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Blunderbuss: Jack White è molto più di popopopopopopo

aprile 26, 2012 Carlo Candiani

Già con i “White Stripes”, Jack White s’impose all’attenzione della critica e del mondo globale del rock come uno dei nuovi protagonisti della scena del movimento musicale d’inizio duemila. Una manciata di album, con l’apoteosi di “Elephant”, nel 2003, in cui è inserito “Seven Nation Army”, il tormentone dei Mondiali di Calcio vinti dall’Italia in […]

Già con i “White Stripes”, Jack White s’impose all’attenzione della critica e del mondo globale del rock come uno dei nuovi protagonisti della scena del movimento musicale d’inizio duemila. Una manciata di album, con l’apoteosi di “Elephant”, nel 2003, in cui è inserito “Seven Nation Army”, il tormentone dei Mondiali di Calcio vinti dall’Italia in Germania nel 2006 (vi ricordate  quel popopopopopopo, che ci massacrò i timpani, fino allo sfinimento?). Ma i “White Stripes” sono stati tutt’altro: il duo composto da Jack e Meg (prima conosciuta come sorella e poi moglie di Jack) non erano certo una band “piaciona” ma frullavano una buona dose di punk, qualche lampo di blues elettrico e un’innaffiata di garage – rock, scarno ed immediato, nel tentativo di non fare rock con la testa e il cuore perennemente rivolti verso un glorioso passato. Una band aperta, ma così aperta che in pochi anni è implosa, e ognuno se n’è andato per la propria strada: Jack a costruire nuovi progetti musicali e Meg impalmata da un altro Jack, il figlio di Patty Smith.

Ora Jack White si presenta al pubblico con un suo lavoro da solista, salutato dalla stampa specializzata settimane prima dell’uscita ufficiale come il miglior prodotto rock di questo scorcio del 2012. Titolo: Blunderbuss, nome di antica arma da fuoco, l’archibugio, che ben si attaglia all’intera sequenza dei testi, piena di immagini crude e violente, nella desolante tradizione del punk rock.  La lunga attesa premia la pazienza degli appassionati: l’inizio è al fulmicotone, grazie alla cascata di note che arrivano da un piano Rhodes e da una canto in bilico tra i Led Zeppelin e i Red Hot Chili Peppers. È da queste storie musicali che attinge a piene mani l’ex White Stripes; è dai riff elettrici di chitarre scatenate, rimaste marchio di fabbrica. Ma la parte del leone la fanno le tastiere che puntellano, ora classicheggianti, ora con risvolti psichedelici, quasi inchinandosi alla lezione del primo David Bowie, rivivendo le atmosfere di Life on Mars? e Rock’n roll suicide. Ecco, quindi, un cd mai monotono, ma ricco si spunti, grintoso e vario al punto giusto, con le immancabili concessioni al riff di chitarra, che si incolla all’orecchio e non si stacca più.

Ma si segnalano anche folate di puro rock’n roll
e citazioni che sembrano arrivare da un Burt Bacharach, riveduto e corretto, naturalmente. Il tutto presentato su un tappeto sghembo steso all’occorrenza tra ubriacature psichedeliche e dondolanti trame country. Un lavoro composito e variegato, che prenota già a pochi giorni dalla pubblicazione i primi posti delle classifiche dei cd più venduti e più scaricati. Testimonianza efficace di una ricerca musicale che voglia andare al di là di scontate riproposizioni di ritmi abusati: un’innovazione sempre più urgente nel magmatico mondo del rock’n roll.

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1 Commenti

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