoni acquisti iniziali, Isla e Asamoah e il ritorno della formica Giovinco (a me non convince ma piace molto a Conte), l’attaccante danese Nicklas Bendtner la cui impresa più famosa è avvenuta ai recenti Europei di Ucraina e Polonia, quando, dopo avere segnato un gol contro il Portogallo, si è abbassato i pantaloncini mostrando un paio di boxer con la scritta “Paddy Power”, l’ennesimo sito di giochi online e per questo è stato multato di 100 mila euro dall’Uefa. Magari sfonderà le reti del nostro campionato ma finora deve ancora dimostrare tutto. E pensare che dall’Arsenal, gli esperti (ah, ah) di mercato scrivevano che la Juventus avrebbe preso Van Persie (andato invece al Manchester United).

«Compagni, il gioco si fa peso e tetro, comprate il mio didietro io lo vendo per poco». Il mitico Francesco Guccini, che fanno imparare a memoria anche nella elementare cattolica di mio figlio (sono rimasto piacevolmente sorpreso), ci aiuta a capire la situazione in cui siamo. Il calcio italiano è all’anno zero. La crisi c’è per tutti, pensate agli spagnoli che vogliono gli aiuti per le loro banche che hanno foraggiato per anni le follie di Real Madrid (di più) e Barcellona (di meno). Però la nostra situazione è un classico caso di cicala/formica. Noi avevamo un grande campionato, con un grande fascino soprattutto da un punto di vista dell’immagine, della competitività. Proprio gli aspetti che abbiamo perduto.

Negli anni d’oro, dopo la riapertura delle frontiere all’inizio degli anni Ottanta, i grandi campioni, da Platini a Maradona, da Zico a Rummenigge, da Boniek a Van Basten, non sono venuti in Italia solo per la grana, ma anche per il fascino, per la sfida, perché in Italia si diventava veramente grandi. Poi è arrivato Silvio Berlusconi con i suoi elicotteri e i suoi soldi e tutti si sono dovuti adeguare, persino la Juventus che non avrebbe mai speso le cifre che, all’inizio degli anni Novanta, ha cacciato per Baggio, Vialli e tanti altri giocatori più o meno determinanti. Gianni Agnelli definì Berlusconi “il calmieratore del mercato”, con la sua bella erre da Avvocato.

Lo prendeva in giro, certo, ma tutte le colpe non sono del Berlusca: piuttosto di tutti quelli che gli sono andati dietro senza programmare, senza pensare al futuro, ad esempio investendo su giovani e stadi. Noi avevamo un grande calcio, ma invece di fare come i tedeschi, quando venivano saccheggiati dei loro migliori calciatori, abbiamo cantato, cantato, cantato fino a quando non abbiamo perso la voce e non abbiamo avuto più soldi.

Cioè fino ad ora, fino all’espatrio degli ultimi Grandi Campioni. L’Inter, che nella seconda metà del primo decennio del terzo millennio era stata la squadra più potente, quella che ha preso i giocatori più importanti, che ha speso senza ritegno (soprattutto in ingaggi), dall’estero ha preso Pereira. Per il resto tutti acquisti italiani, anche se di stranieri. Moratti ha scelto un allenatore giovane, Stramaccioni, e speriamo lo difenda, gli dia fiducia. Il Milan galleggia in un rapporto strano con Allegri, la Juventus gioca con Antonio Conte nel box con i vetri fumé. La Roma ha tirato fuori dal dimenticatoio Zeman, l’ultimo giapponese, uno di quelli per cui la guerra non è mai finita. Ricorda quelli che per scelta ideologica ma anche per campare sono stati anti-berlusconiani e anche se il Berlusca non c’è più continuano a rimestare nel torbido, a essere sempre “contro”. Mi piacciono le squadre di Zeman, ma sono proprio a immagine e somiglianza dell’allenatore: se prendessero qualche gol in meno, come se lui dicesse qualche parola in meno, non sarebbe male. Gioverebbe alla squadra, a lui e al clima generale. Quindi non è che come allenatori stiamo messi meglio, siamo alla compagnia di giro, al valzer dei soliti noti con qualche inserimento bizzarro (Petkovic alla Lazio). Per non parlare dei dirigenti, se penso a certi nomi che vedo da più di vent’anni mi viene l’angoscia. Il vero rinnovamento dovrebbe avvenire in Lega, qui si dovrebbero sfoltire i ranghi, invece siamo al solito mesto spettacolo.

Ma chi cavolo è Giocondos?
Dopo averli praticamente aboliti, abbiamo riscoperto “i giovani”. Adesso tira moltissimo Mattia Destro di Ascoli Piceno, attaccante della Roma, fresco di gol a Malta in nazionale. Però nella Roma di Zeman dovrà giocare a destra. Vedremo come se la caverà. Mi piace anche Ciro Immobile. Insomma qualcosa di buono in giro c’è, anche se da questo punto di vista ci si doveva svegliare prima e invece i vivai, i settori giovanili sono stati praticamente abbandonati negli anni delle cicale, in cui tutti quelli che volevano imitare Berlusconi pagavano stipendi d’oro ai giocatori medi. Noi scontiamo questo, ancora oggi, paghiamo per i soldi buttati non per i campioni. Io non mi scandalizzo per i milioni a Ibrahimovic, come prima non mi scandalizzavo per quelli dati a Ronaldo (quello vero, non suo fratello grasso e infortunato) o a Maradona. Lo scandalo non è coprire d’oro la star. È la legge dello showbiz: vuoi la stella con il nome grande in cartellone che seduca il pubblico? La devi pagare. No, il vero danno l’abbiamo fatto offrendo stipendi d’oro a mediani, terzinacci, stopper di dubbia provenienza e di scarso contributo. Abbiamo buttato i soldi dalla finestra e i soldi sono finiti, così ora è tornato prepotentemente di moda il mercato che è un po’ come per i ristoranti e prima ancora per la nazionale: il sonno della ragione produce mostri e adesso ha creato una pletora di esperti attaccati alla televisione o a internet che danno consigli su giocatori che io non ho mai sentito nominare e soprattutto che non voglio neanche nominare. E fanno le domande ai giornalisti che, giustamente, strabuzzano gli occhi e loro sono contenti di averli presi in castagna. No, non so nulla di un centravanti del Palmeiras di nome Giocondos, ve lo dico chiaro.

La Juventus come i tedeschi
Ma più che pensare a terzini colombiani e mezze punte cilene, dovremmo pensare all’ultimo danno ancora presente e derivato dalla stagione delle cicale. Le rose straripanti. Abbiamo cacciato un mucchio di gente che guadagnava grandi cifre, ma ci sono squadre che hanno rose con oltre trenta giocatori, come Lazio, Bologna e Milan, tutta gente che mangia, incassa e probabilmente non vedrà il campo se non raramente. La Juventus paga, per niente, Iaquinta (3 milioni).

Alla fine di tutto questo, che conclusioni tirare? Innanzitutto che la Juventus si è portata, dopo anni di oblio, in una posizione che potrebbe permetterle di dominare la scena per molti anni. La crisi ha velocemente ribaltato le gerarchie. La società di Andrea Agnelli ha una grande forza che è rappresentata dallo stadio di proprietà. È questo, in tempi magri e grami, il vero “Top Player” (mi insulto da solo). Io, per dire, il giorno che smetterò di fare questo mestiere in uno stadio italiano non ci metterò più piede. Forse mi vedrete all’Allianz Arena di Monaco di Baviera o all’Anfield Road di Liverpool o al Camp Nou di Barcellona, ma a San Siro ci vado solo se mi portano il Berlusca o Moratti nelle loro limousine. L’unico stadio frequentabile in Italia è lo Juventus Stadium (se vi becco a dire “stedium” vi meno). Non è solo comodo per chi ci va. È fonte di guadagno, un forte viatico per il senso di appartenenza dei giocatori. Chi entra con la maglia della Juve si sente a casa sua, chi vi arriva da avversario, sente tutta la forza di uno stadio che non è il solito stadio comunale, magari diviso tra due squadre, ma lo stadio della Juventus e basta, con le sue tre stelle, con i suoi trenta scudetti, con l’ideologia bianconera che trasuda da ogni scalino. Questo rende veramente la Juve a livello, per dire, dei club tedeschi. Il calcio tedesco è il più sano d’Europa (beh, sono tedeschi). Stadi di proprietà sempre pieni, conti a posto, squadre competitive. Sono sempre lì. La Juventus è su questa strada, le altre no. Questo le dà un enorme vantaggio.

L’unico problema per la Juventus è la squalifica di Antonio Conte. Ma se riuscisse a vincere anche con l’allenatore in tribuna, beh, allora, cari miei, non ce ne sarebbe più per nessuno. Il 2006 sembrava aver scongiurato il pericolo di morire juventini, ma vi dovrete abituare in fretta all’ennesimo cambio di rotta. A meno che l’ultimo Grande Giocatore rimasto in Italia, cioè Edinson Cavani, non risulti più determinante, con il bel Napoli che vedo schierato, delle mattane del suo presidente e dell’eterna piangina del suo allenatore. Cavani e il Napoli, Osvaldo-Totti-Destro e la Roma di Zeman. Scommetto su questa coppia come vera alternativa alla Juventus.

Ci vediamo alla fine.

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