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Elegia per il compagno Achille

marzo 25, 2013 Mauro Grimoldi

Cartello esposto durante la seconda manifestazione organizzata da La Manif Pour Tous in Francia contro il matrimonio e adozione gay. La scritta dice: “Vogliamo del lavoro, non il matrimonio omosessuale”.

Elegia per il compagno Achille

Dove saresti stato compagno Achille, detto il rosso, prima operaio qualificato poi operaio specializzato nelle fonderie delle fucine Breda, sotto la bandiera rossa che sventolava sul pennone più alto della Stalingrado di Sesto San Giovanni?

È tua la faccia nascosta dalla scritta che recita: di lavoro abbiamo bisogno ecc.?

Le scarpe le conosco, le stesse che ti hanno portato in giro per ottanta e più anni lungo il tempo del mondo, dai nove anni della cooperativa selciatori e posatori, quando la vita era fame-fumo-e-freddo, fino alla soglia dell’eterna infanzia di Dio e tu chiamavi la mamma con gli occhi e la bocca tesi, e protesi, alla perfezione della vita.

Anche i calzoni grigi te li ho visti addosso migliaia di volte, quando rientravi la sera dopo il lavoro e quando uscivi dalla nebbia e dal buio, emergendo per le scale che portavano fuori dalla sala caldaie del fabbricato otto piani o dalla torre rossa, dove io sono nato, figlio affidato alle cure di Alma, casalinga e portiera, e di Achille, operaio più che lavoratore. “Meglio una casa senza tetto che un tetto sopra la torre rossa”, diceva in predica il parroco De Carlini.

Solo la giacca a vento e i guanti non ti appartengono. Tu giravi con il paletò, grigio scuro quasi nero, pieno di crini di cavallo, come capelli pungenti, fini aculei che ogni tanto fuggivano dal tessuto, anarchici ribelli, che poco ti piacevano. Di guanti non ho memoria, seppure so bene che li portavi d’inverno.

Vedo invece le mani, ruvide, istoriate, sicure e discrete.

Anche le parole scritte in questa lingua sconosciuta e straniera le risento tue.

Quando portavi a casa la ghisa, il silicio, la terra e io vedevo uscire dalla tua voce navi, eliche gigantesche e treni. Gli occhi chiari illuminavano il tuo volto disteso, il naso da pugile mancato, le folte sopracciglia rosse, come quando aspiravi il profumo delle arance e ti vedevo ancora bambino, a Natale, ridere al sole trionfante dagli spicchi che con religioso rispetto portavi alla bocca.

Rivedo i tuoi compagni che non ho mai conosciuto, se non attraverso la lettera con cui ti hanno salutato quando è venuto il tempo della pensione, del riposo, dei lunghi giri in bicicletta. Del poco che ho letto e studiato, sono tra le cose più belle di cui ho memoria. Ogni singola lettera mi è cara: lì ho capito perché Dio è detto Verbo.

Francesco da Assisi, scrive Tommaso da Celano, ovunque trovava qualche scritto, di cose divine o umane, per strada, in casa o sul pavimento, lo raccoglieva con grande rispetto riponendolo in un luogo sacro o almeno decoroso, nel timore che vi si trovasse il nome del Signore, o qualcosa che lo riguardasse.
Avendogli una volta un confratello domandato perché raccogliesse con tanta premura perfino gli scritti dei pagani o quelli che certamente non contenevano il nome di Dio, rispose: «Figlio mio, perché tutte le lettere possono comporre quel nome santissimo; d’altronde, ogni bene che si trova negli uomini, pagani o no, va riferito a Dio, fonte di qualsiasi bene!». Cosa ancor più sorprendente, quando faceva scrivere messaggi di saluto o di esortazione, non permetteva che si cancellasse alcuna parola o sillaba, anche se superflua o errata.

Da te ho imparato l’opera amorosa del lavoro, il gusto del sacrificio che la fecondità esige, la passione per l’utilità della vita, che si realizza quando la si spende per qualcuno: le ultime parole che mi hai detto prima di andare sono state per i miei figli, e per me sono un compito anche adesso.

Da te ho imparato il rispetto per la mamma, il senso dei suoi malumori, la devozione alla sua fatica e mi fermo qui, perché il resto è meglio che non sia detto. Come taccio lo sguardo che riservavi a mia moglie. L’ho visto risplendere solo in un altro uomo.

Un abbraccio. A tutto, dacché nulla è straniero.

Ti apparteneva il popolo, di cui eri figlio e a cui dovevi la sapienza del sugo della vita.

Non era tua la sterilità, l’artificio delle idee, il linguaggio del cittadino borghese che sfinisce la vita di diritti, gli studenti del bar Casablanca, i giovani leader sputati fuori dai giornali che parlano come i tempi esigono.

Tu mi hai insegnato a domandare: Cos’è? Perché? Per chi?

Così quando mi ha chiesto: e tu? chi dici che io sia?, mi sono prontamente attaccato.

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