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Vale ancora la pena sposarsi? Storia di Ester e Alessandro

settembre 27, 2015 Giorgio Carini

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Iniziamo la pubblicazione di Love Stories. Manuale di sopravvivenza per il matrimonio cattolico, di don Giorgio Carini, parroco a Grottammare (Ap). Pubblichiamo di seguito il primo e secondo capitolo. Del volume abbiamo già proposto la prefazione di monsignor Livio Melina, preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia.

Viaggiavo a folle velocità sul raccordo anulare di Roma. Seduto sul sedile posteriore guardavo il mio amico Nicolino terrorizzato al mio fianco, il serafico tassista entusiasta ci parlava del suo cagnolino. Ci descriveva compiaciuto la sua vivacità, la sua travolgente felicità con cui lo assaliva quando tornava a casa. Infine trionfante ci ha mostrato la foto.

Una volta potevi vedere sul cruscotto la foto di moglie e figli ma i tempi sono cambiati.

Conosco un bravissimo, giovane psicoterapeuta che ha rinunciato ad intessere una relazione con una donna: «Troppo faticoso… Troppe incomprensioni, è un rapporto che chiede tanto e dà poco, ti logora». Così la sera, quando è a casa con i genitori si lascia travolgere da una simpaticissima cagnetta che lo colma di feste al suo arrivo, sfinito dopo una giornata passata a risolvere i problemi degli altri.

È su questa scia che oggi ci si sposa sempre meno, nel giro di tre anni i matrimoni in parrocchia si sono dimezzati, dopo che da tempo la tendenza era in netto ribasso. Chi osa, per prudenza affronta la convivenza come la possibilità di una verifica ultima, che può durare indefinitamente.

Si ha paura, la vita è dura, piena di dubbi.

Vale ancora la pena sposarsi, investire fatica e soldi per una illusione? Parlare ancora di matrimonio? Oppure dobbiamo rassegnarci al lento, inarrestabile declino di un relitto del passato?

Capitolo secondo

Il pomeriggio afoso costringeva a lunghe pennichelle che noi bambini subivamo con insofferenza, sbucavamo presto dalle nostre camere buie e ci radunavamo silenziosi per giocare senza farci beccare dai grandi. Nella campagna intorno al minuscolo grappolo di case la facevano da padroni grilli e cicale.

Allora, furtiva e silenziosa, sbucava dal portone la testa di nonna Ester, ci guardava sorridente, allegra, con la faccia rosea di un bambino appena sveglio. Dalla cucina arrivava il profumo del caffè, il coprifuoco non era ancora finito, il suo sorriso ci invitava a fare piano per non svegliare nonno.

Tutti la chiamavano La Maestra, era amata e rispettata, aveva insegnato a intere generazioni. Con passo lento, appesantito dalla vecchiaia e dalla golosità, si destreggiava sicura in mezzo a un vivace stuolo di nipoti e figli che la adoravano e che lei adorava. Alessandro, il marito, era un uomo ancora molto agile per l’età che aveva; curava l’orto con orgoglio e passione.

Solo dopo che nonna Ester è morta, seguita di qualche anno da Alessandro, ho scoperto cosa si nascondeva dietro quel sorriso.

Alessandro era figlio di una famiglia benestante, uomo viziato e vizioso che in poco tempo ha dilapidato il ricco patrimonio di famiglia. Aveva trovato lavoro come contabile in una ditta di legnami. È stato mandato via perché le sue attenzioni verso una giovane segretaria erano invadenti. La famiglia, cinque figli, fu tirata su da Ester, con grandi sacrifici eppure molte soddisfazioni. Alessandro, andava per la sua strada, ebbe diverse amanti, con una ebbe anche un figlio. Sorsero delle questioni e una di queste donne si fece valere con Ester: non ci andò leggera e le lasciò una mano segnata per le fratture quando da poco aveva dato alla luce la quarta figlia.

Come ha potuto Ester sopportare una situazione del genere? Una dose enorme di umiliazioni subite, umiliazioni e torti. Con facilità, senza esitazioni si abbandona un matrimonio per molto meno. In certi casi, ma per molto meno, si rimane ma covando dentro un risentimento che inaridisce la vita: la fede può diventare una scappatoia ma il cuore si rinsecchisce fino a soffocare impietrito nel dolore.

Ester non era rassegnata, risentita, depressa, lamentosa, era invece serena anzi allegra. Se c’è qualcosa che non si può camuffare è l’allegria, ecco perché era a suo agio con noi bambini, subito si instaurava una simpatia limpida, i bambini non fingono. Non era la stessa simpatia che avevamo per nonno Alessandro che comunque amavamo. Affettuoso ma un po’ narcisista, lui era il più bravo, i suoi pomodori erano i più belli. Forse questa distanza era dovuta al fatto che ogni tanto, per una stupidaggine, perdeva le staffe e se la prendeva con mia nonna bestemmiando per interi pomeriggi, ad alta voce, ricamando le invettive con quella feroce, perversa fantasia vanto di un certo mondo anticlericale ottocentesco. Magari solo perché Ester aveva tagliato i fagiolini non come diceva lui. Eppure Ester è rimasta fedele e sottomessa. Ma non era una schiava. Di lei si può dire che era una donna libera, grande. E ha tirato su una famiglia splendida, numerosa, unita, bella. Ed era allegra. Aveva una fede semplice e granitica, non ostentata e mai imposta, senza moralismi o slanci bacchettoni: per lei andare a messa la domenica era una cosa naturale, bella, come respirare. Coltivava una saggezza che stupiva e scioglieva le angosce. Mia sorella rimase incinta troppo presto, qualcuno era deciso per l’aborto: «Non vogliamo rogne in famiglia». I miei chiesero consiglio ad Ester (non ad Alessandro) e lei senza esitazioni esultò per la notizia: «Ma è una vita! Di cosa avete paura! Dobbiamo festeggiare!». Con orgoglio coccolava quella nipotina che l’aveva fatta bisnonna. Nel tempo tutto si è aggiustato e ne sono nate famiglie bellissime.

Ma come è finita?

Ester morì all’improvviso, nel suo letto. Il giorno della morte Alessandro si aggirava per casa angosciato, come se improvvisamente si fosse reso conto di chi aveva avuto vicino e ora aveva perso, come se si fosse svegliato da un torpore che aveva annebbiato tutta la sua vita. Visse per alcuni anni, gli ultimi passati in una casa di riposo. L’ultima volta che l’ho visto piangeva a dirotto per tutto il male che aveva fatto in vita. È morto sereno, santamente.

Questa è una storia d’amore! Vera, reale, bellissima. Mi hanno detto che c’è un’antica credenza: il coniuge che rimane fedele nonostante gli errori, le miserie, i torti dell’altro, alla fine lo salva. Così è stato per Ester e Alessandro. Eppure quello di Ester non è stato un eroismo che l’ha martoriata, maciullata in uno sforzo disumano. È stata una dedizione accettata con semplicità e libertà che ha generato una luce che ha dilatato intorno a sé una bellezza affascinante.

La loro vicenda è stata un’avventura bella proprio perché ricca di imprevisti, avversità, dolori ma tutti abbracciati da una bellezza che alla fine ha vinto su tutto: sulle miserie umane, sulle incomprensioni, i tradimenti. Una bellezza capace di spalancare la vita oltre il suo limite, oltre la morte, capace di darle un respiro che troppo spesso soffochiamo in un angusto recinto di presunzioni e pretese.

Forse è questa la nostra fragilità: spendiamo tutte le nostre energie per elaborare le condizioni per un matrimonio perfetto, ma avendo dimenticato che siamo uomini poniamo le basi per costruire un edificio lussuoso senza alcun fondamento. E l’opera perfetta, inevitabilmente crolla. Allora, o ci affanniamo per tenere su un rottame, logorando la nostra vita fino ad esaurirla, oppure ci rassegniamo a vagare tra macerie accontentandoci di rapporti fugaci, ebrezza di un momento. Oppure abbassiamo sempre più la guardia, per costruire un edificio sempre più piccolo, limitando gradualmente i nostri desideri fino a renderli voglie sentimentali.

Ci arrabattiamo quando è la nostra vita che è crollata, da un pezzo, senza che ce ne siamo accorti.

Foto da Shutterstock


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