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Tutti i giorni è un vivere sospesi, ma non nel vuoto

gennaio 20, 2017 Aldo Trento

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Pubblichiamo la rubrica di padre Aldo Trento contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Una mattina di dicembre sono andato a comprare alcuni pasticcini per i miei ammalati. Sorpresa: non avevo niente nel portafoglio e per di più l’indicatore della benzina segnalava che da un momento all’altro sarei rimasto per strada. Pazienza, sarà per un’altra volta. Giro l’auto e torno a casa. Ma non faccio neanche a tempo a scendere dalla mia vecchia Fiat Uno che squilla il cellulare. Rispondo e dall’altra parte una signora dice: «Padre Aldo? Può venire a ritirare una somma di denaro che ho promesso alla Madonna di donare alla sua opera?». Con un amico vado a incontrarla davanti alla casa delle suore di Madre Teresa di Calcutta. Si avvicina e mi consegna la decima parte dell’indennità ricevuta per la chiusura di un negozio in cui lavorava. L’unica cosa che mi ha chiesto in cambio è stata una benedizione.

La Provvidenza ha strade che non sono le nostre. È sempre così: il portafoglio si svuota e dopo un po’ si riempie. Certamente la Provvidenza esige che anche da parte nostra ci sia un minimo impegno. Ogni anno, arrivati a dicembre, dobbiamo sborsare tra stipendi e tredicesime intorno ai 200 mila dollari. Una somma da capogiro in un paese del Terzo Mondo. Per cui ogni anno lanciamo a maggio una lotteria che sorteggiamo l’8 dicembre, festa della Madonna di Caacupé. Bisogna vendere 50 mila biglietti per coprire la spesa. Nelle settimane precedenti è stato uno spettacolo vedere le 180 persone interessate alla tredicesima muoversi in compagnia dei nostri trecento studenti e di moltissimi benefattori per supermercati, imprese e luoghi pubblici come il Parlamento, la Corte suprema e l’aeroporto.

Io stesso e le mie figlie adolescenti ci siamo messi ai lati di una strada molto frequentata che passa accanto alla clinica. Moltissimi i biglietti venduti dalle mie figlie che “volavano” da un’auto all’altra mentre io facevo l’uomo sandwich appoggiato a un palo. Mi faceva ridere sentire le ragazze dire agli automobilisti: «Un biglietto per aiutare padre Aldo». Negli altri luoghi è stata un’esperienza anche più bella perché non era un semplice vendere, ma un dare le ragioni del gesto, un’educazione alla gratuità. Non abbiamo raggiunto l’obiettivo, però ci siamo arrivati vicini. Ciò che manca sarà la Provvidenza a metterlo. Quando un’opera è di Dio è Lui il responsabile, però non sopporta i fannulloni, chiede la nostra disponibilità. Disponibilità a lasciarci abbracciare dalla sua infinita misericordia che è la caratteristica più importante della Divina Provvidenza.

Mi raccontava il fisioterapista, responsabile del volontariato nella clinica, che un giorno si è avvicinata una persona definendosi atea e desiderosa di servire gli ammalati: dopo alcuni mesi si avvicina al fisioterapista e gli dice che vuole essere cristiana perché il modo con cui accompagniamo i nostri pazienti a vivere il dolore e affrontare la morte non è frutto di una capacità umana ma di qualcosa di più grande «che voi chiamate misericordia».

Una madre e i suoi figli perduti
Ma tutti i giorni vediamo la Provvidente Misericordia divina all’opera. Una donna mi raccontava: «Padre, ho un figlio transessuale ricoverato con l’Aids nella sua clinica, un altro in prigione e una figlia drogata che ne fa di cotte e di crude. L’ultima ha sette figli ma non ha marito e vive con me. Passo i giorni visitando i miei figli e cercando la mia figlia drogata: quando la incontro la porto a casa dove si ferma 15 giorni, poi se ne va e per me ricomincia la ricerca. Le porte della mia umile casa sono sempre aperte. Non ho paura di ciò che può accadermi perché il Signore sta con me e nessuno può farmi del male. Il figlio malato di Aids si vestiva da donna, per cui ho una nipote che lo chiama mamma. Adesso ha 13 anni e non so cosa succederà il giorno in cui scoprirà la vera identità di colui che chiama mamma. È un problema per me, ma la Provvidente Misericordia di Dio mi aiuterà in quel momento».

Tutti i giorni è un vivere sospesi, ma non nel vuoto perché la certezza che Lui c’è e da un momento all’altro arriverà mi riempie di letizia. Che bello vivere come le scolte di Assisi della canzone che piaceva tanto a don Giussani: sentinelle sveglie, attente all’Amato che arriva, come ci ricorda la liturgia dell’Avvento. «Estote parati, quia qua hora non putatis, Filius hominis veniet». E viene per abbracciarci, per dirci che ci vuole bene perché siamo figli suoi. Se la testimonianza di quella povera mamma ci commuove, quanto più ci riempie di gioia la certezza che il Mistero entra nella storia per dire a ognuno: «Tu sei mio, tu mi appartieni».

paldo.trento@gmail.com

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