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La bella sorpresa di un ottimo caffè in una baracca da spiaggia piena di schifezze

agosto 31, 2014 Annalisa Teggi

caffe-spiaggia«La voce tua sicura, balda e lieta/ suoni la volontà, suoni ‘l disio» (Paradiso, canto XV)

Sorrido guardando i servizi dei tg sulle statistiche che ci offrono una fotografia del paese reale: numeri in sovrimpressione e immagini di repertorio con gente che cammina non mi paiono un gran che come foto. Ma per due settimane di ferie al mare la tv tace e, come dalla camera oscura, la realtà fa emergere istantanee di cronaca semplice.

Eccomi a condividere una panoramica con zoom su un primo piano. Ed è una foto reale e paesana come il profumo del caffè. Infatti, è stato proprio del caffè che ho sentito la mancanza a metà mattina su una spiaggia libera, a diversi minuti di cammino da generi di conforto vari. Nel mio caso, il conforto è arrivato vedendo l’insegna di un bar appena sono spuntata, dal sentiero sterrato, sulla strada: non era nient’altro che un prefabbricato un po’ malandato con un tavolino e due sedie. L’idea del caffè ha avuto la meglio sulla ritrosia sorta vedendo la precarietà del luogo. Ed entrando la ritrosia è diventata disagio: il caos la faceva da padrone, davanti e dietro il bancone. Ogni sorta di cianfrusaglie era sparsa in giro, e nessuno in vista. Avrei aspettato silenziosamente in attesa chissà quanto, se non fosse giunto un altro avventore che mi ha indicato, in mezzo a piante, foglietti e bottiglie vuote, una campanella da suonare. In effetti, abituando l’occhio alla sovrabbondanza di chincaglierie, si poteva leggere un cartello: «Tenete presente che non ho il dono dell’apparizione, perciò se non potete o non volete aspettare neanche il tempo necessario affinché io interrompa ciò che sto facendo e arrivi fin qui, non disturbatevi a suonare così non disturberete neanche me. Grazie! In caso contrario… suonate la campana. Ring the bell».

In risposta al trillo è arrivata, dopo un bel po’, un’anziana signora che mi ha fatto un ottimo caffè e a quel punto il disagio è mutato in curiosità perché, nei pochi minuti in cui io sono rimasta lì, ogni pedone, ciclista o automobilista di passaggio per la strada rallentava per fare un cenno alla signora: «Ohi, Catia! Che si dice?». Il giorno dopo sono ritornata lì, incuriosita dallo strano mix di confusione e domesticità che aveva quel luogo: un ragazzino ha ordinato un hamburger, ma l’anziana gli ha proposto in alternativa quel che stava cucinando lei. È tornata con una pentola piena di polpette e fagiolini, con quel profumo inconfondibile che hanno solo le prelibatezze delle nonne.

Il signor Hemingway scrisse un bellissimo racconto su un barista che non desiderava altro che il suo locale fosse un posto pulito e ben illuminato, per accogliere al meglio i suoi clienti. Peccato, poi, che quel barista si trovasse a fare i conti, nella sua anima, col luogo più pulito possibile: quello abitato solo dal nulla.

Perciò, preferisco rovistare che star seduta ad adorare un immacolato vuoto. E quanto è vero che nessuno ha il dono dell’apparizione: non sappiamo mostrarci agli altri per bene subito, di botto. C’è da aguzzare la vista, scansare schifezze e inutilità. Ma, a chi ha pazienza e ci manda un cenno squillante, porgiamo e chiediamo ospitalità, cioè un’accoglienza oltre la trasandatezza. C’è in ballo questo, per chi suona la campana (mi conceda, signor Hemingway, questa licenza poetica!).

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