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Un imprenditore spiega il suo lavoro ai giovani e sembra di vedere la dottrina sociale della Chiesa applicata

marzo 2, 2014 Pippo Corigliano

Sono cresciuto nel Dopoguerra con un’opinione pubblica avversa agli imprenditori. L’imprenditore era visto comunque come uno sfruttatore e un colpevole: persino l’illuminato Olivetti veniva guardato con sussiego. La cultura marxista era penetrata. Ora che le aziende vengono spazzate via dalla crisi, è diventato evidente che l’imprenditore è indispensabile per la società.

La settimana scorsa ho portato un mio amico imprenditore a parlare a una cinquantina di universitari. Sono rimasto colpito dalle cose semplici e fondamentali che ha detto. Bisogna essere disposti a cambiare lavoro ma non a cambiare moglie. Conviene tornare a casa alle 19, tanto non si fa più nulla di sostanziale e va dedicato tempo alla famiglia. Saper semplificare: è molto più facile complicare che semplificare. Occorre trovare soluzioni, non problemi. La parte creativa del lavoro non è in ufficio ma in relazione con le persone.

Ha 1.300 dipendenti, la maggior parte donne, e se una, preoccupata, viene a dire che è incinta, si festeggia. In collaborazione con i sindaci e la Caritas ha inventato una tessera che consente alle famiglie in difficoltà di comprare cibo sano e invenduto. Sta cercando di semplificare la legge che rende difficile la distribuzione di cibo buono imponendo celle frigorifere, mentre molti poveri vanno a recuperarlo nei cassonetti. Lo scopo dell’imprenditore non è il solo profitto ma creare lavoro. Mi sembrava di assistere a un’esercitazione pratica della dottrina sociale della Chiesa.

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