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Un matrimonio in crisi dopo troppi sogni delusi. Solo Cristo può ricostruire

ottobre 27, 2013 Aldo Trento

padre-aldo-trentoCaro padre Aldo, ti scrivo in cerca di una parola di conforto. Sto con mia moglie da dieci anni e siamo sposati da cinque. Abbiamo due magnifiche bambine, una sicurezza economica più che buona e viviamo in una bella città. La vita di mia moglie è stata segnata da una situazione familiare difficile, priva di calore umano, ed è come se tutta la sua vita sia attraversata da una rabbia, da un sentimento di rivalsa che però si unisce a una completa mancanza di autostima e di amore per se stessa. Questa ferita rende il nostro rapporto difficile. Le ho provate tutte, nel bene e nel male: l’ascolto, l’abbraccio, il cercare di portare conforto e di far sentire attraverso di me l’amore di qualcuno di più grande. Purtroppo anche le urla e la rabbia.

A ogni mio tentativo – e durante ogni nostra discussione – sembra che si stia aprendo uno spiraglio nel suo cuore, quando cerco di raccontarle e di testimoniarle che il suo valore di persona non è deciso dai suoi genitori, o dagli amici che non ha avuto. Eppure alla fine prevale un no dichiarato: prevale sempre l’idea che niente possa cambiare, che il passato e tutto il male subìto abbiano l’ultima parola. Che i limiti siano una prigione. E io sono sempre più sconfortato: la tentazione spesso è di fare finta di niente, di lasciarla nel suo “brodo” e di rifugiarmi nei rapporti con gli amici, con le nostre bimbe o con il lavoro.

Ma io ho bisogno di lei, non posso essere lieto senza di lei, senza il sorriso e la compagnia della donna che amo e che il Signore mi ha messo di fianco. A volte ho accennato di questo dramma a qualche amico, ma è difficile spiegare la profondità di questo dolore a chi vive “tranquillo”. Per questo ti ho scritto. I tuoi racconti testimoniano sempre che il bene può vincere in qualsiasi circostanza. So che mi capirai. A titolo di esempio delle nostre discussioni ti mando una conversazione via e-mail che abbiamo avuto (io sono V. e mia moglie è M.). Allora, da cosa partire? Posso ancora sperare? Ti ringrazio da ora con un abbraccio e una preghiera. Vittorio

V: Cara M., sono seduto alla mia scrivania, al lavoro. Nessuno mi stresserà più di tanto oggi: ho cose da fare ma sono ragionevolmente certo che le farò senza grossi problemi, se solo mi decidessi a iniziare. Tutto sembra indicare una giornata tranquilla. Eppure qualcosa mi manca. Come tutti i giorni, mi chiedo se sto facendo la cosa giusta. Se sto facendo davvero quello che il Signore ha preparato per me, se sto seguendo il suo disegno. Mi dico che grazie anche al mio lavoro viviamo in un bell’appartamento, abbiamo da mangiare. Ma non basta. Come a te non basta essere una mamma, fare da mangiare. Sant’Agostino dice: «Il nostro cuore è inquieto, finché non riposa in Te». La tua inquietudine è anche la mia. Ancora una volta, dal profondo del mio cuore ti supplico di unirti a me in questa domanda, in questo mettersi in ascolto come bambini che aspettano una risposta dal loro papà. Solo così potremo avere la pace vera, e solo così saremo liberi.

M: V., a mente fredda ti dico di sì, ma c’è qualcosa d’altro: una stanchezza, uno sconforto. Vedi, io sono a casa, sono ancora in pigiama e sono ancora sporca perché non mi posso permettere di andare in bagno e svegliare la bimba. Sto lavorando su cose su cui non lavorerò più, oggi dovrei fare i compiti per domani ma non potrò farlo, se va bene, prima di stasera. Così, passerò un’altra serata a fare ’ste scemenze per quattro soldi, senza poter pensare ai fatti miei. Tra poco la bimba si alzerà e addio concentrazione. Devo cucinare, devo darle da mangiare, ma in teoria devo lavorare. Questo non è professionale, è ridicolo. Poi devo andare a prendere l’altra bambina e ci metterò come sempre una vita. Con la mia laurea e il mio dottorato posso pulire il culetto delle mie figlie. Mi sento solo ridicola. E una perfetta idiota. Ora l’unica cosa che spero è che venga sera, che le bimbe siano a letto e che io possa spegnere in fretta il cervello. Domandare di essere felice è un lusso che oggi non mi posso permettere. La tua mail mi commuove, davvero. Ma forse questa compagnia oggi non te la posso dare, anche se mi piacerebbe. Quello che vedo è che devo solo chinare la testa.

V: Ma il punto è proprio che non serve nessun requisito per essere compagni in questo cammino, se non il tuo sì. Non serve che tu sia tutto quello che confusamente vuoi diventare, servi solo tu. Nessuno può essere messo al tuo posto, perché il tuo posto è per te. Sono dieci anni che vai avanti con questa storia del “chinare la testa”. Questo che tu chiami chinare la testa è in realtà l’ultimo diaframma di presunzione, di illusione di controllo della tua vita. Tu continui a girare la testa con la rabbia di qualcuno che ha solo la propria disperazione da difendere. Abbandonala, non avere paura, non lasciarmi solo. Siamo fatti per una vita grande, io e te insieme. Non sprechiamola chiudendoci nella nostra sterile miseria umana. Io ti prego ancora, e continuerò a farlo ogni giorno che mi resta, perché io ho bisogno di te, adesso.

M: Ora lavora pure con calma mentre io ho doppia rottura di scatole e la cena da fare. Poi quando arriverai io, forse, comincerò a studiare per domani. Questa sì che è una vita grande! Quasi quasi per festeggiare passo la pezza sugli sputi di pappa che ho sui vestiti.

Allora da cosa partire? Posso ancora sperare? Provocato da quanto mi scrivi e dal dialogo fra te e tua moglie che ho pubblicato come esempio di tante situazioni simili alla tua, sono andato con la mente alle parole che ha detto papa Francesco all’inizio del suo pontificato. Parole che sgomberano il cammino da ogni possibile sentimentalismo o da una immagine romantica della vita. Sono parole dure ma vere, reali, concrete, quotidiane per chi vuole vivere intensamente la realtà, la vita di ogni giorno. Dice il Santo Padre: «Quando camminiamo senza la croce, quando edifichiamo senza la croce e quando confessiamo un Cristo senza croce, non siamo discepoli del Signore. Io vorrei che tutti avessimo il coraggio di camminare in presenza del Signore, con la croce del Signore, di edificare la Chiesa sul sangue del Signore che è venuto nella croce. E di confessare l’unica gloria: Cristo crocifisso. E così la Chiesa andrà avanti». E io aggiungerei: il tuo matrimonio va avanti. 

Noi invece vorremmo che la vita fosse diversa da come si presenta, fosse come noi la vorremmo. Ma la vita in tutto il suo svolgersi non dipende da noi. Chi non si sposa sognando una vita più romantica che realista? Tu stesso, credo, puoi darmi testimonianza di questa posizione: certamente non avresti immaginato ciò che ti aspettava.
San Pietro, nel dialogo con Gesù sulla indissolubilità del matrimonio, non era certamente d’accordo con le sue affermazioni. Un disappunto, quello di san Pietro, che arriva ad affermare: «Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi».

Ma Gesù, senza venire a compromessi, riprende la parola e con chiarezza afferma: «Ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio». Più chiaro di così, si muore. Tutti sperimentiamo questa verità. Non c’è essere umano che non desideri amare ed essere amato, eppure ognuno sperimenta l’incapacità di vivere ciò che il cuore desidera. È la struttura dell’io a desiderare questo. Ma in noi c’è una ferita che ne impedisce la realizzazione e che la Chiesa chiama “peccato originale”.

Nulla è impossibile a Dio
Una ferita che non ha eliminato il desiderio del cuore, ma ne ha impedito la realizzazione. Per questo Dio si è fatto carne, per questo il sacramento del matrimonio. Ma neanche questo è sufficiente se la nostra libertà non accetta di portare quella croce che è la modalità attraverso la quale il sacramento compie ciò che contiene. È guardando Gesù che io posso amare una persona. Voler amare una persona senza conoscere il peso della croce è rimanere paralizzati nel nostro desiderio, lasciandoci determinare dalla rabbia. Non dimentichiamo: «Ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio». Senza Cristo manca sempre qualcosa, rimane una tristezza di fondo, la tristezza che tutto finirà. Come scriveva Ugo Foscolo nella sua poesia La sera: «Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme/ che vanno al nulla eterno; e intanto fugge/ questo reo tempo, e van con lui le torme».
paldo.trento@gmail.com

 

 

25/2013

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4 Commenti

  1. Giovanni scrive:

    Speriamo che le famiglie rifioriscano. Certo, gli attacchi provenienti dall’ideologia del gender e dalla noncultura della convivenza e del “libero amore” non aiutano, sono debilitanti e perniciosi.

  2. Sara scrive:

    Ho vissuto un’esperienza simile e vorrei solo dire una parola a Vittorio.
    Perdonami il paragone ma sembri uno libero che spiega al carcerato che può essere libero anche in prigione… è vero che si può essere liberi anche in carcere ma tu sei certo di aver capito cosa significa dire il sì che chiedi a di dire a tua moglie?
    Forse il sì che è chiesto a te è amarla nella sua rabbia, nella sua ribellione, condividendo la fatica che fa, magari essendo un po’ più presente in casa e un po’ più collaborativo…
    Inizia ad amarla veramente tua moglie, stimandola per il grande sacrificio che fa delle sue giornate e per la mortificazione delle sue ambizioni lavoravorative.
    Pensa che non è scontato nulla di quello che lei fa, anche se per ora non lo riesce a fare con il sorriso.
    E quando rientri in casa ricorda che è attraverso il tuo sguardo può vedere riflesso il suo valore, la sua grandezza e la sua bellezza anche se indossa ancora il pigiama sporco di pappa.
    Buon lavoro! prego per voi, Sara

  3. Sara D. scrive:

    Ho vissuto un’esperienza simile e vorrei solo dire una parola a Vittorio.
    Perdonami il paragone ma sembri uno libero che spiega al carcerato che può essere libero anche in prigione… è vero che si può essere liberi anche in carcere ma tu sei certo di aver capito cosa significa dire il sì che chiedi a di dire a tua moglie?
    Forse il sì che è chiesto a te è amarla nella sua rabbia, nella sua ribellione, condividendo la fatica che fa, magari essendo un po’ più presente in casa e un po’ più collaborativo…
    Inizia ad amarla veramente tua moglie, stimandola per il grande sacrificio che fa delle sue giornate e per la mortificazione delle sue ambizioni lavoravorative.
    Pensa che non è scontato nulla di quello che lei fa, anche se per ora non lo riesce a fare con il sorriso.
    E quando rientri in casa ricorda che è attraverso il tuo sguardo può vedere riflesso il suo valore, la sua grandezza e la sua bellezza anche se indossa ancora il pigiama sporco di pappa.
    Buon lavoro! prego per voi, Sara

    • giovanna- scrive:

      Dopo aver letto la risposta di padre Aldo non avevo il coraggio di intervenire, ma dopo l’intervento di Sara ci voglio provare anche io.
      A volte non è facile capire la grande fatica di passare la giornata con dei bambini piccoli: non tutte le mammme ci riescono allo stesso modo, con l’auspicabile sguardo luminoso e grato.
      Ci sono donne che vivono questo passaggio della vita con più difficoltà, a causa della loro storia, del loro carattere, delle loro aspirazioni e allora le giornate sono enormi montagne da scalare.
      Nel mio piccolo, nel mio piccolissimo, consiglierei di affiancare alla mamma stremata un aiuto domestico che allevi un pochino questa fatica che traspare dalle sue parole, tanto più che viene detto che non ci sono particolari difficoltà economiche.
      Poi, bisogna anche mettere in conto l’umiliazione che prende nel constatare di non essere in grado di affrontare la situazione col sorriso , senza accettare che non siamo tutte uguali e che senz’altro per molte di noi è imparagonabilemente più facile studiare o lavorare duramente , che stare con dei bambini piccoli, pur amandoli con tutto noi stesse. E, come dice Sara, se vediamo che il marito accetta il nostro limite, anche concretamente aiutandoci nell’ emergenza che viviamo, è un grande aiuto per accettarlo noi stesse.

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