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Sulle tracce di mio padre

febbraio 6, 2017 Marina Corradi

Citroen_DS

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Non ci avevo mai pensato. Me ne sono accorta l’altra mattina, guardando distrattamente la mia auto, una vecchia grossa Citroën con un muso da alligatore. In quel momento ho visto: la linea oblunga dei fari mi ha ricordato quella della antica Citroën DS di mio padre. Ho sorriso: è stato per questo che l’ho comprata, quando a nessuno in casa piaceva? Per via di quella tenue somiglianza con l’auto di mio padre, di cui neppure mi ero consciamente resa conto. È per questo, dunque, mi sono detta, che dopo otto anni, 160 mila chilometri e tante ammaccature non ne voglio sapere di cambiarla. È perché sa di giornali vecchi, di fumo e di polvere, come la sua auto di un tempo.

Poi, ho considerato in quella mattina pigra – sono le mattine in cui si vedono meglio le cose –, mi capita di ritrovarmi ad abitare, e senza avere fatto alcun calcolo, a trecento metri dalla casa in cui mio padre, vecchio, viveva solo. Siamo venuti qui vent’anni fa semplicemente per essere vicini ai miei suoceri, quando i figli erano piccoli. Eppure, in tutta Milano, sono finita a due isolati di distanza dalla via di mio padre. Forse vado nella sua farmacia, forse alla sua edicola.

Il mio lavoro, poi, è lo stesso suo. E come lui la mattina presto appena sveglia accendo la radio a sentire le ultime notizie, come per un vecchio vizio.

Mi accorgo adesso di vivere come sulle tracce di mio padre, come qualcuno che silenziosamente si faccia ombra di un altro. Quando ero giovane non ci pensavo molto, anzi ricordo che era sempre lui a cercarmi, e io tante volte rispondevo: scusa papà, proprio non ho tempo – avevo sempre un sacco di cose da fare.

Ma, gli anni passando, mi pare si stia attuando una sorta di metamorfosi: il lavoro, la zona di Milano, l’auto, in quante cose sembro volere somigliargli. Come affiancarmi a lui.

Ogni tanto mi capita in mano un biglietto ingiallito, tracciato di suo pugno. No, mi dico, la calligrafia è completamente diversa: verticale, nervosa, tesa la sua, femminile, tonda, sognante la mia. E poi però ancora una volta mi cade lo sguardo sulla grande sua foto in soggiorno, mi ci fermo davanti, assorta. I lineamenti larghi, emiliani, il naso grosso, gli occhi grandi, e quell’espressione viva ma con un fondo dubbioso, malinconico. Allora vado a guardarmi allo specchio in anticamera: come ti somiglio, papà, dico a me stessa, fissandomi. Come tutti i figli sono stata un tempo distratta, ma ora ti riconosco, mi riconosco intenta a camminare nelle tue stesse strade, per i tuoi negozi – a comprare perfino, senza accorgermene, un’auto che somiglia un po’ alla tua.

Che si ritorni figli, invecchiando? Intanto, a tanti anni dalla tua morte, confesso che dopo il giorno del funerale non ho mai più voluto andare sulla tua tomba, a Parma. E non certo perché ti abbia scordato. Per una ribellione, piuttosto, all’idea che tu davvero sia lì. Perché non ho bisogno di quella lapide, per averti davanti. Noi due, ci frequentiamo ogni giorno. Noi due, ci seguiamo da vicino.

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