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La “Buona Scuola” deve essere libera. Altrimenti, basterebbe dire la “Scuola Unica”

dicembre 22, 2014 Anna Monia Alfieri

Cosa succederà dopo la consultazione online? L’italiano non è consapevole del fatto che la scuola pubblica statale gli costa enormemente più di quanto dovrebbe. Anzi

paritarie-scuola-costiLa più grande consultazione popolare sulla scuola, online e offline, apertasi il 15 settembre e conclusasi il 15 novembre, ha visto il 15 dicembre, in una sala gremita del mastodontico palazzo di Viale Trastevere, il resoconto dei risultati.

Per il Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini «il Paese è stato capace di mettersi in moto con quella che risulta essere in assoluto la più partecipata consultazione di settore italiana ed europea». In effetti, a seguito di questa consultazione sono venuti segnali di plauso all’Italia dalla stessa Commissione Europea. Ma su quali raccomandazioni insiste l’Europa? Sicuramente in ordine all’assunzione del precariato e della eliminazione di mostruosi contratti a tempo determinato, reiterati di anno in anno, con licenziamento a giugno e riassunzione a settembre.

Ma resta il nodo dell’esercizio del diritto della famiglia alla libertà di scelta educativa. La “Buona Scuola” deve essere libera. Altrimenti, basterebbe dire “la Scuola Unica” o meglio “la Scuola di Regime”. E’ assodato che il documento del governo Renzi si rivolge alla scuola tutta: «il Sistema Nazionale di Valutazione sarà reso operativo dal prossimo anno scolastico per tutte le scuole pubbliche, statali e paritarie». Infatti il milione e 300.000 cittadini che hanno partecipato alla consultazione hanno manifestato un accordo unanime sul Sistema Scolastico Nazionale di Valutazione, giudicato strumento indispensabile per il miglioramento della scuola italiana: il 70% delle scuole italiane, grazie anche alla collaborazione degli uffici scolastici regionali, ha espresso il suo parere; l’81% dei contatti ha ritenuto il “merito” l’elemento prioritario per la buona scuola; il 75% domanda insegnanti ben formati e aggiornati. Statali o Paritari che siano.

Dunque è di fondamentale importanza l’impegno assunto dal governo per garantire un sistema scolastico integrato anche in Italia, unica grave eccezione in Europa. Resta la necessità per l’Italia di colmare un gap culturale di anni che ha evidenziato la pressoché totale disinformazione e insipienza sulla necessità che la famiglia che possa liberamente esercitare la propria responsabilità educativa, il che è un dovere, congiuntamente all’ essere un diritto.

Di fatto, le scuole pubbliche paritarie risultano il tema trattato con la minore frequenza nella consultazione online. Evidentemente l’italiano medio non è consapevole del fatto che la scuola pubblica statale gli costa enormemente più di quanto dovrebbe. Anzi, pensa che sia gratis! Forse non paga ancora abbastanza tasse; oppure non ha ancora visionato con attenzione il bilancio della scuola del proprio figlio. L’italiano medio non si pone domande sull’ “impresa scuola” di uno Stato contemporaneamente gestore e controllore di scuole!

Cosa dedurre da tutto ciò? Probabilmente, in primis, che la famiglia italiana si è vista negare il diritto alla libertà di educazione per così tanto tempo che oggi neppure si accorge più che un diritto così elementare, normale, ovvio, nei paesi del mondo libero, in Italia le viene negato. Secondo, il gap culturale nutrito dalla disinformazione ha creato una barriera insormontabile alla visione della scuola pubblica costituita da scuola statale e scuola paritaria. Terzo, la sfida lanciata dal Governo a guardare alla scuola pubblica nella sua verità e interezza non è stata supportata dagli organi di informazione e dunque considerata dai cittadini con un triplice atteggiamento: a) la questione è insignificante; b) la questione è interessante, ma tanto nulla può cambiare.

In conclusione, dalla consultazione popolare emerge chiaramente che – disinformato, distratto e inconsapevole – il cittadino italiano è stato reso “anoressico” dalla mancanza di libertà e quindi è giunto a ritenere che la libertà di educazione sia un privilegio. Così, contro ogni evidenza e legge della Repubblica, il cittadino italiano si è convinto che l’opzione per la scuola paritaria equivale all’opzione per la scuola “privata”. Dunque, chi fa questa scelta deva pagarsela.

Da ciò conseguono altre due assurdità: primo, che il docente di scuola pubblica paritaria – laureato e abilitato con titoli legalmente rilasciati e validi su tutto il territorio nazionale – non ha il diritto, come non l’hanno i genitori nel loro ruolo, di scegliere se insegnare in una buona scuola pubblica, paritaria o statale, senza dover compiere scelte obbligate dettate dalla chiamata in ruolo e dallo stipendio superiore (seppur misero) offerti dalla scuola statale. Secondo, che tale docente di scuola pubblica paritaria detiene titoli e “produce” alunni dai risultati perfettamente in linea con le Indicazioni Nazionali, però “vale” meno agli occhi dello Stato.

Altrove in Europa (vedi la iperlaica Francia) il genitore ha libertà di scelta, così come il docente è libero di scegliere – a parità di stipendio – se insegnare nella buona scuola pubblica statale o paritaria, a seconda del Progetto educativo che gli si propone. In qualsiasi paese europeo ad eccezione di Italia e Grecia, un genitore esercita la propria responsabilità educativa – e un docente espleta la propria professionalità conseguita legalmente – scegliendo la buona scuola pubblica. Sia essa statale o non statale. In Italia invece il genitore paga entrambe le scuole (con le imposte e con le rette) e al docente vien detto che il suo titolo non ha lo stesso valore nell’ambito dell’unica scuola pubblica. In pratica, lo Stato italiano dice ai suoi professori di scuole non statali paritarie, «caro professore, Lei ha fatto un ottimo lavoro con i suoi alunni, ma allo Stato non interessa quanto lei abbia guadagnato; lo Stato controlla solo che il risultato sia conforme alle aspettative. Se ha problemi di soldi, venga nella scuola statale: ne ha facoltà, visti i suoi titoli».

Lo step successivo? Il regime. Infatti, se con la disinformazione lo Stato ha reso anoressico il cittadino e ha ottenuto di mantenere il monopolio di fatto dell’educazione, chi potrà resistere all’infornata di nuove disposizioni statali, liberticide verso il diritto dei genitori di far crescere i figli secondo coscienza? Né il regime salverà la cosa pubblica dalla bancarotta…senza la definizione di un costo standard dello studente ci sarà lo sfascio del Welfare, con il collasso del “sistema scuola” italiano. Ma questa è un’altra storia. E molto interessante!

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