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«Quando muore un santo, è la morte che muore»

aprile 12, 2016 Giovanni Fighera

kolbe

«Ho raccontato la morte di molti santi, ma tutti mi hanno confermato la verità di questa antica intuizione cristiana: “Quando muore un Santo, è la morte che muore!”». Così scrive padre Antonio Sicari in Come muoiono i santi. Cento racconti di risurrezione (Ares edizioni).

Poi aggiunge: «I santi non hanno temuto la morte». «Alcuni l’hanno incontrata prematuramente, in giovane età, quasi consumati da un amore impaziente per Dio e anche, oserei dire, da parte di Dio. […] Alcuni l’hanno desiderata, in un impeto mistico del cuore che li spingeva a pregare perché lo Sposo Cristo affrettasse la sua venuta. Altri l’hanno attesa e vissuta con estremo dolore, ma perché erano chiamati dall’amore a rivivere le ore drammatiche del Venerdì santo. Alcuni l’hanno quasi “cercata” nello spasimo di consumarsi interamente in “opere e opere” di carità e di missione. Altri l’hanno gustata a tarda età, “sazi di giorni”, felicemente stanchi per un lunghissimo lavoro condotto nella vigna del signore». Tutti loro sono andati «incontro alla morte con la certezza gioiosa di abbracciare la Vita, dopo che in terra si è potuto umanamente contemplare il Germe della Salvezza».

come-muoiono-santi(1)Sacerdote e teologo, fondatore del «Movimento Ecclesiale Carmelitano», padre Antonio Sicari (1943) ha divulgato la vita di molti santi attraverso la celebre collana di «Ritratti di Santi». Ha messo in luce le loro caratteristiche, quelle precedenti alla conversione radicale all’amore per Cristo, quegli aspetti della loro persona che sono stati trasfigurati dall’incontro con Gesù. Infatti, Dio «quando ci impegna per la sua lotta, ci prende come siamo tutti interi: il buono e il cattivo. Se metti un ceppo al fuoco, tutto brucia: anche i vermi che lo divorano» (È mezzanotte, Dottor Schweitzer).

Ora, in una sorprendente ed efficacissima sintesi, ci propone una scelta di cento santi, presentati tutti nel momento in cui si appropinquano all’incontro con l’amato Gesù nel passaggio da questa vita a quell’altra che durerà per l’eternità.

Padre Sicari ha scelto quasi solo santi del secondo millennio, perché più vicini alla nostra contemporaneità, e li ha divisi, per esigenze didascaliche, in gruppi, che sottolineassero alcune prerogative della loro personalità e gli ultimi giorni di vita: «Morire martiri», «Morire d’amore», «Morire di passione ecclesiale», «Morire di carità materna», «Morire di carità paterna», «Morire di fatiche apostoliche», «Morire innocenti», «Morire santi».

La nostra è l’epoca per eccellenza del martirio dei cristiani, mai la storia è stata caratterizzata, drammaticamente come ora nel XX e nel XXI secolo, dalla morte di decine di milioni di cristiani, uccisi perché testimoni della loro fede. Nel lager Padre Massimiliano Kolbe si sostituì spontaneamente ad un carcerato condannato a morte per fame, che implorava di poter vivere per rivedere i figli e la moglie. Padre Kolbe accompagnò con la preghiera gli ultimi giorni di quanti sarebbero stati uccisi con lui per inedia e quando venne aperta la porta dove era morto il suo carceriere raccontò: «Non viveva più; ma mi si presentava come se fosse vivo. […] La faccia era raggiante in modo insolito. Gli occhi largamente aperti e concentrati in un punto. Tutta la figura come in estasi. Non lo dimenticherò mai».

Già condannato a morte, pur non sapendo che sarebbe stato giustiziato il giorno dopo, Tommaso Moro scrive alla figlia Margherita il 5 luglio 1535: «Dubitare di Lui [Dio], mia piccola Margherita, io non posso e non voglio, sebbene mi senta tanto debole. E quand’anche io dovessi sentire paura al punto da esser sopraffatto, allora mi ricorderei di san Pietro, che per la sua poca fede cominciò ad affondare nel lago al primo colpo di vento, farei come fece lui, invocherei cioè Cristo e lo pregherei di aiutarmi. Senza dubbio allora Egli mi porgerebbe la sua santa mano per impedirmi di annegare nel mare tempestoso». E pochi istanti prima di morire disse: «Chiedo di pregare per me. Testimoniate che sono morto nella fede e per la fede della santa chiesa cattolica. Muoio fedele servo del re, ma prima servo di Dio». Non gli venne meno neppure il suo tradizionale senso dell’umorismo. Si rivolse così al luogotenente che lo accompagnava al patibolo: «Per favore aiutatemi a salire, poi per scendere non disturberò nessuno».

Ecco due dei tanti santi martiri che apre la galleria di Come muoiono i santi. Dell’ultima sezione Morire santi vogliamo ricordare Santa Gianna Beretta Molla, divenuta santa vivendo il sacramento dell’amore cristiano nel Signore, canonizzata da papa Giovanni Paolo II il 16 maggio 2004, alla presenza del marito, dei figli e dei nipoti. Gianna è sempre stata desiderosa di compiere la volontà di Dio nel matrimonio. Si rendeva conto delle proprie manchevolezze e chiedeva aiuto e correzioni al marito: «Pietro, se vedi che faccio qualcosa che non va bene, dimmelo, correggimi, hai capito? Te ne sarò sempre riconoscente». Umiltà e riconoscimento che l’altro ci è dato per camminare con e verso Cristo: sono questi due tratti fondamentali del matrimonio di Gianna, sostenuto sempre dalla preghiera e dalla offerta a Cristo. Con gioia gli sposi Pietro e Gianna si aprono al dono della vita nascente. Vengono alla luce Pierluigi, Mariolina, Laura. La quarta gravidanza sarà, però, accompagnata dalla notizia della malattia di Gianna. La presenza di un fibroma nell’utero costituisce un pericolo per la vita della madre. Solo l’aborto, in base alle conoscenze e competenze mediche dell’epoca, potrebbe rappresentare una salvaguardia per la sua vita. Gianna decide di portare avanti la gravidanza, si fa asportare il fibroma, cosciente del grave rischio che la sutura praticata nell’utero possa cedere. Il 20 aprile 1962 Gianna entra in ospedale dove viene sottoposta a taglio cesareo. Nasce Gianna Emanuela. Subentra, però, una peritonite. In una lenta agonia si consumano gli ultimi giorni in ospedale. Il 28 aprile all’alba, in seguito a sua richiesta, viene riportata a casa, dove morirà alle 8 del mattino, accanto al marito e ai figli.

Nella bellissima prefazione al libro Santi di C. Martindale, che proponiamo di leggere o rimeditare, don Luigi Giussani ricorda che dall’amore a Gesù scaturisce un’unità della persona, di coscienza e di giudizio, perché una sola realtà come giudizio investe della sua luce tutte le cose («Ex uno verbo omnia», da un solo «Verbo» deriva ogni cosa). Da qui nasce un amore alla vita dentro un abbraccio consapevole delle sue condizioni esistenziali; nulla c’è da censurare o da sottacere in Cristo, tutto il nostro male è in Lui redento, persino la morte è un gesto della vita, perché è passaggio alla vita vera. Colui che segue il Maestro vive la sequela, ovvero l’appartenenza alla Chiesa, presenza reale di Cristo nella storia. Per questo motivo genera sempre in Lui un popolo nuovo, ovvero ogni circostanza è l’occasione e la possibilità di creare un luogo di un’umanità nuova, speranzosa e lieta.

«Che cos’è la perfezione di fronte alla santità?… E la santità se non la sete di tutto?… Tutto l’orgoglio è di pretendere di essere perfetto e non di volere essere santo» scrive Gilbert Cesbron (Parigi 1913-1979) in È mezzanotte, Dottor Schweitzer.

Charles Moeller scrive: «Apri gli occhi. Guarda i santi. Vi vedrai il Cristo, l’Uomo nuovo». Per questa ragione la pedagogia della Chiesa insiste da sempre sul volto dei santi, ce li sottopone quotidianamente all’attenzione, come già la Didakè nei primi secoli ricorda: «Guardate ogni giorno il volto dei santi, traete conforto dai loro discorsi». L’uomo che vive e che guarda rimane colpito dall’incontro con i santi che percorrono i sentieri di questa nostra terra. Infatti, il volto buono, bello e misericordioso del Mistero che opera in mezzo a noi si legge già nella vita di tanti santi che fanno meraviglie.


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