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Una coppia di anziani soli in un ospedale. Eccola, l’Italia fra vent’anni

febbraio 8, 2016 Marina Corradi

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Pubblichiamo la rubrica di Marina Corradi contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Milano, gennaio. L’atrio del grande ospedale dell’hinterland alle nove di mattina è un affollato crocevia di gente che corre a un appuntamento, o se ne torna reggendo pensierosa in mano la larga busta di una lastra.

Ma nel via vai frettoloso mi cadono gli occhi su una coppia anziana. Devono essere oltre i settanta, lui e lei, signorili, addosso quei classici impermeabili inglesi che “durano tutta una vita”: le scarpe accuratamente lucidate, un massiccio ma discreto bracciale d’oro al polso della donna. Due borghesi, lui forse un professionista, e lei, come si diceva una volta, la sua signora. Ben curata, fresca di parrucchiere la sua chioma grigia. Ma, non è un’ombra di angoscia quella che leggi nei suoi occhi?

I due sembrano spersi, non sanno bene dove devono andare. Lui si trascina dietro una valigia: non grande ma neppure piccolissima, quel che serve, direi, per un ricovero di una settimana. Anche la valigia, noto, è di cuoio, robusta, ben fatta, roba che dura una vita. Nel secondo atrio i due si guardano attorno disorientati, ma non domandano a nessuno una indicazione. Nella folla che li circonda rischiano di perdersi; lei, allora, protettiva stringe il braccio del marito al suo. Deve essere lui il malato, diresti, per quella sua aria pallida e inerme, mentre lei lo guida e lo conduce. «Mi pare che su quel foglio ci fosse scritto quinto piano», fa l’uomo, davanti alla fila degli ascensori che caricano e scaricano la gente concitata. No, fa lei, «era il quarto, il dottore ha detto il quarto». E intanto che esitano i nuovi arrivati li superano, li spingono da parte e prendono posto nelle cabine.

Quei due nella folla, quanto soli. Non un figlio o un nipote che li abbia accompagnati stamattina, con la valigia pesante e quei pensieri più pesanti ancora, in testa. Ma ne avranno avuti, di figli, o saranno lontani? Molto lontani devono essere, per non accompagnare in ospedale il padre vecchio e malato. «Avete bisogno di aiuto?», domandi, ma loro gentilmente declinano, con educata ritrosia borghese. Scendono al quarto piano, e li vedi che si avviano verso un lungo corridoio – poi l’ascensore chiude le portiere come un sipario, sui loro passi esitanti.

Ecco, pensi, l’Italia, fra vent’anni, quando le generazioni che non hanno voluto figli, o ne hanno voluto uno solo, saranno vecchie. E la carriera, e il lavoro prima di tutto, e la libertà vezzeggiata, e il benessere come un idolo: eccoli al capolinea i primi, che arrivano. Che gran pena per loro e per noi tutti ti coglie, come una lama di coltello, una mattina in un ospedale adagiato nella foschia della prima Brianza. Come sarà essere vecchi così, in tanti, soli, o sospesi alla pazienza di una sconosciuta, straniera badante?

Cerchi, all’uscita, quei due con lo sguardo e invece ne trovi di altri, simili a loro. Che cosa manca in questa folla veloce, in una mattina di inverno, davanti a un grande ospedale? Mancano, pensi, quelli che non sono stati. Mancano, e quanto, tutti i nostri figli non nati.

Foto anziani da Shutterstock


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