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Born again demochristian

giugno 18, 2017 Giuseppe Alberto Falci

Il tripolarismo ci condanna a parlamenti senza maggioranze? Niente paura. «C’è lo spazio» per una nuova diccì. Scudocrociati all’arrembaggio

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Si muovono nelle stanze dei palazzi del potere come se l’orologio fosse tornato indietro di trent’anni. Riappaiono nel Transatlantico di Montecitorio, da ex parlamentari va da sé, con il fare di chi mormora: «Senza di noi in questo paese non potrete mai più governare». I democristiani tornano alla ribalta: il contesto storico-politico gli è favorevole. La tripolarizzazione del sistema gli consente di sorridere perché il prossimo esecutivo, di riffa o di raffa, avrà una maggioranza grazie al contributo di un contenitore di centro che avrà su scritto: “Popolari” o “Libertas”.

I reduci diccì arrivano a sostenere che nella stagione del leaderismo spinto – di Grillo, Renzi, Berlusconi, Salvini – sia necessario recuperare il pensiero politico del cattolicesimo democratico e del popolarismo. Si lasciano andare e sbottano in questi termini: «Basta con questi contenitori fantoccio che ricordano il nome di una squadra di calcio. Solo da noi un partito si può chiamare “Forza Italia”». Si annidano in tutti i gruppi parlamentari che vanno dal Partito democratico a quello berlusconiano, e sono ancora oggi orgogliosi dello Scudo crociato, della storia che fu. E rizzano le orecchie al solo sentire la sigla “Dc”.

«La Dc ha rappresentato il paese», sottolinea Beppe Fioroni, oggi deputato Pd, cinque legislature nel lunghissimo curriculum, da giovane democristianissimo. «La Democrazia cristiana era il partito del paese che puntava a creare una identità e una rappresentanza. E su questa identità valoriale di democrazia e libertà sapeva tenere assieme le ragioni del bracciante e quelle degli industriali. In sostanza il contrario di quello che è successo negli ultimi vent’anni, nei quali si è preferito dire: scegliete qualcuno più che credere in qualcosa».

«Possiamo ancora servire il paese»
Non lo espliciterà, ma Fioroni sotto sotto rimpiange quella stagione: «Ha costruito la politica del bene comune, ha saputo creare una condivisione valoriale». Il deputato Pd poi si ferma un attimo, abbassa il tono della voce e ricorda che «l’Italia ha avuto una classe dirigente con la D maiuscola grazie alla Democrazia cristiana. La dottrina sociale della Chiesa, la grande storia della laicità, la costruzione della fase costituente hanno generato una classe dirigente che è durata per mezzo secolo. Era un paese diverso, dove l’affluenza alle urne raggiungeva il 90 per cento».

La nostalgia di una storia che non c’è più illumina chi negli ultimi due decenni ha cercato di rifondare la Democrazia cristiana e ha provato a tenersi stretto lo Scudo crociato. Eccolo dunque Gianfranco Rotondi, parlamentare di Forza Italia e anche leader di Rivoluzione cristiana: «Alle politiche del 2006 ci fu l’ultimo servizio reso al paese dalla Democrazia cristiana. Grazie alla mia Dc impedimmo a Romano Prodi di avere i numeri al Senato. Dopo quella performance il partito confluì nel Pdl. E poi ancora, quando il Pdl si è articolato, abbiamo cambiato nome: non ritenemmo più opportuno il nome Dc che fu usato quando si cercò di attrarre le masse cattoliche, e puntammo tutto su Rivoluzione cristiana richiamandoci a una frase di Benedetto Croce. Diceva il filosofo: “Il cristianesimo è l’unica rivoluzione della storia dell’umanità”». Ed ecco che si arriva al dunque: al ritorno di una Balena Bianca 2.0. È nell’aria? Rotondi è aperturista: «Sì, c’è lo spazio. Noi democristiani possiamo ancora servire il paese. L’unica incognita sono i troppi egoismi di tutti i democristiani che dal ’94 ad oggi hanno costruito cespugli frondosi per fare qualcosa di diverso da Berlusconi. Non accettano che il padrone della Standa guidi tutti i democristiani d’Italia».

Non lo accettano e ci provano. «Lo spazio c’è», ripetono come un mantra. Giampiero D’Alia, siciliano e democristiano doc, afferma: «Il centro deve uscire dal suo complesso di inferiorità permanente e organizzarsi rapidamente: la soglia di sbarramento del 5 per cento ci dà l’opportunità di abbandonare la logica dei cespugli e approdare finalmente alla politica. Organizziamo a settembre le primarie per decidere chi ci guiderà alle elezioni».

Si ragiona già sul leader
Qualcuno si è già portato avanti. E venerdì 9 giugno ha riunito, a Napoli, Palazzo Caracciolo, tutti i centristi d’Italia. Chi? Ciriaco De Mita, che è stato tutto nella storia della Prima Repubblica, segretario di piazza del Gesù e presidente del Consiglio. Di buon mattino, dopo avere rimbrottato i giornalisti, «l’intellettuale della Magna Grecia» – così lo definì Gianni Agnelli – ha ricostruito le vicende politiche dalla crisi della Prima Repubblica ad oggi. Non perdendo l’ironia che lo ha sempre contraddistinto: «Va ringraziato Renzi perché ha cacciato quelli che erano di tradizione diessina». Secondo De Mita è necessario recuperare la tradizione politica del popolarismo. «Andando in giro trovo un desiderio di recupero della politica», ha detto. «La politica come pensiero, non come gioco di parole. La cultura vera della Democrazia cristiana è quella popolare. La mia curiosità è il desiderio di politica». Detto fatto. Tutti guardano a De Mita manco fosse il Macron italiano. Angelino Alfano strizza l’occhio a qualsiasi operazione centrista. Marco Follini, ultimo esemplare della etnia democristiana, guarda con interesse alle mosse demitiane: «Il difetto dell’attuale stagione è quello di aver caricato il peso della responsabilità solo sui leader».

Aprire una riflessione è l’inizio del percorso del sindaco di Nusco. Perché per De Mita «il popolarismo può essere una risposta culturale alla crisi». Una nuova Balena Bianca starebbe per nascere. Raccontano i bene informati che nelle prossime settimane a Roma potrebbe consumarsi un passaggio importante: la presentazione del simbolo e del nome. I “popolari” è quello più accreditato, mentre già si riflette su chi potrebbe guidare questo nuovo contenitore. Secondo alcuni sondaggisti, il brand Dc potrebbe valere il 10 per cento. Numeri che fanno ben sperare. Qualcuno immagina alla guida della “cosa nuova” Carlo Calenda. Di certo non De Mita, che sarà la testa pensante ma «a novant’anni – spiegano – non può essere lui a trattare con il centrodestra e il centrosinistra». L’ex premier girerà lo stivale in lungo e in largo, ma lo farà «perché Ciriaco è la storia, a lui il compito di divulgare il verbo e la tradizione del popolarismo».

La mossa inquietante di Prodi
Secondo Stefano Folli, notista politico del quotidiano la Repubblica, non ci sono le condizioni: «Una nuova Democrazia cristiana non potrà mai più nascere». E allora cosa sarà la creatura in arrivo? «Guardi, in Italia, c’è lo spazio per una forza di centro che potrebbe ricordare la Democrazia cristiana, quello sì. Ma non potrà che essere un’altra cosa. Il dato interessante è che le personalità che vengono da quella tradizione contano ancora e hanno molto dire. Sono convinto che Renzi sia rimasto inquietato dal modo in cui cattolici di sinistra come Prodi si stanno spostando verso il Campo progressista di Giuliano Pisapia». E di fronte a tutto questo Berlusconi come si comporterà? Folli non ha dubbi: «Il Cavaliere si muove più in ottica elettorale, ma una iniziativa del genere, ovvero la nascita di un partito di centro, per avere successo deve prendere mosse da personaggi diversi. Non saprei indicarle chi. Nelle università e anche in parlamento ci sono personalità che possono dar vita a una realtà di questo tipo restando ancorate ai princìpi dell’economia sociale».

Foto Ansa

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