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Strage di Parigi. Veramente sarà come prima?

novembre 23, 2015 Marina Corradi

Pubblichiamo l’articolo contenuto nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Svegliarsi un sabato mattina e trovarsi addosso le tracce di un incubo, come fumi che non vogliono dissolversi. Era fuoco, scariche di fucili, e urla, urla di ragazzi in una città buia, e gente che fuggiva per le strade.

C’è sempre una frazione di secondo, quando si torna dal sonno, in cui la ragione soppesa i fantasmi della notte, e poi, fattasi chiara, li discrimina dalla realtà e li giustizia – come alzando, fra il sogno e la veglia, un crinale. Ma in questa mattina di novembre il meccanismo si inceppa; sopravviene il ricordo di ciò che hai visto in tv la sera prima, e poi, pesante come un maglio, la verità: non era un sogno.

E la memoria dell’accaduto incenerisce il risveglio; per un momento ti pare che niente sarà più come prima. Guerra è la parola che descrive ciò che abbiamo visto, guerra, siamo in guerra, è quella che ritorna fra noi, attoniti. Guerra? La credevamo sepolta questa parola, in Occidente, ne eravamo salvi da settant’anni. Solo i vecchi sanno ancora cosa è la guerra, ormai. Ma cos’altro è se non guerra, catturare una città inerme nel terrore, e quei boati sinistri di esplosioni, cos’è la raffica di colpi in un teatro, la algida esecuzione di decine e decine di ragazzi? (Quella del Bataclan, pensi, è stata una scelta profondamente mirata: ammazzare freddamente, uno ad uno, i nostri figli. Uccidere i figli per dirci: voi, siete finiti).

E oggi sento parlare in tv, parlare molto e spesso a vuoto, come bambini che fanno rumore, per farsi coraggio. Sento dire dai passanti fermati per strada dai giornalisti: «Continueremo a vivere come prima, non gliela daremo vinta». Mah. Vivere come prima, certo, dovremo, dovremo prendere il metrò, e andare nei grandi magazzini. Ma veramente vivremo come prima, con questo tarlo che rode dentro, veramente sarà come prima pensare i nostri figli nelle piazze, o allo stadio?

A me non basta, come motivazione, questo “non diamogliela vinta”: è tanto poco, di fronte a tanto male. Occorre qualcosa di più radicale, di più grande. “Loro” sono per la morte, noi siamo per la vita. Ma quale vita? Quella consueta, distratta, che allinea, accanto a cose belle e necessarie, tempo perso, sciocchezze e vuoto?

Per stare di fronte a tanta morte a me occorre un’altra, ben più profonda vita. Mi occorre ricordare ogni mattina che Cristo è “tutto in tutti”, radice possente, e che nessun male è più forte di lui. Che il destino dei nostri figli e nostro in questa certezza è buono, perfino se cada nell’inferno di un teatro pieno di giovani ostaggi. “Questa” vita, è più forte di ogni morte. Solo in una tale memoria rinnovata ogni mattina penso si possa vivere, e non incenerirsi a poco a poco, tremando a ogni sirena di ambulanza, spiando ogni faccia in metrò come, forse, nemica. Il resto, sono parole. Bisogna avere dentro una vita più grande, di fronte a tanta pressione e arroganza di morte.

Foto Ansa


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