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Buon compleanno Inter: 104 anni tra successi e umiliazioni, emozioni e dolori

marzo 9, 2012 Daniele Guarneri

Non è certo un buon momento per festeggiare, ma il passato della squadra nerazzurra insegna. Auguri alla società che saluta un secolo pieno di cadute e risalite, celebrazioni e delusioni, da Paramithiotti a Moratti e da Fossati a Ranieri.

Inter: 104 anni di passione. Questa è la frase che campeggia sull’home page del sito ufficiale nerazzurro. Era il 9 marzo 1908, era sera. In un ristorante del centro città un gruppetto di dissidenti del Milan decise di svestirsi della maglietta rossonera e fondare una nuova realtà. È nata così la Football Club Internazionale di Milano, i suoi fondatori erano il pittore Giorgio Muggiani, Boschard, Lana, Bertolini, Fernando De Osma, Enrico, Carlo e Arturo Hinterman, Pietro Dell’Oro, Ugo e Hans Rietman, Voelkel, Maner, Wipf e Carlo Ardussi. Nomi lontani nella storia, nomi sconosciuti, ma a loro si devono gioia e dolori di milioni di tifosi. Il primo presidente fu Giovanni Paramithiotti. Dopo di lui se ne sono succeduti altri 17 prima di arrivare a Massimo Moratti che dal 1995 è presidente del club. Lo stesso che anche suo padre guidò a imprese gloriose tra il 1955 e il 1968. E gli allenatori? In tutto 59, da Virgilio Fossati a Claudio Ranieri. E una bacheca ricca di trofei, 18 scudetti e 7 Coppe Italia, 5 Supercoppe di Lega, 3 Coppe Uefa, 3 Champions League, 2 Coppe Intercontinentali e un Mondiale per Club.

Una storia di successi ma anche di dolori e rimorsi, sconfitte e umiliazioni. Oggi per un ragazzino è semplice tifare Inter: per 7 anni i nerazzurri hanno vinto tutto, hanno dominato in Italia, poi in Europa e infine nel mondo. Questi ultimi due anni sono stati un disastro sotto ogni profilo, ma i ricordi delle grandi imprese di Mancini e soprattutto Mourinho sono ancora freschi. Ma pensate a quegli uomini di mezza età che magari da ragazzi hanno visto vincere l’ultima Coppa Campioni (era il 1964/1965) dalla Grande Inter, l’ultimo scudetto di Herrera la stagione successiva e poi nulla più. Almeno in Europa. A chi pensa che il 5 maggio 2002 segni la data più nera, maledetta e drammatica della storia dell’Inter (campionato perso all’ultima giornata e vittoria della Juventus) si ricreda e chieda ai propri padri. Stagione 1966/1967: è il settimo anno del Mago in panchina, quello della crisi, che si consuma atroce e beffarda nel giro di pochissimi giorni. Il finale di una stagione emozionante come poche è questa volta infausto, di quelli che ti segnano per sempre, di quelli che ti fanno diventare grande. È il 25 maggio. Finale di Coppa Campioni, si gioca sul prato dello stadio di Lisbona. Inter – Celtic. I nerazzurri impiegano 6 minuti per passare in vantaggio: rigore, batte Mazzola ed è gol. Il pareggio degli scozzesi arriva al 20esimo del secondo tempo e il gol della vittoria (loro) a cinque minuti dal termine. È una doccia fredda, inaspettata, immeritata. Pochi giorni dopo, ultima di campionato, L’Inter è prima e gioca in trasferta a Mantova. Dovrebbe essere una passeggiata, invece è una “tragedia”. Papera di Sarti, nerazzurri sconfitti, Juventus campione d’Italia. È la fine del fantastico ciclo della Grande Inter e del presidente Moratti. Ecco, chi ha vissuto sulla propria pelle queste cose e ancora non ha abbandonato la sua fede calcistica è in grado di capire cosa vuol dire amare l’Inter: soffrire.

Per rivedere l’Inter sul tetto d’Europa e del mondo sono dovuti passare 45 lunghissimi anni. Le uniche gioie europee sono quelle tre Coppe Uefa vinte negli anni 90. Qualche scudetto, ma nemmeno tanti. Soprattutto troppe sofferenze e finali tragicominici. Prima di Calciopoli l’Inter era grande d’estate e ridicola in campionato. Moratti quello che spendeva miliardi e milioni per campioni o presunti tali. Prima di Mourinho in Europa l’Inter era solo un ricordo, un bel ricordo, ma troppo lontano. Poi il vate di Setubal ha rimesso le cose a posto. Questa sera i nerazzurri di Ranieri giocheranno in trasferta contro il Chievo. Il tecnico non può più sbagliare. Ha in mano giocatori logori e forse dovrebbe puntare su quei giovani che ancora non hanno espresso tutto il loro potenziale. Sono scelte coraggiose certo, ma per sedersi su quella panchina bisogna farle. Bisogna sfidare il destino, tentare ogni via possibile per arrivare alla vittoria. Lottare contro tutti e contro tutto. Bisogna essere coraggiosi, così come lo sono tutti quei tifosi che ancora non smettono di amare l’Inter.

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