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Buoni numeri per le Pmi italiane. «Siamo fatti per diventar grandi restando piccoli»

giugno 23, 2015 Gianluca Salmaso

In tre mesi le pmi italiane hanno esportato 22 miliardi di euro, battendo ampiamente i concorrenti tedeschi. Intervista a Paolo Preti (Bocconi di Milano)

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L’Italia che lavora gode di buona e salute, questo si apprende dai dati usciti in questi giorni del monitor sui distretti di Intesa San Paolo. In tre mesi le pmi italiane hanno esportato 22 miliardi di euro, battendo ampiamente i concorrenti tedeschi e con buone performance nel Regno Unito e Stati Uniti che hanno compensato in tutto o in parte il crollo delle esportazioni verso Russia e Ucraina.
Il popolo delle pmi macina risultati positivi di gran carriera, e lo fa nonostante il sistema paese a dir poco ostile, che ne imbriglia le potenzialità tra eccessi di pressione fiscale e oppressione burocratica. L’Italia è solo 56° su 189 stati presi in esame dalla Banca Mondiale per facilità di fare impresa e nel nostro paese servono quasi 270 ore all’anno solo per assolvere gli obblighi fiscali: 50 in più che in Germania e 80 in più della Grecia. Numeri da spavento che il professor Paolo Preti, direttore del master Piccole imprese della Sda Bocconi di Milano, commenta con una battuta: «Anni fa hanno inventato l’immagine del calabrone che non può volare, ma siccome nessuno glielo dice, vola lo stesso. Oggi dovrebbero smettere di cercare di abbatterlo e dedicarsi di più allo studio del perché vola e di come farlo volare meglio».

Preti, nelle imprese piccolo è ancora bello?
Assolutamente sì, in ambiente accademico hanno dato troppe volte per morti i distretti, prima ancora il manifatturiero e il tessile, ne cantavano il de profundis ma tutte le profezie catastrofiche sono state ampiamente disattese. Chiunque dava e dà per finita la stagione dell’industria italiana viene clamorosamente smentito da questi dati, come da quelli che ormai da qualche anno si susseguono.

Più 40 per cento il distretto dell’abbigliamento trevigiano, grande successo delle conserve di Nocera e dei distretti del mobile di Livenza e Brianza. Siamo il Paese dei seimila campanili e delle seimila manifatture.
L’Italia è questo, un tessuto fitto di piccole e piccolissime realtà. I buoni numeri della piccola impresa artigianale sono figli di una tradizione consolidata, secolare. Dobbiamo rassegnarci: non avremo mai una Silicon Valley italiana, né saremo mai la patria del digitale, ma saremo ciò che siamo: una terra di imprenditori specializzati nell’eccellenza dei settori tradizionali come il mangiar bene, il vestirsi bene…

C’è però chi ci accusa di essere troppo piccoli.
È la solita storia delle pmi troppo piccole per farsi valere. Aziende nane e sotto capitalizzate che però competono in tutto il mondo, ho in mente il caso di un’azienda che fattura 5 milioni di euro di cui 80 per cento da esportazioni. Sono proprio queste imprese troppo piccole per competere, come dice qualcuno, che reggono il nostro export e lo spingono al rialzo. Quando cerchiamo di diventar grandi controvoglia ci freghiamo da soli, penso a Callisto Tanzi e alla sua Parmalat.

Siamo piccoli, magari efficienti, ma di sicuro non sappiamo né vogliamo diventar grandi.
Siamo fatti per diventar grandi restando piccoli: un formaggio in ogni valle e una pizza diversa in ogni pizzeria, pazienza quindi se non avremo mai una Pizza Hut italiana o una Starbucks se questo vuol dire snaturare la nostra essenza competitiva. Tutto ciò il legislatore italiano ha iniziato a capirlo solo di recente, penso ad esempio al contratto di rete che è entrato in vigore nel 2009. La nostra forza è l’imprenditorialità che ha, però, il suo limite naturale nell’individualismo esasperato. Ci sono paesi come gli Stati Uniti che da sempre coltivano spiccate doti manageriali che noi non abbiamo, ma non posseggono quel retaggio culturale che porta una buona parte di italiani a voler essere titolari di se stessi. Certo dobbiamo imparare ad essere più collaborativi, ma i successi dei distretti stanno lì a dimostrare che siamo sulla strada giusta.

Cosa devono fare lo Stato e gli imprenditori per rinforzare il sistema dei distretti?
Gli imprenditori devono essere loro stessi, e questo Stato deve essere convinto che c’è un modello di sviluppo di fondo. Deve smettere, insomma, di dar retta a coloro i quali predicano rivoluzioni inesistenti e impraticabili, ma soprattutto smettere di considerare le imprese come una riffa di evasori.

Foto lavoro da Shutterstock


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