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Un viaggio di svelamento interattivo tra le fotografie di Salvatore Dimaggio

settembre 11, 2013 Mariapia Bruno

Una volta c’era Andy Warhol a rivoluzionare e stuzzicare il pubblico con le sue serigrafie, dove l’immagine si ripeteva varie volte, copia di se stessa, dove l’unicità perdeva il suo senso di essere, la sua ragione di esistere, uno schiaffo e una provocazione all’ossessione della mercificazione e della corsa, da parte di quei pochi fortunati, al collezionismo. Oggi la riproducibilità dell’opera è qualcosa a cui siamo abituati, ma nell’epoca in cui tutto sembra esser già stato visto c’e chi continua a ed esplorare certi territori, come Salvatore Dimaggio, fotografo per passione, che si cimenta con una riflessione sul moltiplicarsi dei dettagli, alla ricerca di un senso ancora non svelato. Si chiede se la ripetizione, che può sembrare spesso ossessiva, di una gamba, di una sagoma, di una spalla, svilisca il significato trasmesso dalla visione. O magari, al contrario, lo enfatizza? Sembrerebbe un copia e incolla statico, ma quel profilo ripetuto, quella spalla che spunta suscitando la nostra curiosità voyeuristica, in realtà contiene essa stessa movimento, il movimento della mente trascinata in un racconto ogni volta diverso.

E’ come esser catapultati all’interno un viaggio interattivo, dove i personaggi si svelano poco alla volta, dove siamo noi, attraverso l’obiettivo del fotografo, a dargli un nome, a immaginare un volto o a proseguire il racconto, come già ci consentiva Laurence Sterne lasciandoci pagine bianche nella Vita e opinioni di Tristam Shandy. E se i vicoli bui e silenziosi che ogni tanto incontriamo sembrano aver nostalgia della presenza dell’uomo, i piedi che si intravedono da una tenda stimolano ancora la nostra curiosità, allo stesso modo in cui ci chiediamo a chi appartengano quelle gambe che provano i passi del tip tap nel film The Artist di Michel Hazanavicius, e ci aspettiamo quasi di vedere un proseguimento, un passo in avanti, forse verso quella terrazza che si intravede attraverso la tenda che un soffio di vento, tra qualche istante, porterà via. E poi ancora quelle sagome che vediamo di spalle, che sembrano escluderci da un qualcosa che non possiamo capire, siamo forse noi stessi nel momento in cui fuggiamo dalle cose che ci spaventano? Ma la lampada solitaria nel buio torna a rassicurarci, ci fa sentire a casa, il luogo universale dell’accoglienza.

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