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«Xi Zhongxun, reazionario». Una foto spiega il dramma quotidiano del presidente cinese

marzo 13, 2015 Leone Grotti

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Xi’an, 1967. Questa foto parla da sola, mostrando la gogna pubblica a cui erano condannati durante la Rivoluzione Culturale i “colpevoli” (responsabili politici, amministrativi, economici, intellettuali) di una Cina che usciva disastrata dalla follia del Grande balzo in avanti, con la sua scia di milioni di morti. Ma il cartello che l’uomo ha appeso al collo spiega perché questa foto non è come tutte le altre: «Xi Zhongxun, reazionario».

PADRE DEL NUOVO PRESIDENTE. Xi Zhongxun, come il cognome fa intuire, era il padre di Xi Jinping, attuale segretario generale del partito comunista, presidente della Cina e capo dell’esercito. Il suo pedigree rosso era di tutto rispetto: generale della rivoluzione comunista, Zhongxun giocò un ruolo importante durante la Lunga marcia e a 46 anni, nel 1959, divenne vicepremier. Ma nel 1962 approvò la pubblicazione di un libro che secondo molti poteva essere critico del Grande timoniere. E per questo venne purgato. Il padre dell’attuale “imperatore” della Cina, grande amico del Dalai Lama, venne prima spedito a lavorare in una fattoria dell’Henan, poi imprigionato e torturato più volte in quanto «elemento che si oppone al partito». Nel 1978, due anni dopo la morte di Mao Zedong, venne riabilitato dal nuovo uomo forte del paese Deng Xiaoping.

FAMIGLIA DISTRUTTA. Poche settimane fa, Xi Jinping ha fatto ritorno a Yanan, la base rivoluzionaria del partito, dove è stato esiliato in punizione da Pechino nel 1969 a causa dei crimini di suo padre. Durante la visita, ha ricordato l’importanza di quella esperienza per la sua formazione come uomo ma deve aver ricordato anche qualcos’altro. Durante l’incarcerazione del padre, la sorella del giovane Jinping è morta. Lui stesso è stato imprigionato «tre o quattro volte» a 15 anni a causa dei «crimini» paterni. La prima volta che si sono rivisti, verso la fine degli anni ’60, all’inizio non sono riusciti neanche a riconoscersi.

RIEDUCAZIONE. Spedito in campagna per essere rieducato, Xi Jinping passò anni a zappare la terra e pascolare maiali. Per nove volte gli venne rifiutata l’iscrizione al partito e quando lo accettarono suo padre era ancora in prigione. Per tre volte la sua domanda di iscrizione all’università venne stralciata. Ogni giorno doveva subire sessioni di rieducazione e almeno tre volte è stato costretto a denunciare pubblicamente suo padre. «Anche se non capisci, sei costretto a capire. Ti rende maturo prima», avrebbe detto anni fa.

«PIÙ ROSSO DEI ROSSI». Anche la carriera politica di Xi Jinping è cominciata vicino a Yanan, quando nel 1973 venne nominato capo del partito del villaggio di Liangjiahe. Secondo molti analisti, ha fatto ritorno in quello stesso villaggio per rimarcare le sue «radici comuniste» e sottolineare quanto sia stato in gioventù vicino alle «masse», conoscendo le sue fatiche e miserie. «Qui sono stato sette anni e qui ho lasciato il mio cuore quando sono tornato a Pechino», ha detto posando in una foto con gli abitanti del villaggio entusiasti. Xi Jinping sa che l’unico modo per tenere unito il partito è rinvigorire e tornare sempre con le parole e i gesti al maoismo. Anche se fatto cinicamente, per mantenere il potere, alimentare ogni giorno ed incensare la stessa ideologia che ha distrutto la propria famiglia e infanzia, non dev’essere un esercizio semplice. E nessuno saprà mai se è vero che, come sostengono in tanti, per sopravvivere e non essere ucciso Xi Jinping è dovuto diventare «più rosso dei rossi».

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1 Commenti

  1. Marco scrive:

    Spiacente ma non sono d’accordo con le conclusioni dell’articolista; secondo me Xi Jinping dice il vero quando afferma che lì ha lasciato il suo cuore. Probabilmente questa sua frase va intesa in senso letterale e quindi nn vedo quale fatica od imbarazzo dovrebbe avere nei confronti dell’ideologia che lo ha reso l’uomo che è oggi…senza sentimenti od emozioni.

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