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Vedere al cinema “I miserabili” e capire che non si può rinunciare all’amore visto e vissuto

febbraio 11, 2013

C’era una famosa pubblicità che, con poche parole, mi aveva assolutamente conquistato: “Non so voi ma io bevo…”. Era di poche parole, ma geniale. La stessa genialità, vista e sentita, di fronte al film/musical I miserabili, che di parole ne ha tante, ma sono tutte musicate. La genialità avrebbe bisogno di più forza per farsi vedere. Di più struttura di un musical cinematografico. Eppure si vede. Eccome. Premetto: di cinema non me ne intendo molto. Quando ci vado, guardo solo i film sulla strana storia italiana. Quelli sulle Br, quelli sulle stragi. Dei film romantici e comici americani ne ho sempre fatto a meno.

Per caso finisco al cinema a vedere I miserabili. Ci sono quegli amici che hanno sempre l’idea migliore della tua. E allora anziché starsene a casa sul divano ti dicono che sarebbe meglio andare al cinema. Anche se per tanti versi era anche meglio se fossi rimasto a casa. Ma vedendo quel film, o quel musical, sono 7 giorni che (senza saper bene l’inglese) canticchio quella canzone. Quella del popolo che chiede di non essere più schiavo. Ecco: tecnicamente quel film/musical non so se sia fatto bene. Se sia fatto male. Se si poteva cambiare, se si doveva cambiare, per rendere al cinema l’effetto “filmico” che un musical non ha. Non lo so. Non me ne intendo. E alla fine sinceramente cambia poco.

Ma anche se fosse stilisticamente tutto da rifare, quel musical e quella storia raccontano qualcosa di pazzesco. Qualcosa di talmente pazzesco che io, guardandolo, avrei voluto esser in quel film. Avrei voluto essere Jean Valjean. Anche tu avresti voluto esserlo nel film, perché nel film Jean è un uomo. Un uomo davvero. Un ladro, uno schiavo, quei gesti che puzzano d’errore, che vai a letto la sera e ti mangi le mani per quanto distruggi tutto quello che hai intorno. Più ami qualcosa e più rischi di distruggerla. Per quanto la sera ti senti meschino. Eppure sentendoti meschino, quella meschinità abbruttisce ma non spezza, sporca di polvere ma non annulla quella voglia matta di alzarti il giorno dopo e di riprovare. I Miserabili non è l’invenzione di una storia. È la fotografia di un povero uomo meschino, come poveri meschini uomini siamo noi, che non dimenticano che la voglia di ripartire non muore. Si abbruttisce, si sporca, ma non muore, la voglia matta. Si abbruttisce, ma non si isola. Si abbruttisce, ma non toglie nulla a quella dannata necessità di urlare al mondo che siamo vivi.

Se guardi il film, se entri nel film, la voglia di ripartire non è una autoconvinzione. Si vede senza apparire: è la voglia di non perdere l’amore visto. È l’amore visto che ti fa rialzare, sporco, sudante, e speranzoso. In quel film, in quella storia, nella nostra storia, la bruttezza dell’errore non toglie nulla a quella dannata e innata voglia di farti amare. Quella voglia matta di giustizia che ha Javert. E quando arriva il momento di farla quella giustizia, di applicare tutti quei sani principi, giusti, morali ed etici, che si scompiglia tutto. Il fascino di Jean ha la meglio. Perché il fascino dell’amore provato vince l’etica, vince la morale. Vince. Come a vincere, pur perdendo, è il canto del popolo. Hanno perso la battaglia. L’hanno persa. Volevano la rivoluzione, ma hanno perso. A nessuno di questi è toccato vincere.

Il rivoluzionario, quel ragazzotto che voleva cambiare la Francia, perde la battaglia e perde l’amore. Perde, apparentemente. Ma nel canto del popolo, ti vengo i brividi, a sentire mille voci, meschine, odoranti di galera, di errori, che diventano una sola. Una voce che, fino all’ultima scena, è un grido di rabbia e di vendetta. Poi, con le stese parole, con la stessa musica, con le stesse persone, quella stessa rebbia di sconfitta diventa il grido della vittoria. Non un grido, ma un canto. Un  canto di liberazione. Per questo siamo tutti Jean Valjean nell’errore, e vorremmo essere tutti Jean Valjean nella liberazione.

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