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Per spiegare la fede ho dovuto portare un letto sull’altare (un esempio vale più di mille prediche)

maggio 19, 2015 Aldo Trento

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Pubblichiamo la rubrica di padre Aldo Trento contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

La settimana scorsa, nel Giorno dell’Educatore, abbiamo ricordato i tanti maestri che sono passati nella nostra vita e che ci hanno trasmesso una esperienza viva, affascinante, capace di risvegliare in noi il desiderio di qualcosa di grande. Ricordiamo i nostri professori della scuola “Pa’ì Alberto” e del collegio “Pa’ì Lino”, insegnanti che da anni si sono tuffati nell’avventura dell’educazione. «Calli nella testa, calli nelle mani, calli nelle ginocchia», questi i pilastri che orientano tutta la vita della scuola e del collegio, dagli educatori agli alunni.

L’avventura di formare un uomo nuovo, nella storia delle Riduzioni, è trasmessa dalle osservazioni dei gesuiti di fronte ai guaraní. Come scrive padre Paramas, «questo popolo non agisce per astrazione ma per imitazione», vale a dire: guardando la realtà. Nei miei anni in Paraguay ho potuto verificare questa verità ogni giorno, sia a livello teorico che pratico. A livello teorico, perché se io faccio una domanda a un paraguaiano, quello mi risponderà con un esempio. A livello pratico, perché se voglio insegnare a qualcuno a pulire il pavimento, sarà sufficiente che prenda una scopa e l’altro dirà: «Padre, per piacere, lasci che lo faccia io!». Quando ho imparato questo metodo, che i padri gesuiti avevano già percepito secoli fa, ho cominciato a modificare l’omelia della Messa per i ragazzi in parrocchia. Al posto del lungo e teorico sermone di prima, mi sono messo a mostrare come la fede ha a che fare con la vita, concretamente e semplicemente.

Una domenica ho portato in chiesa un letto e l’ho messo davanti all’altare: ho mostrato come si sistema, il perché ci sono il materasso, le lenzuola, la coperta quando fa freddo… La domenica successiva ho chiamato alcuni bambini perché mi mostrassero se avevano capito, e con mia grande sorpresa tutti, maschi e femmine, si sono messi a fare come avevo mostrato loro. Senza l’esempio, non sarebbe stato possibile. Del resto, se la fede non mostra la sua capacità educativa di cambiare la vita, a cosa serve? Se un sacerdote non trasforma la sua omelia in catechesi di vita, a cosa servono le sue parole? Il Vangelo dice di Gesù: «Ha fatto bene ogni cosa».

Testimonianza è, ad esempio, far vedere che dopo una festa con gli amici delle opere della Fondazione, il giorno seguente tutto è bene ordinato, come se niente fosse successo. O il fatto che a qualsiasi ora del giorno, nessuna carta e nessun altro rifiuto resta abbandonato sul pavimento. È evidente che senza una posizione educativa chiara, paziente e continua, tutto questo non sarebbe possibile.

Ricordo anche che quando con i bambini della scuola Pa’i Alberto andavamo in gita a visitare qualche bella località, i camerieri del posto dicevano alla direttrice: «Si vede che sono passati di qui i ragazzi di San Rafael, perché hanno lasciato tutto ordinato e pulito, non hanno causato nessun problema durante il soggiorno». Un gesto è educativo se nell’educatore parola e azione camminano insieme.

Un pittore a scuola
Quando sono arrivato in Paraguay il disordine che regnava dappertutto mi faceva paura. Ma davanti a questo mi sono chiesto: cosa significa educare? Cosa vuol dire introdurre un giovane alla conoscenza della realtà?

Gli anni con Giussani hanno trasformato il mio modo di vivere tutto. Un giorno ho conosciuto il famoso pittore brasiliano Claudio Pastro, che mi ha raccontato un aneddoto: «Una mia amica, direttrice di una grande scuola a San Paolo, era disperata perché non riusciva a offrire ai bambini nessuna esperienza educativa, e mi chiese aiuto. “La soluzione è semplice”, le dissi. “Il 50 per cento dipende da me, l’altro 50 dai professori. Da parte mia, posso ristrutturare totalmente l’edificio perché sia bello e accogliente, non deteriorato come è ora. Da parte vostra, dovete offrire una proposta di vita piena di significato e affascinante”. Dopo alcuni anni ho ritrovato la direttrice molto felice. Mi ha detto: “Professore, aveva ragione, ora sì che stiamo educando, e i bambini sono cambiati totalmente”».

Per questo, la prima caratteristica della scuola e del collegio è la bellezza. Cosa che sorprende non solo i funzionari del ministero, ma chiunque venga a visitarci. Nel cammino al Destino si inizia con le piccole cose, perché l’amore è una cosa grande ma si manifesta nei dettagli.

paldo.trento@gmail.com


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