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Tra la gente che sbraita e il popolo che sussurra

giugno 7, 2014 Annalisa Teggi

folla-popolo-gente«Qui vid’i’ gente più ch’altrove troppa» (Inferno, canto VII)

Basta uno sciopero per far sì che il percorso rettilineo dal punto A al punto B (in tutto 20 chilometri) si tramuti in un’affannosa gimkana. Dunque, al posto di un comodo treno ho attraversato a piedi la folla bolognese da giorno di mercato, per poi salire su due autobus surriscaldati. Il sovraffollamento umano sul bus è stato soffocante; vuoi la nausea del sentire il sudore altrui, vuoi il fatto di trovarsi assediata dagli schermi degli smartphone altrui, mi sono chiesta: «Ma chi è questa gente?».

Tutte queste facce, sconosciute eppure simili a me quanto a malumore e stanchezza, saranno mica il popolo degli «euroscettici» di Matteo Salvini? O, forse, sono il popolo di «pensionati» refrattari al cambiamento additati da Grillo? O, magari, sono il popolo di Renzi, quelli che tra rabbia e speranza hanno scelto la speranza?

In clima elettorale i discorsi dei politici parlano sempre di popolo, ma poi – quando ci sto in mezzo – io vedo solo la gente. Nella Divina commedia, statisticamente, il buon vecchio Dante usa la parola «gente» circa 120 volte, mentre «popolo» ricorre neanche venti volte; mi azzardo a supporre che questo suggerisca che è più facile – e istintivo – vedere la gente, piuttosto che sentirsi un popolo. Come nel corpo umano, l’impetuosità di mani e bocca la vedi subito, mentre la presenza vitale del sangue è sottocutanea. Quindi è senz’altro più facile sentire la sgomitata della gente, piuttosto che l’abbraccio del popolo.

Ho pensato a Renzo (il promesso sposo di Lucia), anche lui costretto a mettersi in mezzo alla gente per motivi ben più gravi di uno sciopero dei treni. E nel suo girovagare trova persone che hanno sia rabbia sia speranza. A Milano viene soffocato dai tumulti, dagli assalti ai forni, dal panico cieco di chi grida «all’untore!»; alla fine giunge tra gli appestati e assiste al coro di quelli che pregano con padre Felice, singhiozzando per i loro morti e bramosi di conforto.
C’è una folla che sbraita, e c’è un popolo che sussurra: eppure, per quanto io possa immaginare voci diverse tra i sediziosi ai forni e gli affranti nel lazzaretto, non riesco però a immaginare cuori diversi. La folla e il popolo, in fondo in fondo, sono volti diversi di un medesimo corpo, che impreca e molla sberle (ma sotto sotto respira, geme e spera).

Per questo, ho molta stima di un personaggio chestertoniano che compare ne L’uomo che fu Giovedì. Il dottor Bull gode della mia stima politica: trovandosi di fronte all’ipotesi che il mondo intero sia in preda all’anarchia, non ci vuole credere. Tutto attorno a lui suggerisce una follia generale, ma il dottor Bull, guardando le finestre illuminate delle case di comuni lavoratori, non ci crede. È pronto a credere a qualsiasi altra assurdità, piuttosto che convincersi che tutta l’umanità sia una congrega impazzita. E la realtà gli dà ragione, così che poi lui afferma: «Il popolo non è mai matto, essendo io stesso del popolo lo so bene. Per questo ora andrò a offrire da bere a tutta quella gente laggiù». Il popolo non bisogna blandirlo a suon di retorica o invettive; bisogna cocciutamente andarlo a stanare laggiù… inoltrandosi in quel regno lontano che si apre oltre la soglia del tuo vicino di casa, di banco, di coda.

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