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Solo quando si scende dal trono si comincia a fare sul serio

giugno 15, 2014 Annalisa Teggi

«E più e men che re era in quel caso» (Purgatorio, canto X)

Gossip vuole che la bellissima Angelina Jolie abbia detto che farà un film in cui interpreterà Cleopatra. E ha aggiunto: «È uno di quei personaggi in cui senti di dover mettere tutta te stessa e poi senti di dover dire la parola fine. È un modo per finire in grande stile. Chi altro potrei fare dopo di lei?». Sì, se potessimo trattare la vita come un copione cinematografico chi di noi non vorrebbe un finale in grande stile. Intanto anche un re in carne e ossa ha fatto una dichiarazione importante: re Juan Carlos di Spagna ha abdicato. C’è chi immagina di congedarsi dalle scene salendo al trono, c’è chi nella realtà si congeda scendendo dal trono.

Poi c’è chi resta e resiste sul trono: Elisabetta d’Inghilterra, la quale, proprio contemporaneamente ai progetti regali di Angelina Jolie e a quelli più realistici di re Juan Carlos, è trionfalmente andata in carrozza alla Camera dei Lords per fare il suo annuale Queen’s Speech. È il discorso della Regina, evento in cui la sovrana espone il programma dell’ultimo anno di governo. Il cerimoniale prevede che la regina entri nella Camera dei Lords e si sieda sul Gran Trono; poi il funzionario noto come Black Rod va a chiamare i Comuni. Ma per simboleggiare la loro indipendenza dalla Corona, la porta della Camera viene tradizionalmente chiusa in faccia al funzionario, fino a quando lui non bussa con il suo bastone. Solo allora i Comuni lo seguono e vanno a disporsi sul lato opposto della sala rispetto al trono.

Ecco, se potessi trattare la vita come un film, preferirei mettere nei titoli di coda qualche momento in cui è stata sbattuta la porta in faccia alla mia – presunta e presuntuosa – regalità. Quelle volte in cui qualcosa o qualcuno mi ha fatto scendere dal piedistallo. Si tende a pensare che il momento storico della propria vita a cui Dante dà il nome di «selva oscura» corrisponda alla triste parabola dell’esilio; invece, cronologicamente, l’anno dello smarrimento di Dante coincide col momento storico del suo massimo successo politico: il 1300, quando ricoprì la carica di Priore.

Lui ci dice, quindi, che il suo momento «più regale» fu una parentesi di nebbia; poi dalla botta violenta dell’esilio nacque la commedia di sua vita, cioè si spalancò un’ipotesi di vita comica perché umile e umiliata e, col tempo, lieta. Lieta forse anche solo perché capì (brutalmente) che solo quando si scende dal trono, si comincia a far sul serio. Il buio più pericoloso non è il dolore o la sofferenza, ma l’illusione distorta di quando si guarda il mondo dalle torri altere del proprio regno.

Un indizio è quel retrogusto amaro che tutti abbiamo sentito nei piccoli e grandi momenti di trionfo. Sì, per una volta ce l’hai fatta. E allora? E poi?

Quante volte, invece, «siamo stati da re» in attimi assolutamente banali – per non dire assurdi – e magari conciati in modo pietoso. Come il biblico re Davide, che Dante vede nel Purgatorio ritratto in un altorilievo, mentre danza con la veste alzata per accompagnare la traslazione dell’Arca della Santa Alleanza; ed è in una posa tutt’altro che regale (si agita e mostra le gambe), eppure – proprio allora – il poeta afferma che meno egli si mostrava impeccabile più era davvero re.

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