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Un gioco di quando ero bambina

maggio 30, 2016 Marina Corradi

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Pubblichiamo la rubrica di Marina Corradi contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Da piccola facevo un gioco strano. Mi chiudevo nel soggiorno di casa, da sola; serravo la porta, scacciavo chi bussava gridando un infastidito e un po’ buffo: «Andate via, sto pensando!». Seduta sula poltrona di raso a fiori gialli, le gambe penzoloni, nella penombra delle tapparelle mezze abbassate perché la pioggia non sporcasse i vetri, mi abbandonavo a un sogno ad occhi aperti; sempre lo stesso, lo ripetevo sempre uguale.

Immaginavo che il vecchio pediatra che curava me e i miei fratelli, un gran vecchio con i capelli candidi e la faccia buona, venisse un giorno a prendermi all’uscita della scuola, e mi prendesse per mano, e mi portasse a casa. Il sogno era tutto qui: che quel signore anziano e dall’aria saggia e generosa si preoccupasse di me tanto da venire all’uscita della scuola, e come una sua figlia mi aspettasse, affettuoso e paziente, e mi prendesse con sé. Questo semplice fatto, nell’immaginarlo, mi dava una gioia grande, inaudita: che andavo, mi rendo conto ora, a cercare nell’ora del primo farsi avanti di una indefinita, confusa malinconia.

Ripenso ancora a volte a quel gioco lontano, che a lungo ho ritenuto solo la bizzarria di una bambina solitaria. Ma l’altro giorno sono incappata in una frase di George Bernanos, il grande scrittore cristiano francese, che dice: «La gioia viene da una parte troppo profonda dell’anima perché le sue radici non siano immerse nella tristezza che è la sostanza dell’uomo, da quando ha perduto il paradiso». Guardo al mio remoto gioco – nessuno dei miei ne ha mai saputo niente, era un mio rigoroso segreto – e mi domando se a sei anni non sapessi più cose di quante ne abbia capite dopo, studiando.

«La gioia viene da una parte troppo profonda dell’anima perché le sue radici non siano immerse nella tristezza che è la sostanza dell’uomo, da quando ha perduto il paradiso». La gioia e la tristezza come rami di una stessa pianta, abbeverate da una unica radice: la sorda e confusa mancanza di una pienezza anteriore e perduta, e insieme, audace, quasi folle, il sogno di poterla un giorno ritrovare. Sì, forse da bambina ero saggia e insieme innocente abbastanza per poter sperare. Come se sapessi allora, senza averlo imparato, a chi appartenevo veramente, e dove volevo tornare.

Foto disegno tratta da Shutterstock


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