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Braveheart al caciocavallo

giugno 23, 1999 Leoni Alberto

“Li chiamarono briganti”, il film di Pasquale Squittieri,
ha il pregio della rivisitazione di un capitolo della storia d’Italia
mummificato dalla retorica risorgimentale. Peccato che il tifo
da meridionalista ultras del regista (e la pessima recitazione
degli attori) abbiano prodotto una macchietta

Posso? Posso dire che ho goduto come un ossesso quando ho visto i bersaglieri stuprare ragazze e fucilare donne e bambini? E il sacerdote baionettato al grido: ”Crepa, prete di merda!”? E il camorrista chiamato a mantenere l’ordine a Napoli? Davvero niente male, e quel che è peggio è che è tutto vero, compreso il ritratto di quell’inetto sanguinario che fu il generale Cialdini! Del resto ci si poteva aspettare che Pasquale Squitieri, sanguigno com’è, non avrebbe badato alle mezze misure per narrare la “pulizia etnica” attuata nel Mezzogiorno dagli italiani del nord. Il grande merito è proprio questo: di aver fatto diventare la conoscenza storica di molti una conoscenza di massa attraverso il cinema, poiché in Italia, provincia di New York, un fatto storico non è provato se non passa sul grande schermo. Detto questo, non si può non dire delle numerose magagne del film. Arrivati a metà del primo tempo si comprende perché il nostro cinema sia in una situazione sempre più penosa: la recitazione dei comprimari è sconcertante, la pellicola è sfocata in più di un’occasione, certe sequenze involontariamente comiche (come il duello rusticano tra Crocco e il tedesco), la sceneggiatura approssimativa, i pur bravi Remo Girone e Enrico Lo Verso annaspano nei propri personaggi tentando di rendere credibili le proprie battute, le cavalcate di Crocco sono da spot del bagno schiuma.. E’ scoraggiante osservare come il cinema britannico avrebbe realizzato questo film con una ossessiva cura dei particolari: perché a parità di idee sono i particolari che fanno la differenza.

In più di un’occasione sembra di vedere un Braveheart al caciocavallo, anche perché la tentazione della sceneggiata è troppo forte e, infatti, “’o malommo”, il “pentito” Giuseppe Caruso, finisce ammazzato dalla giusta vendetta di Filomena. Il difetto sta nel manico, ossia nell’impostazione storica. Squitieri fa un tifo da ultrà per i suoi terroni, simpatici in modo irresistibile, casinisti, sanguinari e sensuali. E tuttavia, non si può innalzare ad eroe Carmine Crocco ( un brigante più intelligente di altri) degradando a imbecille in divisa José Borjes, uno dei più stimati ufficiali d’Europa, ridotto da Squitieri al sosia alto del “corazziere” di Renato Rascel. Borjes, veterano delle guerre carliste, era sbarcato in Calabria con una ventina di ufficiali per dare un’impronta ufficiale al movimento di resistenza ai piemontesi. Coraggioso e capace, si dovette a una sua manovra aggirante la vittoria sull’esercito italiano all’Acinella. A quel punto le opzioni erano due: o conquistare Potenza rischiando il tutto per tutto per ottenere un successo clamoroso che avrebbe potuto avere conseguenze internazionali; oppure adottare una strategia più prudente e continuare la guerriglia. Borjes sosteneva la prima scelta e Crocco capì che, qualora l’insurrezione fosse diventata generale, il suo ruolo sarebbe stato subordinato a Borjes. Il tentativo di conquistare Potenza fu mal concepito e peggio realizzato e l’occasione sfumò ben presto. La rottura tra i due fu inevitabile e il generale spagnolo fu catturato e fucilato a Tagliacozzo dai soliti bersaglieri. Da quel momento anche la sorte di Crocco fu segnata. Il generale Pallavicini, spietato come Cialdini ma molto più sagace, impiegò cavalleria, bersaglieri e pentiti e sgominò le bande una dopo l’altra. Fu questo a segnare la fine di Crocco e non il mancato appoggio della Chiesa, come Squitieri vorrebbe far intendere. Sia il Vaticano che i Borboni erano rimasti molto delusi dal fallimento di Borjes e dagli spietati giudizi che questi diede dell’operato dei briganti, inaffidabili come qualsiasi malvivente di questo mondo: la guerra era persa per i legittimisti e bisognava adattarsi alla nuova situazione. Quanto a Crocco, riuscì a sfuggire alla cattura e si rifugiò nello Stato Pontificio dove, nel 1870, lo raggiunse la vendetta piemontese. Condannato all’ergastolo, morì nel 1905, innocuo e un po’ rincitrullito dalle prigioni dei Savoia, tra le più spaventose dell’era moderna. E’ dunque un falso palese il finale del film, costruito per dare un tocco di leggenda a Crocco, rendendolo una via di mezzo tra Spartaco e Che Guevara. “El Crocco vive!” sembra di sentir gridare ma è una pietosa menzogna. La speranza è che Squitieri faccia un altro tentativo, meno massimalista e più pensoso, per svelare al grande pubblico le nefandezze del liberalismo.

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