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Velehrad 1985. Il giorno in cui i cattolici cecoslovacchi «smisero di avere paura» del regime comunista

giugno 11, 2015 Angelo Bonaguro

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Fischiare un funzionario del partito comunista nella Cecoslovacchia degli anni ’80 era impensabile, ma soprattutto era inimmaginabile che a un pellegrinaggio partecipassero duecentomila persone. E invece così avvenne nel luglio 1985 a Velehrad, in occasione del 1100° anniversario della morte di san Metodio. Oggi, a 30 anni di distanza, l’Istituto ceco per la Memoria nazionale e altre istituzioni hanno voluto rendere omaggio a quello storico episodio con il convegno internazionale “Velehrad vi chiama!”.

2velehrad_1985Ciò che accadde presso la basilica morava fu l’evento religioso pubblico più clamoroso e partecipato in Cecoslovacchia dal dopoguerra. Giovanni Paolo II, autore dell’enciclica Slavorum Apostoli dedicata proprio alla memoria dei due santi che a Velehrad portarono il cristianesimo e diffusero una diversa concezione di società civile, era stato invitato ufficialmente dal cardinal Tomášek. Rotti gli indugi, Tomášek presentò alle autorità le migliaia di firme raccolte tra i fedeli, ma il governo non solo respinse la richiesta ma non concesse i visti nemmeno ad altri arcivescovi occidentali, acconsentendo unicamente alla presenza del legato pontificio Casaroli.

Intanto, per neutralizzare il potenziale religioso del giubileo, si mosse l’apparato di contropropaganda e disinformazione: la stampa diede una lettura il più possibile «laica» dei due santi, facendoli apparire «civilizzatori» e non «evangelizzatori» e li presentò in funzione anti-tedesca e anti-imperiale. Soprattutto non doveva emergere l’idea dell’unità tra fede e cultura e tra fede ed identità nazionale, che il Papa aveva invece sottolineato nel suo messaggio alla Chiesa locale.

Nonostante i rapporti della polizia descrivessero lo svolgimento delle celebrazioni cirillometodiane «conforme alle nostre aspettative», fu presto evidente che gli oltre duecentomila presenti, di cui la metà sotto i 25 anni e nemmeno tutti credenti, superarono di gran lunga le «aspettative» di tutti. I promotori del pellegrinaggio in massa furono soprattutto i leader delle comunità clandestine slovacche e morave, gente tutt’altro che sprovveduta e che aveva alle spalle, oltre ad anni di galera, l’organizzazione di altre iniziative religiose semiclandestine. Nel pomeriggio di quel 6 luglio ci fu un flusso continuo di pellegrini, per la maggior parte arrivati con mezzi di fortuna e dopo aver percorso chilometri a piedi a causa dei blocchi stradali. Dopo la Messa vespertina la basilica venne chiusa, ma i fedeli rimasero davanti all’edificio o seduti sui prati, dov’era stato preparato un mini-impianto e la notte passò fra canti, meditazioni e preghiere.

Il giorno dopo erano presenti, oltre a Tomášek, Casaroli e altri ordinari, anche le autorità comuniste le quali, prima dell’inizio della Messa, ebbero la malaugurata idea di prendere la parola. Il funzionario locale Lapčík fu sommerso da una valanga di fischi non appena iniziò a parlare. Monsignor Duka, oggi primate ceco, ricorda che la parola d’ordine era: «Applaudire solo Tomášek e Casaroli, per gli altri – silenzio», finché ad un certo punto «alcune donne coraggiose di Orava e dalla Slovacchia orientale si misero ad esprimere ad alta voce le loro opinioni», scandendo: «Vogliamo il Papa!». Il ministro ceco della cultura, Klusák, dopo aver paragonato l’opera «civile e culturale» dei due santi addirittura alla liberazione della Cecoslovacchia da parte dell’Armata Rossa nel ’45, fu bacchettato dal pubblico, come ha raccontato monsignor Casaroli: «L’inizio fu tranquillo sino a che non fece i nomi dei due fratelli, Cirillo e Metodio… Un clamore si alzò imperiosamente dalla folla: “Santi Cirillo e Metodio, santi Cirillo e Metodio!”. E l’oratore non poté continuare sino a che non si decise a riconoscere ai due quella nota di santità che, a un marxista, doveva apparire cosa assolutamente fuori tempo».

tomasekIl pellegrinaggio era stato appoggiato anche dai gruppi del dissenso civile come Charta 77. Lo stesso Havel, rispondendo alla lettera di un gruppo di giovani cristiani che lo avevano interpellato sul ruolo della politica, menzionò «il risveglio e l’ampia diffusione della religiosità fra i giovani, come si è visto in occasione del pellegrinaggio a Velehrad. Non è un fenomeno casuale, ma organico: la lunga, infinita e immutabile desolazione della vita da gregge del sistema socialistico-consumista, la sua vacuità spirituale e sterilità morale, fanno necessariamente volgere lo sguardo dei giovani più avanti e più in alto, li costringono a interrogarsi sul senso della vita».

Secondo i dati della polizia politica, nel solo 1985 la Chiesa «clandestina» disponeva di 23 vescovi e 113 sacerdoti consacrati segretamente, pubblicava 15 riviste del samizdat, e alle vacanze informali organizzate dai salesiani (le «capannine») avevano partecipato non meno di 750 giovani. Merito anche di quel pellegrinaggio che – ha osservato uno degli organizzatori – «significò un cambiamento di posizione della Chiesa nei confronti del regime: la gente smise di aver paura».

Foto basilica di Velehrad da Shutterstock

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